mercoledì, ottobre 24

Alla radice del Nazionalismo: uno sguardo antropologico Con Pietro Scarduelli (Università di Milano Bicocca) analizziamo le dinamiche alla base dello sviluppo dei movimenti nazionalisti europei

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Nel corso degli ultimi anni, l’Unione Europea ha visto una impressionante ascesa dei movimenti nazionalisti che, da elementi marginali degli senari politici locali, sono divenuti i protagonisti della politica di molti Paesi.

Si pensi ai Governi di Estrema Destra, fortemente xenofobi ed euro-scettici, presenti in Ungheria, in Polonia, in Repubblica Ceca e Slovacchia, in Austria e in Italia; si pensi all’influenza sempre crescente di partiti che, seppure non al Governo, dettano le linee della politica di Paesi come Francia e Germania. Il caso della cosiddetta Brexit, ovvero dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, è forse il più esemplare dell’influenza che un movimento nazionalista, in questo caso lo United Kingdom Indipendence Party (UKIP: Partito per l’Indipendenza del Ragno Unito), ha potuto esercitare su un Paese per senza fare parte del Governo in carica.

Sulle cause economiche e politiche che hanno favorito questa crescita dei movimenti nazionalisti (e la simmetrica crisi dei patiti di Sinistra) si è scritto molto. La crisi economica, però, non è sufficiente a spiegare il ritorno di uno spettro nazionalista che, a cento anni dalla fine della Grande Guerra, si pensava sopito. Tanto più che questi movimenti, che hanno svecchiato la loro immagine sostituendo il termine Nazionalismo con il più moderno Sovranismo, basano il loro successo su una comunicazione che parla alla pancia dell’elettorato e che, spesso, offre analisi estremamente superficiali dei problemi, per reali, che denuncia. Le ragioni di questa rinascita di violenti sentimenti nazionalisti all’interno dei Paesi UE deve avere radici culturali più profonde, che tocchino concetti identitari ben più forti, come quelli di cultura, religione o sangue.

La questione meriterebbe, forse, di essere analizzata da un altro punto di vista e il più adatto allo scopo, quello che più degli altri sembrerebbe in grado di scandagliare le ragioni culturali più profonde della situazione attuale, sembra arrivarci dall’Antropologia. Per tentare di analizzare la questione con uno sguardo antropologico, abbiamo parlato con il Professore Pietro Scarduelli, del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nonché autore del saggio “Antropologia del Nazionalismo: Stati Uniti, Unione Europea, Russia”.

 

Da un punto di vista antropologico, quale è il rapporto tra il concetto di identità e le ideologie nazionaliste? Dov’è che il senso di appartenenza ad una comunità si trasforma in ideologia?

L’idea di Nazione è un’idea diffusa nel senso comune, almeno nel XIX secolo. Nel senso comune, la Nazione è qualche cosa che c’è, una realtà oggettiva: le persone pensano di stare dentro una Nazione. Il Nazionalismo è generalmente pensato dalla gente come un movimento politico che si sviluppa a partire dal dato di fatto della Nazione, solitamente per risvegliarla, per farla risorgere dal suo letargo: una sorta di ‘Sindrome della Bella Addormentata’, cioè i Nazionalismi risvegliano il popolo di una Nazione dormiente e lo conducono verso una riscossa e verso la libertà (pensiamo al nostro Risorgimento). Se vogliamo semplificare, quindi, possiamo dire che, nel senso comune, la Nazione è qualcosa che c’è, una realtà oggettiva, e il Nazionalismo è un movimento politico.

L’Antropologia rovescia il rapporto e ci dice che prima viene l’ideologia nazionalista: l’ideologia nazionalista costruisce un’immagine, una specie di rappresentazione collettiva che è la Nazione. La Nazione, quindi, non è qualcosa che c’è, ma è piuttosto un’immagine condivisa: una rappresentazione; quello che un antropologo definirebbe un manufatto culturale. Questo rovesciamento logico permette all’Antropologia di sviluppare un’analisi delle Nazioni e del Nazionalismo che è molto diversa da quella elaborata da chi si è occupato tradizionalmente di queste questioni, ovvero gli storici dell’Età Contemporanea e i politologi. Non è moltissimo tempo che l’Antropologia si occupa di questo tema, nonostante ciò, ha dato dei contributi sicuramente significativi: nel momento in cui l’Antropologia analizza la Nazione come un manufatto culturale, cioè come prodotto immaginario, ne individua alcune caratteristiche fondamentali. La Nazione è intrinsecamente ‘contrastiva’, ovvero l’idea stessa di Nazione impone l’esistenza di altre Nazioni: le identità nazionali esistono se ci sono altre identità a cui opporsi (ad esempio, per essere francesi, è necessario che al di là del Reno o dei Pirenei ci sia qualcuno che non è francese: i francesi sono francesi perché non sono né spagnoli, né tedeschi, e viceversa). Questo rende l’idea di Confine estremamente importante per il Nazionalismo: il Confine protegge il Sacro Suolo della Patria.

