giovedì, Dicembre 2

Aldo Moro: vittima di disorganizzazione dello Stato e dilettantismo politico delle BR 1978 - 2018: 40 anni fa l’attacco più violento alla Repubblica Italiana. Che USA e URSS non vedessero di buon occhio l’operazione politica del Compromesso Storico è un fatto, ma da qui ad affermare che ci fu la mano delle superpotenze ce ne corre.

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I protagonisti di questo grande disegno strategico, oltre a Moro, erano Berlinguer, il Segretario politico del PCI che come detto aveva portato quel partito  -lentamente ma inesorabilmente- su posizioni sempre più democratiche, fino ad arrivare a strappi più o meno accentuati con l’URSS di Breznev, e Ugo La Malfa, che dalla sua posizione di leader di un piccolo partito come quello Repubblicano riteneva che solo l’ingresso in maggioranza del PCI avrebbe portato alla normalizzazione economica e sociale del Paese. Alleati riluttanti al quello che sarebbe stato poi chiamato ‘Compromesso Storico’ erano invece il PSI di Bettino Craxi, costretto a partecipare per evitare il rischio di rimanere schiacciato tra i due grandi partiti usciti vincitori dalle elezioni del 1976, e Giulio Andreotti, da sempre l’ ‘uomo di Governo’ della DC, Presidente del Consiglio uscente.

Non fu, ovviamente, un percorso semplice. I democristiani di destra si opponevano, in nome di un anticomunismo che era solo in parte pregiudiziale, ma che spesso nascondeva la difesa di interessi più o meno segreti, all’ingresso del PCI in maggioranza. Ma erano soprattutto gli Stati Uniti che fecero capire, in maniera né delicata né cortese, che quella manovra politica loro non la gradivano. Una nota ufficiale del Dipartimento di Stato USA del 12 gennaio 1978 recitava che «Noi non siamo favorevoli a tale partecipazione (del PCI nel governo ndr) e vorremmo vedere diminuire l’influenza comunista nei Paesi dell’Europa Occidentale». Persino Andreotti si irriterà, chiedendo all’ambasciatore statunitense in Italia un chiarimento a tale ‘interferente intelligenza’, come il politico romano scrisse nei suoi diari. Paradossalmente, ma neanche poi troppo, la collaborazione tra DC e PCI non era gradita neanche all’URSS di Breznev, che nel momento in cui il PCI accettava il sistema di democrazia parlamentare vedeva sconfessato il suo modello di democrazia socialista proprio dal più grande Partito Comunista dell’Europa Occidentale. La tensione tra Berlinguer e i vari esponenti del Patto di Varsavia, Breznev in testa, era notevole, e ci fu anche più di un sospetto che, durante una visita a Sofia nel 1973, l’incidente automobilistico di cui il segretario del PCI fu vittima e dal quale ne uscì indenne fosse in realtà un attentato dei servizi segreti di oltrecortina.

Chi oggi ha meno di quaranta anni e che quindi ha solo letto, e non vissuto, quegli anni fa fatica a capire la gravità di determinate tensioni , ma ricordiamo che il 1978 è più lontano temporalmente da noi di quanto non lo fosse dalla fine della II Guerra Mondiale e dall’inizio della Guerra Fredda, che aveva portato i carri armati sovietici a Praga nel 1968 ed il colpo di Stato di Pinochet -eterodiretto dagli USA- in Cile cinque anni più tardi, solo per citare gli episodi più eclatanti del decennio precedente. Interferire negli affari interni di altri stati dei propri ‘blocchi’, così come questi erano stati definiti alla fine della II guerra mondiale, era forse inopportuno, ma le due superpotenze non si facevano di certo questi scrupoli, e la situazione non sembra sia cambiata molto da allora.

Il tentativo di Moro e di Berlinguer, quindi, andava in una direzione opposta a quella che definita dalle due superpotenze mondiali, una direzione difficile da percorrere, ma che sembrava essere l’unica possibile per cercare di risollevare l’Italia, che dopo i decenni del boom economico stava attraversando una fase di crisi non indifferente.

Gli incontri tra Moro e Berlinguer furono tanti, nell’arco di quegli anni, e furono quelli di due uomini che , ritrovatisi su sponde opposte capiscono ognuno le ragioni dell’altro, individuando nella crisi del paese anche un’opportunità importante per cambiare in maniera drastica le regole di un gioco che aveva portato per trent’anni a non avere alternanza nelle maggioranze parlamentari.

Sponde opposte in tutto, quelle dei due statisti: sia come formazione politica (Moro era un professore universitario, Berlinguer un uomo nato e cresciuto nel Partito), sia come empatia verso l’opinione pubblica. Moro era infatti noioso nei suoi discorsi, e non apprezzato dalla stampa, che lo chiamava il ‘Dottor Divago’. Berlinguer era al contrario un oratore formidabile senza essere demagogo ed era così adorato da tutti da costringere Eugenio Scalfari, che pure lo apprezzava, ad avvertire in un’editoriale del neonato quotidiano ‘La Repubblica’ che ‘Berlinguer non è la Madonna’ e che quindi era criticabile. Ma erano loro due che prima di tutti avevano visto la crisi degli equilibri dell’epoca che le elezioni del 1976 avevano certificato, e che, sempre prima di tutti, avevano anche trovato la soluzione.

Nel suo ultimo discorso pubblico, 16 giorni prima del rapimento, Moro, nel suo solito stile ambiguo e arzigogolato fu forse chiaro come non mai. Parlò ai parlamentari DC del fatto che una battaglia con due vincitori crea una situazione di stallo dove ognuno immobilizza l’altro, e che era obbligatorio «trovare un’area di concordia, un’area di intesa tale da consentire di gestire il Paese finché durano le condizioni difficili alle quali la storia di questi anni ci ha portato». Area di concordia che il PCI dimostrava di voler trovare. Era un’opportunità da sfruttare; del resto, disse, «Se non avessimo saputo cambiare la nostra posizione quando era venuto il momento di farlo non avremmo tenuto, malgrado tutto, per più di trenta anni la gestione del Paese». L’anticomunismo aprioristico doveva quindi terminare. Anche se «un’intesa politica che introduca il PCI in piena solidarietà con noi non la riteniamo possibile». Cercava, Moro, di convincere i riluttanti democristiani ad accettare l’ingresso del PCI in maggioranza.

Dall’altro lato, il PCI chiedeva poco, consapevole che già il solo fatto di far parte della maggioranza di governo sarebbe stato un successo. Acconsentiva ad una riconferma del governo ‘monocolore’ DC come quello appena cessato, ed accettava anche la conferma di Andreotti a Presidente del Consiglio. Le uniche richieste fatte erano la riduzione del numero di ministeri e sottosegretariati, la non riconferma dei ministri più dichiaratamente anticomunisti, la nomina di qualche “tecnico” in alcuni ministeri particolari.

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