giovedì, Ottobre 28

Alla Camera, tutto è bene quel che finisce bene Il primo passo del Job Act è legge

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Dopo i disperati tentativi degli scorsi giorni messi in campo dall’opposizione per rimandare il voto di fiducia, questa mattina è stato approvato definitivamente approvato il DL lavoro alla Camera con 279 sì, 143 no e 3 astenuti. Diviene così legge il primo pilastro del Jobs Act fortemente voluto dal Governo per rilanciare l’occupazione e per semplificare gli adempimenti a carico delle imprese. Visibilmente compiaciuto il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: «Sono davvero soddisfatto e voglio ringraziare i deputati ed i senatori per il loro impegno»; e aggiunge che grazie a questa legge ora «le imprese potranno assumere senza preoccupazione».

Viva soddisfazione l’ha espressa anche il presidente della Commissione Lavoro di Montecitorio Cesare Damiano, che era stato tra i principali fautori delle modifiche del testo del provvedimento alla Camera: «Il DL lavoro mantiene inalterata nella sua formulazione finale la sostanza delle correzioni apportate in prima lettura alla Camera. (…) Questo per il PD è un elemento di grande soddisfazione perché, nonostante i proclami del NCD, non si è tornati al testo originale». Ora, ha aggiunto Damiano, «l’impegno si sposterà sul tema della Delega e sui suoi capisaldi essenziali come il contratto di inserimento a tempo indeterminato, per il quale dovrà valere a regime anche la tutela dell’articolo 18 e sugli ammortizzatori sociali, che andranno estesi anche ai lavoratori precari». Sul contratto di apprendistato, poi ha puntualizzato: «Noi siamo infatti d’accordo su questa tipologia contrattuale, ma a condizione che si preveda una prova lunga e che, terminato quel periodo, ci sia una stabilizzazione».

Dopo il voto sul DL lavoro, a Montecitorio il clima si è fatto rovente a causa del voto per l’arresto di Francantonio Genovese, il deputato PD accusato dalla Procura di Messina di associazione a delinquere, riciclaggio, peculato e truffa. Tutto è cominciato quando si è ventilata l’ipotesi che la votazione potesse essere rimandata a dopo le europee: la sospensione dei lavori per convocare la conferenza dei capigruppo è stata richiesta dal PD per consentire la calendarizzazione del DL casa (da convertire in legge entro il 27 maggio), ma M5S, FI e Lega Nord hanno visto nell’interruzione uno stratagemma per arrivare al rinvio del voto. Roberto Speranza, capogruppo dei dem, è intervenuto per precisare che «Su Genovese voteremo a favore dell’arresto come abbiamo fatto in giunta e chiederemo il voto palese, ma qui qualcuno ha bisogno di agitare uno scalpo. Il PD ha deciso di votare sì all’arresto e così farà. Lo faremo alla luce del sole, non chiederemo il voto segreto e chiederemo agli altri gruppi di non fare la richiesta di voto segreto. La posizione del PD è chiara. Invece c’è qualcuno in quest’aula che vuole agitare uno scalpo in campagna elettorale, esibire un trofeo, veder scorrere il sangue. Non lo permetteremo. Per questo voteremo a favore della capigruppo, avere una data certa per il voto e togliere questo tema dalla campagna elettorale». Non placati dalla dichiarazione di Speranza, i deputati 5Stelle hanno istituito un presidio davanti agli uffici del Presidente della Camera Laura Boldrini, in attesa dell’inizio della riunione dei capigruppo: «Siamo qui in un presidio democratico – hanno rimarcato – abbiamo convocato tutti i deputati, per vigilare e fare pressione».

Anche FI e andata all’attacco, dichiarando il proprio voto contrario all’arresto di Genovese e rifiutando di appoggiare la mozione per il voto segreto dell’aula della Camera. All’indirizzo del PD, Renato Brunetta ha detto che «Se Speranza vuole votare sull’arresto di Genovese dopo le elezioni noi siamo d’accordo, ma lo chieda a testa alta in questa aula. Noi siamo stati sempre garantisti, il PD spesso non lo è stato».

Dopo una lunga e faticosa riunione, la conferenza dei capigruppo a Montecitorio ha deciso che il voto sull’arresto di Genovese si sarebbe svolto a partire dalle ore 16.30, con l’impegno di tutti i gruppi parlamentari di non chiedere il voto segreto. È stata così accolta la richiesta del premier Matteo Renzi di procedere con una voto palese, in maniera da evitare trappole che avrebbero potuto “salvare” Genovese, mettendo in seria difficoltà il PD.