Un’altra caratteristica è che il culto della Nazione ha molte caratteristiche del culto religioso. Si pensi solo alla terminologia: ‘il Sacro Suolo della Patria’, ‘i Martiri della Patria’, ‘è bello morire per la Patria’. Spesso la nascita di una Nazione è conseguenza di una guerra di liberazione: si pensi al nostro Risorgimento, che è legato al concetto intrinsecamente religioso di Resurrezione. Legato al concetto di Nazionalismo è anche l’idea del sacrificio: versare il sangue per la Patria; i figli della Patria devono sempre assumere i,l ruolo di vittime sacrificali e devono andare a morire in guerra contro un oppressore.

La terza caratteristica, infine, è il ricorso, nel linguaggio nazionalistico, al lessico della parentela che serve a stringere legami: i Figli della Patria. Si pensi a come iniziano molti inni: «Allons, Enfants de la Patrie» (“Avanti, Figli della Patria”) nella “Marsigliese”, o «Fratelli d’Italia». Il termine con cui si definisce la Nazione è ‘Madre Patria’. Questo ricorso al lessico della parentela si spiega con il fatto che i legami di sangue sono emotivamente forti. Questa componente emotiva viene trasposta nel campo dell’azione: difendere la Patria diviene difendere le proprie madri, le proprie donne, i propri figli, da invasori assetati di sangue.

Queste tre caratteristiche generali le possiamo ritrovare, dall’800 ai giorni nostri, nei più diversi contesti geografici.

Quali sono le caratteristiche dei movimenti nazionalisti attualmente presenti UE? Si tratta d ideologie legate ad un concetto di razza, di lingua, di ‘cultura’?

Non si può parlare di questo fenomeno, che ormai è diventato veramente rilevante (da Le Pen in Francia alla Lega in Italia, fino ad arrivare ai partiti al potere in Ungheria e Polonia), se non si esamina il contesto costituito dall’Unione Europea. Paradossalmente, l’Unione europea ha rinforzato i movimenti nazionalisti. L’idea dell’Unione Europea era quella di superare gli Stati nazionali, creare qualche cosa di più grande e più inclusivo. L’integrazione europea, però, si è realizzata attraverso una sottrazione di Sovranità agli Stati nazionali. Questo indebolimento degli Stati ha avuto due conseguenze: la prima è stata il risveglio degli Etno-Nazionalismi regionali; la seconda è stata il risveglio dei partiti nazionalisti della Destra xenofoba, quelli che nel linguaggio politico vengono chiamati sovranisti. Si tratta di due fenomeni diversi.

Da una parte abbiamo il fenomeno degli Etno-Nazionalismi, cioè dei Nazionalismi regionali, per esempio la Catalogna, la Scozia, in un passato recente la Corsica, in un passato ancor meno recente la Bretagna, i fiamminghi in Belgio, la Lega degli esordi, quando era un movimento secessionista; si pensi anche a quanto accaduto nella ex-Jugoslavia, con la Croazia e la Slovenia che rivendicavano la secessione. Gli Etno-Nazionalismi regionali, cioè i movimenti secessionisti, non sono di per sé movimenti di Destra ma hanno collocazioni politiche diverse. Per fare alcuni esempi, il Nazionalismo catalano, che si oppone al Governo centrale di Madrid, è sempre stato su posizioni in parte moderate e in parte di Sinistra (storicamente si è opposto al franchismo); lo Scottis Naitional Pairtie (SNP: Partito Nazionale Scozzese) è di ispirazione laburista; al contrario, i secessionisti bretoni erano filo-nazisti. Gli Etno-Nazionalismi regionali, quindi, sono un fenomeno molto eterogeneo.

I partiti che vengono definiti sovranisti, invece, sono partiti Nazionalisti o Ultra-Nazionalisti: il Rassamblement National (RN: Raggruppamento Nazionale) di Marine Le Pen in Francia, Altrenative für Deutschland (AfD: Alternativa per la Germania) in Germania, lo UK Indipendence Party (UKIP: Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) in Inghilterra, la Lega in Italia, che è partita come movimento secessionista regionale ed è diventata un partito a livello nazionale. Tutti questi partiti sono nettamente di Destra, alcuni con venatura fascisteggianti, sono xenofobi e sono anti-europeisti perché rivendicano il rafforzamento delle autorità dei Governi nazionali contro l’Unione Europea.

