lunedì, Giugno 21

Al tempo….dell’Estate Romana

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La Roma attuale è ancora quella città ‘casa di tutti’ come la definiva e la immaginava Nicolini?

Sembra proprio che non appaia più così e non solo quando il sodalizio tra ceti, classi e generazioni insito nell’Estate Romana si scontra con quel disincanto collettivo di cui accennavo prima, col discredito della politica e direi anche con lo scoraggiamento di una popolazione che da una parte condanna ciò che di immorale avviene, ma che dall’altra lo condona. Questa è una sorta di preoccupante pratica del perdono che forse deriva dalla nostra matrice cattolica e riformista. Negli anni dal 1966 fino agli anni Novanta bisogna spesso le grandi difficoltà venivano affrontate con l’entusiasmo e con proposte ed eventi. Io sento un vuoto non ideologico, ma di ideali.

L’effimero, il conflitto, la messa in scena dell’Estate Romana sono le sole definizioni di questo periodo legato a Nicolini o ve ne sono di altre e più interessanti?

Il pregio di Nicolini è stato quello di cogliere e intercettare un momento molto alto per la cultura e di impennata collettiva e sociale per la città, riuscendo a canalizzarlo anche attraverso una risposta personale e nuova a livello politico. Tutto ciò non ha riscontro oggi: mancano quei protagonisti capaci di produrre e far continuare un’iniziativa del genere e quel tipo di contenuti per poterla tramutare in eventi e performance culturali che siano degne di tutto quel merito.

Le rassegne cinematografiche come sono cambiate? E se lo sono, perché?

Dipende dalla qualità dei film, oggi spesso sono episodi di consumo culturale. Alle origini le serate dell’Estate Romana erano degli incontri tra spettatori che prima, durante e dopo amavano dialogare tra di loro. Esisteva una comunicazione e un’interessante interattività che attualmente stento a vedere.

Molte delle battaglie di Nicolini, come il suo ‘no’ alla discarica accanto a Villa Adriana, sono attuali anche se concentrate in altre zone e comuni della città. Come manifestava e come avrebbe manifestato dissenso oggi se fosse vivo Nicolini?

Nicolini se fosse oggi assessore alla Cultura manifesterebbe in maniera puntuale attraverso un progetto culturale e non tramite dichiarazioni astratte, moralistiche e di circostanza. Quella che è stata l’offerta culturale dell’Estate Romana di quegli anni è stata quella di uno sconfinamento, di crescita di linguaggi, una sorta di appuntamento capace di sradicare la persona dalla solitudine post-moderna, radicata nelle nuove generazioni, riportandole in una forma di vero scambio collettivo.

Quanto c’è di surrealista nella città romana di Nicolini, come lui amava definirla? Quanto Napoli rinasce con Nicolini?

Nicolini è stato molto importante a Roma, ma a Napoli non è che abbia fatto cose straordinarie e per cui la città non ha sentito questa presenza. Bassolino ha invece portato a quel grande Rinascimento napoletano, con la nascita del museo MADre con le performance artistiche importanti che hanno coniugato arte e architettura nelle stazioni nuove fatte dalle ‘archistar’ internazionali e nazionali di cui ero il consulente, scegliendo gli artisti, costituendo quello che io chiamo ‘museo obbligatorio’, perché non si può scampare da vederlo se si pratica la città giorno per giorno.

Si potrebbe quindi dire “impara l’arte e mettila nei party” come modo di conciliare l’arte tra cultura alta e bassa? E come lei ha cercato di attuare questo rapporto/confronto tra le due realtà?

Al mondo non esiste un altro concetto del genere e ‘Metrò Napoli’ ha vinto il Premio per la più bella metropolitana mondiale istituito a Londra. Le mostre che ho realizzato nell’Estate Romana e nelle Mura Aureliane nel 1981, con opere di Transavanguardia da Porta Metronia a Porta Latina, erano dentro le mura dell’antica città per portare il contemporaneo nelle antiche vestigia. Ciò significa coniugare alti e bassi, perché l’arte contemporanea progetta il passato, facendolo rivivere, dandogli un senso di vicinanza, di vissuto e non di vitale.

Quanto c’è di emotivo nel rievocare l’Estate Romana per lei e quali sono le vicende che le sono rimaste più impresse e perché?

Diciamo che non c’è emotività in me, piuttosto un sentimento profondo di riconoscimento a Renato Nicolini che faceva da catalizzatore, capace di rispettare anche la professionalità delle persone con le quali entrava in contatto, di non prevaricarle, di essere sempre assolutamente flessibile. Un atteggiamento evidente di quella che era la politica italiana di quei decenni. Da una parte, non essendoci più lui non pare più possibile parlare di Estate Romana, mentre dall’altra è il soggetto istituzionale quello che dovrebbe rinnovarsi ed essere il terminale il pubblico costituito dalle ultime generazioni.

 

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