mercoledì, Dicembre 8

Alessandro e Tito, due cuori in fuga Cronaca di un dramma sociale, di una battaglia che ci auguriamo non venga combattuta

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Sì, l’universo famigliare può anche essere questo tunnel degli orrori. Talvolta non lo è, ad esempio quando madre e padre riescono nell’impresa di formare un nucleo persino a prescindere dall’intangibilità della loro reciproca passione. Diventando amici, per dirne una, senza pretendere giostre erotiche in mezzo a una asfittica quotidianità coniugale. Più spesso, invece, si scatena la routine dei separandi, e con essa si attivano tutti gli immaginabili meccanismi di ritorsione di cui sopra. Dire che ci rimettano i bimbi è un’ovvietà. Malamente, ci rimettono. Perché il loro universo è bidimensionale, tentare di ridurlo o di dividerlo è un atto demente. Si dice che lo strapotere materno sia ingestibile, pur se la giurisprudenza abbia cominciato a mettere i suoi bravi paletti. Bastano? Fino al punto in cui si smarrisce il buon senso e tutto viene affidato ad assistenti e a mediatori famigliari che operano nel segno del luogo comune: non hanno il tempo o l’opportunità di indagare sul serio e temono di incidere sulla norma vigente.

È vero, esiste l’istituto dell’affidamento congiunto ma la sua applicazione risulta quanto mai ardua senza la piena collaborazione dei due genitori. Infine, basta insinuare nei giudici dei dubbi sulla certezza del genitore alfa, che si apre il caos. Ovvero si avviano delle procedure semi-automatiche di controllo che intanto mangiano il possibile tempo comune tra il bimbo e il papà. Si impongono controlli penosi, umilianti per entrambi, la cui urgenza verrebbe meno solo a un’indagine attenta e circostanziata sul caso. Il che non è avvenuto per il bene del piccolo Tito e per l’amore di papà Alessandro. «Io e Tito siamo talmente abbrutiti dalle costrizioni innaturali che ci hanno imposto che neanche ricordavo quel senso di pace che ha caratterizzato la nostra piccola vacanza». E sinora non hanno certo vinto mamma Katia e la sua avvocatessa Paola. Non hanno ottenuto nulla, hanno solo tolto a un bambino di cinque anni il suo diritto alla piena felicità.

In casi come questo non vi sono rivendicazioni di genere da urlare, c’è da cambiare qualcosa, al più presto. Occorre che la nostra giurisprudenza si adegui agli standard dei Paesi occidentali avanzati, ‘realizzando’ la pari responsabilità dei genitori, spegnendo i conflitti sul nascere, verificando seriamente e con prontezza l’attendibilità di accuse gravi, dando per scontate la parità e la funzione della mamma e del papà nella vita di un bambino.

«Questa mia bacheca», scriveva ieri Alessandro Del Grande, «sta diventando un luogo dove si scambiano idee e si forniscono contributi importanti ad una vicenda umana che ha suscitato l’interesse di migliaia di persone. È molto bello, apre ad una speranza che avevo ormai perso, come avrete visto ho voluto ringraziare personalmente in privato tutti quelli che hanno avuto un pensiero per mio figlio, me e Katia. C’è un elemento che voglio che sia chiaro, che riguarda il mio modo di vedere le cose e che mi piacerebbe che chi frequenta questo mio spazio virtuale tenesse di conto quando si esprime e quando prende posizione su un fatto o commenta un mio post. Se ci fosse una partita ideale tra uomini e donne o tra padri e madri io probabilmente farei un tifo sfegatato per le donne e per le madri. Non voglio diventare la bandiera di atteggiamenti misogini e maschilisti perché non mi appartengono e non fanno parte della mia cultura. Qui non ha alcun senso generalizzare. Questa è la storia di Alessandro, di Katia e di Tito e non è niente di più. Io non sonogli uominie Katia non èle donne’. Siamo due persone in un momento difficile della vita con delle responsabilità. Il mio obiettivo è superarle e diventare anonimi e normali genitori separati che si prendono cura del proprio bambino. Se volete aiutarci dovete sapere che questo è il mio obiettivo».

Aiutiamo Tito, aiutiamo Alessandro, non già a vincere la loro battaglia, bensì a non combatterla. Perché non combattere è spesso la migliore strategia per far sì che a vincere siano gli innocenti.

 

 

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