Quanto è diffusa, tra i Cittadini dei Paesi UE, l’identità europea? Quale è il rapporto tra identità nazionali ed identità europea?

C’erano forti aspettative rispetto all’Unione Europea, solo che l’Unione Europea si è poi evoluta in una direzione che ha provocato disillusione, una disillusione così forte da alimentare i partiti nazionalisti: la gente in Europa vota per questi partiti di Destra contro l’Unione Europea perché vive un sentimento di rancore ed ostilità nei confronti di un’Unione Europea percepita come un’entità estranea ed ostile che detta condizioni politiche ed economiche avvertite come punitive dagli strati popolari. C’è quindi una tendenza crescente verso l’ostilità popolare nei confronti dell’Unione Europea.

Questa ostilità, però, va esaminata nel dettaglio perché non è omogenea: è più forte negli strati della popolazione più deboli, sia economicamente che culturalmente, mentre è meno forte nei ceti economicamente più protetti o culturalmente più forti; inoltre, come ha dimostrato la Brexit, l’ostilità nei confronti dell’Unione Europea è più forte tra gli anziani mentre nelle fasce giovanili troviamo un atteggiamento più favorevole all’integrazione europea. Questo dipende dal fatto che oramai c’è una generazione di giovani sotto i trent’anni che è nata dopo la caduta del Muro di Berlino, ovvero che è nata già nella nuova Europa, che non ha mai vissuto la Cortina di Ferro, la Guerra Fredda, la divisione in due blocchi, che ha avuto dell’Europa un’esperienza completamente diversa: l’Europa di Schengen, senza frontiere, senza passaporti, l’Europa della libera circolazione; la Generazione Erasmus, quella dei giovani che vanno a studiare e a lavorare all’estero. Fra questi giovani prevale un atteggiamento cosmopolita: usano una lingua franca che è una sorta di inglese, comunicano fra di loro e sono, in effetti, culturalmente molto simili. Il sentimento filo-europeista, quindi, è sicuramente più forte tra i giovani di quanto non lo sia tra gli anziani.

Quali sono i rapporti delle ideologie nazionaliste con le minoranze linguistiche e culturali, così diffuse in tutti i Paesi del Vecchio Continente?

Come dicevo prima, si tratta di due fenomeni totalmente distinti: da un lato ci sono quelle realtà, gli Etno-Nazionalismi, che si sentono minoranza e che aspirano a diventare Stati sovrani, come la Catalogna, dall’altro, invece, ci sono i movimenti nazionalisti. Queste realtà non sono molto in contatto tra di loro; questo perché l’ideologia nazionalista di questi partiti sovranisti ha una caratterizzazione soprattutto xenofoba: il nemico che loro individuano e che offrono come bersaglio ai loro potenziali elettori è il fenomeno migratorio; non c’è quindi l’esigenza di reprimere le minoranze (il che, invece, era una caratteristica dei vecchi regimi fascisti, in Italia, in Germania e in Spagna). I nuovi Nazionalismi, quindi, puntano il dito contro quella che loro chiamano l’invasione dei migranti: basti vedere cosa succede in Ungheria, dove il Governo dichiara di non volere nemmeno un migrante e stende filo spinato lungo i confini (in polemica soprattutto con la redistribuzione chiesta dal Governo italiano). La tematica centrale, quindi, è la difesa dell’identità ‘europea’ che, per loro, è in primo luogo l’identità cristiana: non viene utilizzato il termine ‘razza’ per il semplice fatto che si tratta di un termine sconsigliato dalla Storia; neanche a Destra, ormai, si osa più parlare di ‘razza ariana’, però si parla molto di ‘identità nazionale’. L’idea che torna continuamente è quella della difesa della propria Patria, della propria famiglia e dei propri figli dagli immigrati che vengono a mescolare il sangue, a rubare il lavoro, a portare delinquenza e così via. Il nemico, quindi, è l’intruso, è il fenomeno migratorio.

C’è da dire che la politica dell’Unione Europea nei confronti dell’immigrazione dall’Africa ha favorito questo tipo di propaganda politica: se l’Unione Europea avesse saputo gestire meglio questo fenomeno, sicuramente i partiti di Destra non avrebbero al loro arco questa freccia formidabile. Gli italiani, ad esempio, si sono sentiti abbandonati dall’Unione Europea e hanno percepito il proprio Paese come una sorta di immenso campo profughi, cosa che non è esattamente vera. Responsabili dell’ascesa dei movimenti nazionalisti sono anche i partiti di Sinistra che hanno saputo affrontare l’emergenza migratoria con un unico argomento, quello dell’accoglienza e della solidarietà umana: si tratta di un argomento si per sé assolutamente accettabile; l’errore è stato, però, il non esser stati in grado di guardare al di là dell’emergenza, nel non aver saputo affrontare il fenomeno nella sua complessità. Sarebbe stato necessario andare alla radice del fenomeno ed intervenire a livello europeo: questo non è stato fatto e, in questo modo, è stata favorita la propaganda dei partiti di Destra.