In serata, in un’atmosfera tesissima, si è svolta la votazione: la Camera ha concesso l’autorizzazione all’arresto di Genovese con 371 voti a favore e 39 i contrari. L’esito è stato accolto da un imbarazzante silenzio; un composto silenzio anche dalle fila del M5S.

Hanno votato contro la richiesta di arresto FI, NCD e 6 deputati del PD: Maria Amato, Giuseppe Fioroni, Tommaso Ginoble, Gero Grassi, Maria Gaetana Greco e Maria Tindara Gullo. Si è astenuta Paola Bragantini. 13 deputati del PD erano in missione e 33 quelli che non hanno preso parte alla votazione. Non ha preso parte alla seduta neppure Genovese, che in queste ore è a Messina, dove risiede, ed è già pronto a costituirsi.

Sul voto è intervenuto anche Silvio Berlusconi «I nostri deputati hanno votato contro l’arresto. Noi siamo garantisti sempre e comunque».

In occasione del 197° anniversario della costituzione della Polizia Penitenziaria, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio ufficiale a Giovanni Tamburino, capo del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria. Oltre a esprimere gli auguri di rito, Napolitano ha colto l’occasione per richiamare ancora una volta all’attenzione dell’opinione pubblica il problema del sovraffollamento delle carceri: «Sono lieto di formulare, a nome di tutta la Nazione e mio personale, le più vive espressioni di gratitudine agli uomini e alle donne della Polizia Penitenziaria per il costante e generoso impegno che pongono nell’adempimento dei loro doveri istituzionali. La presenza vigile e la non comune professionalità del Corpo di Polizia Penitenziaria hanno consentito di mantenere l’ordine e la sicurezza negli Istituti nonostante la critica, intollerabile situazione di sovraffollamento – cui è urgente porre adeguato rimedio  e hanno contestualmente assecondato il percorso di rieducazione dei detenuti, contribuendo all’adempimento di precisi obblighi di natura costituzionale. Sono certo che il continuo sforzo di aggiornamento, lo spirito di servizio e il profondo senso dell’istituzione che connotano la Polizia Penitenziaria ne agevoleranno l’utile impiego anche nell’ottica di un ripensamento del sistema sanzionatorio e di una rimodulazione dell’esecuzione della pena, indispensabili per superare la realtà di degrado civile e di sofferenza umana riscontrabile negli istituti. Con il pensiero rivolto agli appartenenti al Corpo che hanno operato fino all’estremo sacrificio nell’assolvimento dei loro compiti, giungano a tutti voi, ai vostri colleghi non più in servizio e alle vostre famiglie i più fervidi voti augurali».

Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia, a margine della Conferenza delle Regioni, si è sentito in dovere di ribattere al messaggio del Presidente della Repubblica precisando che «C’è un sovraffollamento delle carceri e ci sono condizioni di disumanità, è vero, ma la nostra posizione è chiara: la risposta sono le nuove carceri, non la scarcerazione. (…) La parte debole del sistema non è rappresentata dai carcerati ma dalle vittime di violenza o di omicidi. Le pene siano scontate in carcere e la funzione riabilitativa si fa con carceri nuove, usando ad esempio le caserme del demanio: escluse quelle nei centri delle città, le altre vanno dedicate a microstrutture per reati minori». Un discorso, quello di Zaia, che ripropone un vecchio cavallo di battaglia della Lega Nord e che a qualche maligno è sembrato dettato da una mera finalità elettoralistica.

Un Silvio Berlusconi apparso imbolsito nel fisico e nella dialettica ha preso parte all’odierna puntata di “Coffe break”, in onda su La7. Nel suo intervento l’ex Cavaliere si è lungamente soffermato sul presunto complotto per spingerlo alle dimissioni nel 2011, rivelato dall’ex Ministro del Tesoro USA Tim Geithner: «Le mie dimissioni sono state responsabili ma non libere. Ci sono state molte pressioni!». A riguardo, Berlusconi ha ricordato come «A seguito di tutta una serie di interventi avemmo molti nostri parlamentari che, eletti dai nostri elettori per essere contro la sinistra, passarono dall’altra parte nel tentativo che fece Fini nel 2010 di cambiare la maggioranza, cosa che arrivò a concludersi il 14 dicembre con un fallimento. Da quel momento si scatenò una tempesta perfetta. (…) Da un lato la magistratura che si inventò cose incredibili contro di me, che fece male certamente alla mia immagine in Italia, in Europa e nel mondo. Poi la situazione dei Paesi come la Germania, su cui effettivamente pesava la mia presenza, essendo l’unico uomo che veniva dalla trincea del lavoro e dell’impresa, gli altri erano o politici di professione o, per i Paesi dell’Est, sindacalisti passati alla politica».

