giovedì, Maggio 13

Alba Gonzales, la dea armoniosa della scultura field_506ffb1d3dbe2

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Alba Gonzales

 

Chi la incontra per la prima volta, viene fulminato da quegli occhi dal taglio orientale, ma sorprendentemente color del più prezioso zaffiro, quello di Ceylon ‘Manto di Madonna’; dal volto spiritoso, dal corpo minuto.
Poi si ritrova di fronte ad una delle sue opere monumentali e ha un attimo di sbigottimento: possibile che quella signora affascinante e dolce abbia saputo esprimersi in sculture così potenti, poderose, dense di un significato che spesso ha l’effetto di un pugno nello stomaco, pur senza rinunciare ad una beffarda venatura d’ironia?

L’antitesi insita in Alba Gonzales, scultrice di fama     -sua un’opera in una delle piazze di Pietrasanta, luogo dove campeggiano Igor Mitoraj e Fernando Botero; sua una recente mostra nell’atmosfera sognante di Villa Rufolo o sulla terrazza dell’Auditorium Niemeyer a Ravello, programmata, unica donna, fra quelle di Mimmo Paladino e Tony Creggsta proprio in quest’apparente fragilità che esplode in una forza artistica e plastica indimenticabili.

La sua multiforme ispirazione trova raccolti i tanti messaggi di cui ha voluto fare portavoce la sua arte nella mostra-museo di Fregene, presso il Centro Pianeta Azzurro, sito sul Lungomare di Ponente.
E’ lì che l’incontro, e mentre tout le monde si gode un sabato al mare, noi siamo qui al pc, a sintetizzare una vita all’insegna dell’arte, declinata in maniera così intrecciata da parere quasi inventata.
E’ forse per questo che, nelle sue sculture, miti e provocazioni appaiono l’espressione di un unico discorso?  

 

Com’è nata la sua esperienza artistica?
In principio fu la musica a catalizzare la mia attenzione, costituendo, in  definitiva, il fil rouge di tutta la mia vita. D’altronde, senza l’armonia, la scultura sarebbe forma informe. Per me, la musica ha rappresentato sempre un rifugio catartico. Ho ben fissa nella mente l’immagine di me stessa da piccola, nella nostra casa romana di viale Giulio Cesare, aggrappata alla radio ad ascoltare musica classica. Uno strano fenomeno di sdoppiamento, riuscire a conservare un’immagine di sé stessi come se si fosse spettatrici di una scena esterna. D’altronde, in casa la musica era pane quotidiano: mia madre e uno dei miei fratelli maggiori (aveva 16 anni più di me) suonavano il violino, riprendendo  la tradizione familiare, visto che il mio nonno materno era direttore d’orchestra, il maestro Sebastiano Infantino, di Palazzolo Acreide, città bellissima in provincia di Siracusa. La Seconda Guerra mondiale e il dileguarsi di mio padre avevano molto impoverito la famiglia, mia madre e noi quattro figli. Cosicché, giunta all’età di poter studiare musica, ebbi la fortuna di essere ammessa all’Accademia di Danza del Teatro dell’Opera di Roma, che era completamente gratuita. Scelsi così di rendere il mio corpo uno strumento interpretativo della musica. Un periodo indimenticabile e faticosissimo, che ho rappresentato in alcune mie sculture, ove fisso le pose plastiche di ballerine o pattinatrici.

Per quanto tempo studiò danza classica?
Dopo 10 anni di studi conseguii il diploma, come allieva della famosa etoile Attilia Radice. Nei successivi quattro anni, ho ricoperto ruoli da solista e, in alcuni spettacoli, in Italia e all’estero, sono stata prima ballerina. La musica era comunque il mio sacro fuoco e il mio destino, e voleva trovare in me un’altra forma espressiva: per questo, incoraggiata proprio dai direttori di scena del Teatro dell’Opera, appena diplomata, volli cimentarmi anche nello studio del canto lirico e, dopo tre anni e mezzo di studi privati, vinsi il concorso dell’ENAL, conseguendo il diploma di soprano lirico leggero. I maestri Vincenzo Bellezza e Guido Sampaoli, del Teatro dell’Opera, erano convinti che fossi la nuova Lily Pons, rinverdendo i ruoli di Gilda, Lucia di Lammermoor, la Regina della Notte del Flauto magico di Mozart. Il concorso lo vinsi con una romanza difficilissima, dagli ‘Ugonotti‘ di Meyerbeer ‘O vago suol della Turenna‘, cantata nell’opera da Margarita, e ‘Caro nome‘, il cavallo di battaglia di Gilda, la protagonista nel Rigoletto. Ma quel concorso fu fatale anche sotto un altro aspetto.

