venerdì, Maggio 14

Aldo Moro per sempre image

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Oggi, mentre scrivo, è una giornata splendida.  Il sole è quello della primavera romana, sempre un po’ in anticipo rispetto all’Europa, dove il ventuno marzo  è una data simbolica e le temperature non invitano ancora a mettere via cappotti e maglioni. ‘Quel16 marzo del 1978, trentasei anni fa, era una giornata simile, soleggiata e frizzante, mentre in via Mario Fani, strada né brutta né bella della nuova periferia residenziale romana, stava cambiando la nostra Storia.

Come per la gran parte dei misteri nazionali, del rapimento e del successivo assassinio di Aldo Moro, trucidato 55 giorni dopo l’assalto militare che lasciò senza vita sull’asfalto i cinque componenti della scorta, si hanno ben poche certezze giudiziarie. Ma la maggioranza degli italiani che hanno vissuto quella tremenda vicenda custodisce dentro di sé la propria verità, che col passare degli anni si è trasformata in Storia e in realtà, come lo sanno essere le tradizioni orali, condivise e custodite nella memoria collettiva.

Una verità che ci racconta di un Paese a sovranità limitata, di un tentativo eversivo diventato, con un colpo di bacchetta magica, la base fondante di una restaurazione che dura ancora oggi.
Le generazioni successive a quella dell’epoca dei fatti, ne hanno una visione straniata, tutt’altro che precisa. Colpa dell’enorme mole di scritti, parole, opere cinematografiche, fiction e ricostruzioni televisive, oltre che naturalmente della valanga di carta costituita dagli atti dei tre interminabili processi che seguirono.
Atti in cui si scorgono verità così terribili e, contemporaneamente ,così impossibili da provare, che la memoria dei reduci di quella stagione ha preferito rimuoverne i connotati reali, trasformandola in una specie di leggenda popolare, di cui parlare a bassa voce ai bambini e ai ragazzi, se proprio necessario, per sommi capi e malvolentieri.

A riprova di ciò, basta leggere i commenti dei lettori agli articoli che ieri, sulle versioni on line dei principali quotidiani, commemoravano l’anniversario del rapimento. E’ netta, tangibile la cesura generazionale tra chi è ancora segnato, ferito da quell’episodio cruciale della nostra Storia e chi invece, quasi stizzito dalla rievocazione di un racconto mitologico sepolto nell’oblio, esorta a guardare avanti senza inutili perdite di tempo. Atteggiamento che avrebbe anche una sua ragion d’essere, se non fosse che è solo conoscendo a fondo il passato che si puo’ sperare di costruisce un futuro migliore.

Il fatto è che il grumo stretto intorno al caso Moro e alle storie di quegli anni è un nodo indissolubile, e non solo per le decine e decine di inquirenti, magistrati, testimoni e scrittori che hanno dedicato anni della propria vita alla ricerca di una verità oggettiva. C’è qualcosa che rende impenetrabile la scatola nera della nostra coscienza più di qualsiasi depistaggio e di qualsiasi intrigo di potere internazionale. Ed è la riluttanza, l’impossibilità psicologica di ammettere che le cose non potessero che andare così, che Moro è stato la vittima designata, addirittura più volte annunciata, di un sistema mondiale che non avrebbe mai potuto consentire un andamento diverso da quanto previsto nella Conferenza di Yalta, nel ’45, quando Roosevelt, Stalin e Churchill disegnarono l’ordine mondiale post bellico per i decenni a venire.

Poco più di dieci anni dopo quel 16 marzo sarebbe caduto il muro di Berlino. Il complesso e sofisticato meccanismo che ha avuto il compito occulto di tenere l’Italia al riparo di qualunque cambiamento non ratificato ed approvato da chi reggeva i fili della politica mondiale, le grandi potenze cui, volenti o nolenti,  siamo stati costretti a sacrificare una ragguardevole parte di libertà e di autodeterminazione, è andato via via sgretolandosi insieme a quel muro.  Sotto il quale riposano, insieme a quelle di tanti e tanti altri, le ceneri di Aldo Moro.

 

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