La naturale tendenza dei nazionalismi a scontrarsi tra loro, attualmente, sembra essere stata momentaneamente superata in nome di un conflitto con l’idea sovranazionale della UE: è una percezione corretta o, in realtà, le antiche diffidenze e conflittualità tra Paesi continuano a covare nella pancia dell’Europa?

La contrastività è un elemento strutturale di qualunque identità; un’altra cosa è il contrasto politico. Questi partiti nazionalisti, quello italiano, quello tedesco, quello francese, quello magiaro, quello austriaco e così via, anche se sono simili tra loro e se portano avanti una propaganda politica sostanzialmente identica, in realtà hanno interessi contrastanti tra di loro perché il loro disegno politico è estremamente egoistico. Per fare un esempio, se Salvini dice che bisogna redistribuire i migranti perché l’Italia non è un campo profughi, non trova la solidarietà dei suoi confratelli politici a Est, perché cechi, magiari ed austriaci non accettano di prendere in carico nessun migrante: non c’è una sorta di ‘Internazionale di Destra’. Ogni partito di Destra è profondamente e sostanzialmente egoista: ognuno è contro tutti gli altri e c’è una forte rissosità tra Governi e tra Paesi. Questo è il sintomo evidente della fase di declino che l’Unione Europea sta attraversando: il senso di appartenenza all’Europa ha avuto un picco quando è entrata in vigore la moneta unica, all’inizio del millennio,  allora c’era entusiasmo e l’euro era un simbolo tangibile di questa unione; adesso c’è sconforto, c’è pessimismo e ostilità, perché c’è stagnazione economica, perché c’è questo forte flusso migratorio e gli Stati europei litigano tra loro. I greci accusano la Germania di dissanguare il loro Paese, i tedeschi accusano la Grecia di scaricare il suo debito statale sui contribuenti degli altri Paesi europei; Francia, Italia e Germania, cioè la parte occidentale dell’Unione Europea, accusano Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca di non voler accogliere le quote di rifugiati, Polonia ed Ungheria d’altro canto, accusano l’Unione Europea di imporre misure che violano la loro Sovranità; in generale, la triade composta da Germania, Francia e Italia, accusa i Paesi dell’Est di sfruttare i vantaggi economici derivanti dall’adesione all’Unione ma di rifiutarne gli oneri, l’Austria accusa l’Italia di non esercitare i dovuti controlli sui migranti irregolari; allo stesso modo in cui, fino ad un anno fa, si accusava la Grecia di lasciar passare i migranti siriani che sbarcavano dalla Turchia, l’Italia continua ad accusare i Paesi dell’Europa settentrionale di essere lasciata sola ad affrontare i problemi legati al flusso migratorio del Mediterraneo. Insomma, sembra che l’Unione Europea non riesca a trovare il modo di uscire da questa impasse per trovare una nuova direzione di sviluppo.

In una società sempre più globale e multietnica, in cui identità molto diverse tra loro vengono a dover convivere sempre più spesso a stretto contatto, come si può prevedere che evolva il concetto di Nazionalismo? È realistico aspettarsi l’esplosione di nuovi conflitti?

Non è necessario aspettarsi i conflitti: la storia degli ultimi due o tre decenni è costellata di conflitti continui. La Storia dell’Europa e del resto del pianeta, negli ultimi decenni, è stata una serie di continue guerre locali o di conflitti economici e questo perché la Globalizzazione non è un processo di pacifica omogeneizzazione a livello planetario. È tutto il contrario: è vero che ci sono crescenti somigliane e che girando per il pianeta sembra di vedere dappertutto gli stessi paesaggi, gli stessi grattaceli, gli stessi centri commerciali, gli stessi telefonini, come se tutti stessero diventando uguali a tutti; in realtà non è così, perché, sul piano culturale, la Globalizzazione fa sì che, in ogni Paese, ciò che viene importato dall’Occidente venga vissuto, utilizzato e declinato in relazione alle matrici culturali locali. Ci sono ancora diversità culturali consistenti. Sul piano economico, poi, ci sono conflitti forti per le risorse energetiche, ci sono conflitti relativi alla tutela ambientale. La realtà planetaria, quindi, è attualmente una realtà estremamente problematica e inquieta: i grandi macro-soggetti politici, che sono l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, che sono terribilmente in conflitto fra loro; ci sono poi gli interessi dei Paesi emergenti, come Brasile ed India. Insomma, il panorama attuale è inquieto e, direi, abbastanza minaccioso.

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