«Non sarò io il leader del Centrodestra nel 2018» afferma Berlusconi, confermando una decisione mai risuonata tanto definitiva e pesante. Non è improbabile che Marina Berlusconi abbia sciolto positivamente le sue riserve per la successione alla guida di FI e del centro-destra; ad ogni modo alla domanda su chi possa essere a guidare, l’ex premier risponde che «non si può dire chi sarà il leader perché non spuntano come funghi. Pensiamo a Matteo Renzi che è stato catapultato a palazzo Chigi, chi se lo sarebbe potuto immaginare. Cosa farà Renzi nel 2018? Non si possono fare previsioni io penso potrebbe recare danno all’interessato fare una previsione per cui mi astengo».

Tutt’altro che ottimista, poi, sulle prospettive di durata del Governo: «Le condizioni dell’economia sono tali per cui non si arriva al 2018, le elezioni ci saranno tra un anno, un anno e mezzo». Decisamente poco rassicuranti per Renzi sono le dichiarazioni di Berlusconi sull’Italicum e sulle riforme costituzionali, ma va altresì rilevato come questi due temi siano stati da più parte oggetto di strumentalizzazione durante questa campagna elettorale per le europee. In margine alla legge elettorale, il leader di FI ha sottolineato che «ci sono tante e tali pressioni che il Governo ha deciso di votarla in Parlamento non prima delle riforme, e di spostarla a dopo la riforma del Senato. Questo per colpa delle pressioni che riceve dalla stampella che tiene in piedi il Governo: Alfano ha la golden share del Governo. Io non ho mai insultato nessuno quando parlo di NCD fotografo la realtà. Si tratta di un gruppo di senatori eletti con il simbolo PDL, in cui c’era la scritta ‘Berlusconi’, con il mandato di contrastare la sinistra, mentre loro ora tengono in piedi Governo; le mie osservazioni sono critiche ma sono osservazioni della realtà. Non ho mai detto ad Alfano di essere un traditore, non pronuncio una frase di questo genere, una volta in Sardegna ho detto ‘il partito degli utili idioti’ ma perché vidi un cartello che aveva un signore». Facendo mostra di rimangiarsi gli impegni presi con il ‘patto del Nazzareno’, l’ex Cavaliere prende le distanze anche dalla riforma del Senato: «Non lo voteremo, perché è un pasticcio che sembra tale ai nostri senatori e a molti senatori della sinistra. Noi restiamo fissi sui temi impegnati ma Renzi ha varato una legge in Cdm senza interpellarci, ce la siamo trovata in Senato. È una legge inaccettabile».

Durissimi i toni nei confronti di Beppe Grillo e di Gianroberto Casaleggio: «Grillo è un pericolo reale per il nostro paese è assimilabile tra i più terribili e sanguinari della storia non è solo uno che sbraita ma è un distruttore aspirante dittatore con Casaleggio che gli fa da suggeritore. Grillo punta a distruggere il Parlamento, i delegati che lui vuole sono quelli del web a cui comanda lui e Casaleggio. Ha annunciato anche una nuova marcia su Roma. Io non l’ho mai annunciata e pensata. Sono la persona più serena e democratica che esiste». Non è la prima volta che Berlusconi si esprime con tale veemenza nei confronti del leader 5Stelle; i motivi vanno senza dubbio ricondotti al tentativo di recuperare i voti di quei moderati che hanno votato o sarebbero orientati a votare M5S. Visti anche gli affondi nei confronti del NCD, gli spin doctor dell’ex Cavaliere forse ritengono che i moderati rappresentano il potenziale bacino elettorale che potrebbe consentire a FI di recuperare il terreno perduto nell’ultimo anno.

Singolare il punto di vista dell’ex premier sulla sentenza Mediaset, della quale ha iniziato a scontare in questi giorni la pena presso la Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Berlusconi non ritiene che si possa parlare di sentenza definitiva, perché «Da quando c’è l’Europa non si può parlare di sentenza definitiva. In Italia c’è un processo che si chiama ‘revisione del processo’, mentre in Europa si può fare ricorso alla Corte UE dei diritti dell’uomo. Il termine definitivo è superato dalla storia». Sarà!

 

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