mercoledì, Maggio 12

Al tempo….dell’Estate Romana

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L’’Estate Romana’ è quel fenomeno che si inquadra tra il 1976 e il 1985, di cui si è parlato molto e su cui sono stati scritti molti libri di svariato genere e autore. Renato Nicolini, una delle più giovani menti del PCI di allora, romano di origine e di professione architetto, fu il collante della cultura e degli spazi romani di allora, attirando e chiamando artisti alla Capitale senza avere ‘pregiudizi di sorta’. Nicolini perseguì lo scopo di unire l’élite socio-culturale del centro della città, alquanto inaccessibile al grande pubblico dell’epoca, ai cittadini della ‘distante periferia di borgata’, dei rioni più lontani della Capitale. Il centro e la periferia si fondono e fungono da diverso stimolo e compenetrazione sia per i romani, che non lasciano più in massa la città desolata e desolante, sia per i turisti di passaggio.

Tutto ciò è reso possibile da istituzioni pubbliche e da una capillare promozione della cultura, rimasta in disparte e di poca importanza in favore della lotta politica del Sessantotto, ancora viva nella cittadinanza. La presenza di sindaci e assessori illuminati e competenti come Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli hanno contribuito a creare il mito e la permanenza di quell’Estate Romana da molti rimpianta nei modi e nelle modalità. Il conflitto insito nel Sessantotto tra ceti sociali viene superato e si creano delle produzioni che non sono legate soltanto alla politica di sinistra e che spesso sono di Avanguardia e che portano alle collezioni d’arte moderna attuali. Lo stesso concetto dell’effimero bene esprime quegli anni, come quello di miscela di generi e di emozioni nuove.

Tutti questi concetti sono bene espressi nelle parole del noto storico e critico d’arte Achille Bonito Oliva, che ha partecipato direttamente a quegli anni dell’Estate Romana.

Come era vivere il noto periodo dell’Estate Romana con Renato Nicolini?

Bisogna premettere che precedentemente all’Estate Romana c’era un’incubazione che era rappresentata dal dopo 1968. La rivolta si era già svolta e la risposta della generazione aveva assunto un atteggiamento che in quegli anni risultava come prevalente, con il primato della politica anche sulla cultura stessa. Vi era una specie di fiancheggiamento patetico a chi la cultura la realizzava per sentirsi politicamente corretto e in un certo modo di sinistra. Esisteva un cosiddetto ‘confinamento degli intellettuali’, che risultavano privi di iniziative personali. La cultura era una sorta di cassa di risonanza della parola forte data dal politico. Agli inizi degli anni Settanta vi era una maturazione di tale atteggiamento che risultava di fatto più autonomo, con alcuni progetti artistici che si univano tra loro, favoriti anche dal clima politico, determinato dalle amministrative del 1976, quando il Partito Comunista rappresentava il primo partito a Roma. Argan era stato eletto sindaco della città e Renato Nicolini era stato chiamato come assessore alla cultura. In tale clima si permette a un gruppo di personalità tra cui Simone Ravella, Franco Cordelli, Mico Garrone, Ulisse Benedetti, di operare ognuno nel proprio ambito. Io stesso in qualità di critico d’arte, avevo già fatto alcune mostre, definite ‘epocali’ dagli storici d’arte attuali: nel 1970 realizzai ‘Vittorie in negativo’ a Palazzo delle Esposizioni e nel 1973 ‘Contemporanea’, che fondeva in sé arte, cinema, teatro, musica, fotografia, architettura e diversi altri linguaggi in uno spazio inedito, il garage appena costruito dal grande architetto Luigi Moretti ed ancora non occupato dalle macchine. Tale esposizione si concluse con l’impacchettamento delle Mura Aureliane di Porta Pinciana, da parte del grande artista Christo, la cui peculiarità è ‘impacchettare’ il paesaggio urbano. All’interno della mostra furono organizzati degli incontri internazionali d’arte. Erano eventi che segnavano l’incontro tra pubblico e privato e quindi non sempre e tutti consegnati in mano alle pubbliche istituzioni con in più un’ottica multidisciplinare e se vogliamo multimediale, che fornì l’incontro tra i vari settori, artisti e campi d’arte. Io come critico d’arte, Cordelli incarnava il critico teatrale, Simone Clarella fungeva da organizzatore del clima e degli eventi dell’Equipe ’72. In questo clima incontrai Nicolini, fatto assessore alla cultura perché era il più giovane candidato del PCI e quello che aveva avuto meno voti. Allora non c’era infatti una vera progettazione, ma soltanto una manutenzione di qualche avvenimento ed era un assessorato un po’ secondario rispetto a quelli prettamente economici, politici e amministrativi. Renato Nicolini riuscì ad esprimervi una spinta e un protagonismo da farne un assessorato che assunse una grande importanza, tanto che da quel momento in tutte le città italiane si guardò con più attenzione a tale assessorato. Esisteva un clima di attesa e una maggiore maturazione da parte dei giovani stessi, i quali non erano soltanto attratti dalla parola del politico o dalla contestazione, ma avevano capito che anche la cultura poteva diventare una forma di contestazione e che la stessa Avanguardia era un modo di esprimere un dissenso e direi anche in un certo senso una proposta. Nacquero così molte iniziative, incontri tra critici di vari campi artistici, dialoghi e varie manifestazioni che iniziarono a Castel Porziano con una lettura dei poeti (Belviso, Kerouac e molti altri…) poi cominciò la serie a Caracalla delle proiezioni cinematografiche, mentre io ero impegnato nelle varie mostre. In ogni campo vi fu un’offerta culturale assolutamente inedita e l’estate non era più quindi un andare in vacanza, lasciare la città, ma occupare interamente il territorio e il luogo. La città veniva ad essere abitata con feste e una partecipazione di diversi soggetti che appartenevano a diverse classi sociali, provenienti dalla periferia o dal centro città, o intere famiglie. Il programma non aveva nessun preconcetto ideologico,valenza politica o elitaria. Non esisteva quindi un programma culturale fatto in maniera astratta, circoscritto e accademico, ma progetti e programmi vari, che coniugavano anche un rapporto con le antiche architetture della città, attualizzandone con progetti contemporanei e anche un uso dello scenario di Roma, non più platonico e visivo, ma direi proprio esistenziale ed effimero.

L’Estate romana era questa sorta di ‘stagione’ dionisiaca, nel senso più bello della parola di grande apertura, di allegria, ma anche di conoscenza.

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