lunedì, Ottobre 25

Albania: elezioni a rischio, sognando l’Europa

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In Albania si va verso le elezioni fissate per il 18 giugno tra mille incertezze, legate al probabile rifiuto, almeno ad oggi, del principale partito di opposizione, il Pd di Sali Berisha, di prendere parte al voto. Ciò si verifica mentre il Paese affronta una crisi e una difficile situazione istituzionale, in cui dal 2013 ha governato il socialista Edi Rama, grazie all’appoggio non trascurabile di Ilir Meta, presidente della Repubblica neoeletto, figura di compromesso e trasformista, già ministro dell’economia con Berisha dal 2009 al 2011. Altro elemento imprescindibile per comprendere la situazione albanese è il fatto che il 18 luglio 2016 il Parlamento albanese abbia votato all’unanimità una riforma della giustizia da tempo necessaria, ma su pressione diretta di Unione europea e Stati Uniti; da questo punto di vista, ci si chiede fino a che punto un intervento esterno possa essere risolutivo. Sullo sfondo, infatti, si colloca il percorso di integrazione europea dell’Albania, anche se il principale ostacolo – nonostante la recente riforma – rimane la corruzione dilagante nel Paese, in una fase peraltro che non sembra quella di massimo fulgore per l’Unione.

Qual è lo scenario a poche settimane dal voto? Per comprendere meglio la situazione, ne abbiamo discusso con il prof. Antonello Biagini, docente ordinario di Storia dell’Europa orientale presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Si ringrazia altresì, per il contributo alla comprensione del quadro generale Nicola Pedrazzi, giornalista di Osservatorio Balcani e Caucaso.

 

Si può avere uno slittamento delle elezioni di giugno?

Se il Pd mantenesse la sua volontà di non partecipare alle elezioni, si configurerebbe un clima quasi da guerra civile. Sarebbe un intero partito ad agire in tal senso, nel quadro di una democrazia nemmeno così consolidata. Adesso bisognerà vedere quale sarà l’atteggiamento del neoeletto Presidente della Repubblica Ilir Meta di fronte a ciò. In marzo l’Alto Rappresentante Federica Mogherini è andata a Tirana e così il presidente del Partito popolare europeo Joseph Daul, per alimentare un clima di mediazione rispetto ad una opposizione che potremmo definire extraparlamentare del Pd. In tale contesto, non partecipare alle elezioni da parte del Pd equivarrebbe a certificare il rifiuto di un sistema elettorale ed anche istituzionale. Inoltre, è da considerare che il Pd è in crisi di consensi, quindi chiamarsi fuori dalle elezioni è un’operazione che Berisha fa forse per creare una nuova amalgama tra tutti gli scontenti, non solo quelli del suo partito, sulla scia dei movimenti populisti. Il tutto avviene però in un contesto dove gli scontenti non mancano anche dall’altra parte.

L’Albania è candidata all’ingresso nella Ue, ufficialmente dal 2014. Qual è l’approccio rispetto ai problemi del Paese, collegabili a quelli del contesto dei Balcani, peraltro di lungo corso?

Usa e Germania stanno sostenendo il processo di entrata dell’Albania nella Ue, per superare i passi un po’ in avanti e un po’ indietro nelle negoziazioni. Il Pd di Berisha si oppone anche a questo, dopo essere sceso in piazza per chiedere l’istituzione di un governo tecnico e l’allontanamento di Rama, anche in connessione al problema della corruzione in Albania, dove ognuno accusa l’altro di essere complice del fenomeno, anche con forme vere e proprie di delinquenza. Sembra quasi una rottura con il normale sistema di avvicendamento dei partiti tramite le elezioni.

Una crisi dei partiti anche in Albania…

In tutti i sistemi politici di oggi assistiamo a delle difficoltà oggettive dei partiti, o addirittura all’inesistenza degli stessi, se pensiamo alla Francia o all’elezione di Trump. Se succede in democrazie consolidate, è abbastanza perdonabile, comprensibile, che avvenga in Albania. Ricordiamo che il Paese è uscito da una delle peggiori forme di comunismo, assieme a quello rumeno. Non esiste nessuna storia di un’Albania democratica, salvo sporadiche parentesi: si tratta di un Paese che storicamente non ha conosciuto l’esistenza della borghesia, con possibilità molto limitate per gli intellettuali, un Paese uscito dalla dominazione ottomana. Da questo punto di vista, un errore compiuto dagli Stati Uniti è stato quello di pensare di poter diffondere la democrazia là dove storicamente non ne è esistito alcun parametro, se non la formula della tribù: una forma democratica che non ha nulla a che vedere con quelle che conosciamo.

Nella situazione attuale rientra anche il ruolo di Ilir Meta e la sua figura di compromesso e trasformismo.

Se è vero che Meta è stato eletto inizialmente dal solo Partito socialista per poi governare con Berisha, ciò può far parte anche dello spessore di un personaggio politico, abituato al compromesso. Se il trasformismo è un elemento negativo, un leader però non può essere dogmatico, ma deve essere disponibile nel corso del tempo ad evolvere le proprie posizioni. Diversamente, non si potrebbe fare politica e ci sarebbero solo scontri in piazza o guerre civili e d’altronde i parlamenti sono serviti storicamente a fare da cassa di risonanza e di mediazione tra la varie parti. Meta è stato sfiorato dagli scandali, non è un personaggio cristallino, ma un uomo politico con delle capacità diplomatiche, in un senso molto ampio del termine, che è servito all’Albania. Berisha e il suo partito, comprensibilmente, dopo che Meta era stato ministro del suo governo, ora vedono in lui quasi un avversario.

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