martedì, Luglio 27

Aleppo ha radici lontane: perché muoiono i civili in guerra

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In questi giorni è sotto i riflettori Aleppo  -proprio oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunirà in emergenza per parlare dell’escalation di violenza nella città siriana, perchè «Aleppo è in fiamme, e i suoi civili vengono uccisi», come ha affermato l’Ambasciatore inglese, avanzando, insieme al collega della Francia, la richiesta per la riunione di emergenza. Ma Aleppo è solo l’ultimo ‘caso’: le vittime inermi’ -i civili- delle guerre ormai da tempo hanno superato per numero i caduti delle Forze Armate combattenti.
Le numerose perdite civili nei conflitti armati sono attribuibili a diversi fattori: dall’arma psicologica al danno collaterale.

Tra i vari insegnamenti fornitici da Sun Tzu, autore del più famoso e antico manuale di guerra, ‘L’arte della guerra‘, il più conosciuto, sul quale si basa buona parte della filosofia bellica del Generale cinese, consiste nel vincere guerre senza il bisogno di combatterne le battaglie.

Il vero vincitore della guerra, secondo l’antico stratega, non è colui che vince cento battaglie, ma chi riesce a piegare la volontà del proprio avversario senza spendere le sue risorse e logorare le sue forze in grandi scontri.

Il saccheggio di una città, la distruzione di mura, l’uccisione degli abitanti di un villaggio: ribelle sono tutte tecniche usate dai Generali del passato al fine di indurre ad una istantanea resa il nemico.
Da questi precetti è nata e si è sviluppata tutta la dottrina della guerra: fiaccare il morale del nemico risulta più premiante della distruzione dei suoi apparati.
Lo stesso Napoleone Bonaparte sosteneva che anche un esercito male in arnese, se dotato di forti convinzioni morali, può piegare nel lungo periodo un esercito ben armato, ma caratterizzato da una scarsa convinzione a lottare.

Nelle attuali guerre questi millenari principi sono più che mai validi: si tenta di distruggere il proprio nemico con azioni rapide, violente, spesso crudeli, volte ad annientare la sua volontà di combattere, colpire gli alleati dell’avversario nei loro punti più sensibili, al fine di dare un monito forte a potenziali cobelligeranti.
Queste azioni spesso erano legate alle cosiddette ‘operazioni psicologiche’, che anche in tempi tristemente recenti hanno contemplato brutali esecuzioni di prigionieri o distruzione di veri e propri simboli nazionali nemici. Sono queste caratteristiche comuni a tutti i conflitti, tuttavia oggi molto presenti nei conflitti in Siria, in Iraq e in Libia.

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