In che senso?
Nel senso che vi incontrai l’amore, l’uomo della mia vita. Si potrebbe parafrasare Dante, affermando che: ‘Galeotto fu il concorso e chi lo vinse’. Il vittorioso tenore Giuseppe Pietrantonio, travolgente interprete di ‘Salve, dimora casta e pura‘, dal Faust di Charles Gounod e ‘Tomba degli avi miei‘ dalla Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti travolse anche me. Ho conosciuto mio marito alla prima eliminatoria, avvenuta a via degli Astalli a Roma, ad aprile; a giugno abbiamo partecipato alla seconda, egualmente a Roma; alla terza, al Teatro Verdi di Trieste, eravamo già pronti per il grande passo, con in mano la vittoria per entrambi.

Continuò a danzare e cantare dopo il matrimonio?
Interruppi ancor prima del matrimonio il mio impegno artistico e professionale. Mio marito non avrebbe accettato una moglie girovaga; d’altronde, lui stesso aveva riposto nel cassetto le sue velleità tenorili, pur avendo una voce straordinaria. La prima volta che lo ascoltai dal corridoio del locale di prova, senza vedere chi cantasse, ebbi la netta impressionare di ascoltare una voce simile a quella di Giuseppe di Stefano. Il mio giovane futuro sposo aveva sacrificato la sua giovinezza allo studio universitario in Economia e Commercio, venendo da una famiglia povera della provincia de L’Aquila. All’epoca del nostro incontro, era già laureato, in attesa di affrontare l’Esame di Stato per l’iscrizione all’Albo dei Dottori Commercialisti. Le dolci parentesi sulle panchine di Villa Torlonia, in via Nomentana comprendevano baci e ripassi delle materie d’esame, a cominciare dai diritti dei sindaci nelle SpA, che anch’io imparai a memoria.  

Quando riprese le redini della sua carriera artistica?
Nei dieci anni dopo il matrimonio, mi sono dedicata alla famiglia, che si era nel frattempo ingrandita, con la nascita delle nostre due figlie, Marzia e Silvia. Lungi da me, ai tempi, il pensiero che l’arte mi avrebbe di nuovo catturata, sia pure in una forma assolutamente diversa: la scultura. Il caso lavorò per me. Un amico, funzionario della Sovrintendenza delle Belle Arti, scoprì delle piccole terrecotte che avevo modellato da bambina, con la creta che mi portavo a casa dalle sponde del Tevere e che cuocevo alle fornaci del Rione Prati. Un portafortuna che mi aveva seguito in molti traslochi: rappresentavano corpi in movimento. L’esperto arrischiò persino un accostamento alle piccole opere di Degas e Rodin e mi  consigliò di dedicarmi seriamente alla scultura. Inizialmente, mio marito lo considerò un passatempo da concedere alla moglie amata. In seguito, frequentando la fonderia Anselmi di Roma, questo gioco iniziale divenne una cosa seria.

Quale può considerarsi la sua prima opera?
Non un’opera sola, ma una serie di figure danzanti che feci fondere in bronzo e con le quali inaugurai la mia prima Mostra personale, nel 1975, all’Hotel Cavalieri Hilton, a Monte Mario. Per due anni, premiata dal successo di mercato, pensai che quella fosse la mia strada. A darmi una scossa fu il critico Giorgio Di Genova che mi sfidò ad abbandonare modelli a suo dire ottocenteschi, per ispirarmi ai grandi della scultura contemporanea, quali Henry Moore, Jean Arp, Constantin Bràncusi, Dusan Dzamonja e così via. Non mi scoraggiò, anzi. Presi questo suo giudizio come un pungolo alla mia creatività e mi applicai a tal punto che, nel 1978, la mia opera ‘Tettonica organica’ fu esposta sulla piazza del Duomo di Pietrasanta, accanto a questi mostri sacri che Di Genova mi aveva proposto come esempi, nella Mostra ‘Scultori e Artigiani in un centro storico‘. Fu una manifestazione che riscosse un tale successo da replicarsi nei successivi tre anni, con l’esposizione di mie opere sempre nuove e apprezzate. Elaborai un mio personale approccio plastico, in quanto, pur distruggendo un’anatomia espressa, non ho mai abbandonato il ritmo e la postura della figura nello spazio.

Nella sua successiva produzione artistica, Lei ha trovato un canone espressivo che coniuga figure antropomorfiche con simbologie anticonformiste. Come vi è approdata?
In principio furono gli Etruschi, di cui volli trasportare nella contemporaneità l’iconografia, scegliendo di rappresentare le figure in posizioni speculari rispetto al modello, ovvero replicando, rivisitato dalla mia creatività, l’eterno fascino dell’amore oltre la vita espresso dal ‘Sarcofago degli Sposi‘. Il mio primo ‘triclinio nuziale‘ risale al 1980, col titolo ‘Tufo Etrusco‘ e fui l’unica scultrice che tenne alti i ‘colori’ dell’Italia nella Mostra viareggina ‘Giapponesi e Italiani in Versilia‘.

