mercoledì, Maggio 19

Algeria: al voto cercando un futuro di stabilità

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Oggi oltre 23 milioni di algerini sono chiamati oggi in tutto il Paese a scegliere i 462 deputati (fra 12mila candidati) che siederanno, per i prossimi cinque anni, all’Assemblea nazionale del Popolo, la camera bassa del Parlamento. Gli analisti danno in vantaggio il Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), che dal 1962 all’inizio degli anni ’90 ha governato il Paese in regime di partito unico, a cui appartiene l’attuale Presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999, Fln dovrebbe mantenere la sua attuale maggioranza (221 seggi nel voto del 2012). Conferme previste anche per la seconda forza, il Raggruppamento demo­cratico nazionale (RND, alleato di coalizione dell’Fln, con 70 seggi nel 2012) e i partiti islamisti, che tre anni fa soffrirono una dura sconfitta nonostante le speranze di affermazione suscitate dalla Primavera Araba.

Suscita una certa preoccupazione l’alto tasso di astensionismo atteso. Nelle legislative del 2012, si recò alle urne solo il 43% circa dell’elettorato, e quest’anno è venuto da più parti l’appello al boicottaggio delle elezioni. In lizza ci sono 63 partiti. Attualmente, l‘alleanza presidenziale al potere, costituita dall’Fln (221 seggi) e dal Raggruppamento democratico nazionale (Rnd, 68 seggi) costituisce la principale forza politica.
Partecipano, attraverso due coalizioni rivali e un nuovo partito, anche i diversi partiti islamisti, che nel 2012 hanno ottenuto 60 seggi. Ma l’Islam politico in Algeria è frammentato e, anche per questo, ha scarsa presa sull’elettorato.
Scetticismo rispetto alle quote rosa: per arrivare al 30% di candidature femminili imposto dalla legge, la stampa locale accusa le formazioni islamiste di aver proposto ad alcune donne di candidarsi per mera formalità. Lo proverebbe il fatto, di cui la stampa ha già parlato nelle scorse settimane, che le foto con i volti delle candidate non apparivano neanche sui manifesti elettorali, accanto a quelle dei colleghi uomini. L’appuntamento rappresenterà una tappa importante nel delineare gli scenari futuri del Paese, dove l’era di Bouteflika, che versa in gravi condizioni di salute, sembra volgere al termine e la successione è ancora molto nebulosa.

Le legislative arrivano in un momento in cui l’Algeria è alle prese con una grave crisi finanziaria causata dalla diminuzione dei ricavi petroliferi -gli idrocarburi garantiscono più del 95% delle esportazioni e circa il 60% delle entrate fiscali-; inoltre, il Governo uscente è stato oggetto di forti critiche per il mancato rispetto delle promesse elettorali riguardo a edilizia sociale e altri servizi di base e le non buone condizioni di salute del Presidente lasciano dubbi sulla capacità di tenuta del Governo.
Alcuni analisti ritengono che il Paese sia sull’orlo di una seconda ondata della cosiddetta ‘primavera araba’, o, più correttamente, una nuova guerra civile -dopo quella del così detto ‘decennio nero’- c’è il rischio che prenda forma, e lo scontro tra islamisti e lo Stato potrebbe essere molto più violento di quello iniziato nel 1992, con il colpo di Stato militare, e terminato negli anni dal 1999 -anno dell’elezione del Presidente Bouteflika- al 2002   -le intelligence occidentali ne sarebbero perfettamente consapevoli già da fine 2016. Sei anni dopo le rivolte arabe, il regime algerino, comunque, ha mostrato un notevole grado di stabilità e tenuta nella continuità. La longevità del regime può essere spiegata dalla combinazione di elementi sia dell’autoritarismo che della democrazia, spiega l’analista Dalia Ghanem-Yazbeck, del Carnegie Middle East Center di Beirut.
Il regime algerino è, infatti, un ibrido, sostiene Ghanem-Yazbeck. Il regime ha aperto l’arena politica, ha permesso una maggiore libertà di associazione, ha liberalizzato (selettivamente) l’economia pur continuando a cooptare grandi e diversi gruppi di interesse e personalità e ad utilizzare la coercizione per evitare disordini sociali.
L’Algeria ha fatto il primo passo verso la democrazia nel 1989, quando è finita l’epoca del partito unico. L’esperienza, sostiene Ghanem-Yazbeck, è stata breve (1989-1991), disordinata e disordinata, tuttavia la società civile è fiorita e la competizione elettorale ha preso forma. Oggi ci sono 23 partiti. L’arena politica è prevalentemente divisa tra gruppi nazionalisti, berberi, democratici, indipendenti e islamisti che sono entrati nel processo democratico nel 1995. Questi elementi democratici sono mescolati a quelli autoritari, come l’oppressione di figure dell’opposizione, ostacoli giuridici alla formazione dei partiti e dei finanziamenti, nonché restrizioni all’accesso ai media e ai fondi. Le frodi rendono le elezioni sicure per il regime.
Il secondo meccanismo che garantisce comunque la stabilità del regime è rappresentato dai media e dal sistema associativo. L’Algeria ha una stampa tra le migliori del continente africano. Altresì, i social media hanno dato ai giovani uno spazio virtuale per contestare e le piattaforme come Facebook diventano importanti valvole di sfogo per lenire la pressione sociale. Internet è libero, ma lo Stato controlla le attività e fa scattare la repressione quando giudica che i limiti siano stati superati. I giornalisti, i blogger, gli editori, gli editori e gli attivisti dei diritti umani possono essere perseguitati, arrestati o imprigionati, giornali sequestrati. Per quanto riguarda il mondo associativo, prosegue Ghanem-Yazbeck, ci sono 1.027 nazionali e 92.627 associazioni locali legalmente registrate nel Paese. Il regime ha ridotto le loro capacità di costituire un pericolo con una serie di provvedimenti.
Il terzo strumento che assicura la stabilità del regime è la liberalizzazione economica. Lo Stato algerino rimane il principale attore economico del Paese. Dal 2001 ha introdotto riforme per accrescere il settore privato e gli investimenti esteri. Le riforme economiche, però, sono selettive e sono tese ad arricchire i sostenitori del regime e rafforzare le alleanze tra uomini d’affari importanti e loro alleati politici.
Il quarto strumento è la coercizione. Le forze di sicurezza ricevono importanti incentivi materiali per proteggere il regime da gruppi dissidenti. Un giocatore cruciale rimane l’apparato militare che detiene un potere molto forte in Algeria. È l’istituzione più professionale e organizzata del Paese. Malgrado le critiche popolari, la maggior parte degli algerini lo vede come ‘salvatore’ che lo protegge dal Front Radical Islamic Salvation (FIS) e garantisce la stabilità del Paese.

L’ex Ambasciatore e Scientific Advisor dell’ISPI, Armando Sanguini, in una analisi sostiene: «nell’immediato vi è un duplice, incombente e potenzialmente dirompente protagonista: l’esito di questo voto, combinato con il dato dell’affluenza alle urne e soprattutto il momento della successione di Boutlefika».

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