Quali le ulteriori tappe di questa sua densa carriera?
Innumerevoli. Nella mia città, Roma, le mie opere, – oltre a mostre ‘al chiuso’ quali una personale a Palazzo Venezia, nell’85/86 e un ‘ritorno’ per la Biennale dei 150 dell’Unità d’Italia, (che si diffuse dal baricentro di Venezia a molte altre città italiane, fra cui la Capitale) -, hanno adornato le più belle strade, piazze e lungofiume di questa straordinaria città. Nel ’93/94, ‘invasi’ via Veneto, eccezionalmente divenuta per me isola pedonale; nel 2000 feci planare su Piazza San Lorenzo in Lucina i miei 4 ‘Angeli Caduti’, rappresentati da 2 Chimere e 2 Sfingi. Nel 2005 e 2006 è stata la volta di via del Babuino, durante le feste natalizie, con la Mostra ‘Nell’amore dell’arte’, in un itinerario di 8 statue monumentali, partendo da via della Croce fino a Piazza del Popolo. Nel 2012, cinque mie opere sono state collocate dentro e fuori l’Oratorio del Gonfalone, in prossimità di via Giulia in occasione dell’omonimo Premio. Infine, sia nel 2013 che nel 2014, le mie ‘Mitiche Creature’ sono state allestite lungo il Tevere, in due edizioni della manifestazione estiva ‘Lungo il Tevere… Roma’.

E fuori Roma?
Se contiamo unicamente le personali, a partire dalla prima nel ’75, arriviamo a 60 in Italia e all’estero, da San Francisco a Losanna, da Parigi a Belgrado, Spalato, Maastricht, Burgas e Sofia. L’ultima, ancora in corso, è a Capri. Quest’anno, ho esposto dal mare al fiume: Ravello e Capri e Roma lungo il Tevere. Ho ancora dentro gli occhi lo sfondo celestiale del Golfo di Salerno, che faceva da cornice alle opere monumentali, e non, presenti a Ravello fra Villa Rufolo e l’Auditorium di Oscar Niemayer. Una messa in scena mozzafiato. Per voi de ‘L’Indro‘ ho anche quantificato le mie mostre collettive, la prima a Roma nel Palazzo dei Congressi, nel 1976 fino a quest’anno, a Firenze, alla Galleria Vincenzo Nobile: sono 180.

Chi volesse incontrare la sua arte, al di là del ricercarla nelle sue mostre personali o nelle collettive, come può fare?
Chi si trovasse a Pietrasanta, può vedere la mia scultura ‘Sfinge e Colomba‘ in Piazza Statuto e i modelli in gesso di opere realizzate nelle fonderie e laboratori del marmo locali al Museo dei Bozzetti. Oppure andare alla Fondazione Ragghianti di Lucca; a Porto Rotondo, a Villa Certosa, per ammirare (col placet del proprietario) il ‘Labirinto della Libertà‘ composto da 7 opere; a Torre dei Passeri (PE), alla Pinacoteca di Arte Moderna ‘Fortunato Bellonzi‘. All’estero, una mia scultura di due metri è collocata a Tel Aviv in via Ben Gurion. Moltissime le sculture che ho creato perché divenissero il riconoscimento da consegnare ad illustri premiati, ad esempio, per il Premio Fellini; per il Premio ‘Progetto uomo‘; per il Premio ‘Urbis et artis‘; per il ‘Premio Il Quadrivio‘. Per le 14 edizioni del Premio ‘I protagonisti‘, ospitato nello spazio artistico che ho realizzato a Fregene, ho riprodotto l’iconografia etrusca del mio grande marmo intitolato appunto ‘I protagonisti‘. Sto meditando di poterne organizzare l’anno prossimo una nuova edizione, rinverdendone i fasti e, come in passato, ospitndo personalità di spicco italiane e straniere. Una summa delle mie opere è ospitata in due luoghi ‘speciali’: la Galleria ‘Pianeta Azzurro – Versilia‘, in via Stagio Stagi, 30 e la più grande ed omnicomprensiva raccolta del ‘Pianeta Azzurro‘ di Fregene, in Lungomare di Ponente, segnalata anche dalle indicazioni stradali. Fra le opere monumentali collocate nel giardino e quelle ospitate nel salone di esposizione, tocchiamo quota 90; ad esse occorre aggiungere le 56 di altri artisti che hanno voluto essere nella mia esposizione, donando il frutto della loro arte per essere compartecipi della Collezione ‘Pianeta Azzurro‘ fra i quali: Simon Benetton, Ugo Attardi, Michel Devilleurs, Bruno Deprez, Romolo Carmellini, Angelo Canevari, Sergio Capellini e tanti altri.

 

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