sabato, Ottobre 16

Al Sisi negli USA cerca e trova l’appoggio di Trump

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Nella stessa giornata in cui in Italia si celebravano i 14 mesi dal ritrovamenti del corpo del defunto Giulio Regeni – il ricercatore italiano torturato e morto in Egitto in circostanze tuttora sconosciute – e si rivolgeva l’appello a Papa Francesco perché durante la sua prossima visita in Egitto affronti il tema, il Presidente americano Donald Trump ha dato la sua benedizione al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, in visita a Washington.

Quella di ieri è stata la prima visita alla Casa Bianca di un Presidente egiziano dal 2010, dall’era di Hosni Mubarak. Arrivando alla Casa Bianca, Al-Sisi non ha potuto fare a meno di vedere i cartelloni della campagna ‘Freedomfirst’ con le foto di vittime di tortura e detenuti politici reclusi nelle carceri egiziane. Tra le immagini anche il volto sorridente di Giulio Regeni e quello di Aya Hijazi, cittadina americana che lavorava con i bambini di strada, arrestata nel maggio 2014 e di cui Human Rights Watch chiede il rilascio. Secondo l’Ong, i detenuti americani in Egitto sono almeno 7.

Al centro dei colloqui, la lotta all’Is, la questione israelo-palestinese, ma anche la situazione in Iraq e Libia e i conflitti in Siria e Yemen e le relazioni economiche tra i due Paesi.  Come era stato annunciato dai collaboratori di Trump, non si è parlato di diritti umani. La situazione dei diritti umani in Egitto resta «motivo di preoccupazione» per gli Usa, ma – hanno affermato fonti dell’Amministrazione di Washington nei giorni scorsi – «il nostro approccio prevede che queste questioni delicate siano affrontate in modo privato, più discreto». Un cambiamento netto rispetto all’Amministrazione di Barack Obama, che denunciò continuamente le violazioni dei diritti umani nel Paese arabo, anzi, Trump non ha risparmiato le lodi all’ex generale, nel tentativo di recuperare un rapporto messo alla prova dalla dura repressione, dalla rivoluzione e dalla controrivoluzione, cancellando le politiche del suo predecessore.

Proprio sul tema diritti umani, l’Egitto è evidentemente in una situazione sempre più difficile. Ieri il padre di Giulio, Claudio Regeni ha chiesto una forte azione diplomatica: «Non solo chiediamo che il nostro ambasciatore non torni al Cairo ma auspichiamo che altri paesi, europei e non solo, facciano lo stesso», dice. A spalleggiarlo anche il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano che in un messaggio letto nel corso della conferenza organizzata oggi in Senato parla di «impegno che deve continuare in tutte le forme possibili». Dalla UE una prima risposta è venuta da Gianni Pittella, presidente dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo: «A più di anno dalla morte di Giulio Regeni, è inaccettabile che l’Egitto continui ad insabbiare le indagini sulla morte e che i mandanti e il movente siano ancora sconosciuti. Sono vicino alla famiglia nella sua battaglia per la verità che non è personale ma riguarda tutta l’Europa e le sue istituzioni. Ora servono azioni, non solo parole. Mi sembra evidente che finchè l’Egitto non collaborerà pienamente, la cooperazione fra Unione Europea ed Egitto non potrà mai essere piena e che nessun compact sull’immigrazione potrà mai essere concluso con le autorità del Cairo».  L’ipotesi di un accordo con l’Egitto sul controllo dell’immigrazione era emersa a febbraio, Federica Mogherini aveva frenato, escludendo categoricamente un ‘compact’,  non ultimo, pare, perché l’Italia aveva da subito sollevato la questione Regeni. Il Ministro degli Esteri Sameh Shoukry aveva poi partecipato alla riunione dei Ministri degli Esteri del 6 marzo.  

Trump ha dimostrato ieri di scommettere sull’Egitto per aiutare gli Usa a raggiungere due obiettivi: far ripartire il processo di pace in Medio Oriente e combattere il jihadismo. «Voglio che tutti sappiano che diamo un grande sostegno al presidente al-Sisi, ha fatto un lavoro fantastico in una situazione molto difficile» ha detto Trump, elogiando gli «sforzi coraggiosi» di al-Sisi «per promuovere un’interpretazione moderata dell’Islam».

L’ultima volta di un presidente egiziano alla Casa Bianca fu nel 2010, quando Hosni Mubarak partecipò ai colloqui di pace per il Medio Oriente con i leader israeliano, palestinese e giordano.
Pochi mesi dopo Mubarak fu deposto dalla rivolta popolare delle Primavere arabe. Obama aveva fatto infuriare gli alleati nelle gerarchie militari egiziane, consigliandoli di evitare l’uso della forza per fermare la protesta. Nei mesi e negli anni che seguirono le relazioni Usa-Egitto furono sottoposte a tensioni ulteriori, con l’avvento di un governo islamista e poi di uno militare, guidato da al-Sisi. Nella repressione che ne seguì centinaia di manifestanti furono uccisi e migliaia imprigionati, convincendo Obama ha congelare gli aiuti militari all’Egitto, circa un miliardo di dollari l’anno. Il ruolo fondamentale del Paese nella regione fece si che gli aiuti riprendessero nel 2015, ma le relazioni diplomatiche erano rimaste difficili.
A catalizzare l’amicizia tra Trump e al-Sisi la comune posizione intransigente sul jihadismo, che ieri l’uomo forte egiziano ha descritto come «un’ideologia satanica».
La questione dei diritti umani, non affrontata nel colloquio, ha scatenato le polemiche. «Invitare al-Sisi per una visita ufficiale a Washington mentre decine di migliaia di egiziani marciscono in carcere e la tortura è di nuovo all’ordine del giorno è uno strano modo di costruire un rapporto strategico stabile» ha detto Sarah Margon di Human Rights Watch.

Il governo al-Sisi tiene rinchiusi in carcere tra i 40mila e i 60mila prigionieri politici, inclusi migliaia di democratici liberali e laici. Secondo Moataz El Fegiery di ‘Front Line Defenders‘, le forze di sicurezza egiziane sono state responsabili di 1.400 esecuzioni extragiudiziali nel solo 2016 e di 912 sparizioni tra agosto 2015 e agosto 2016. Bahey el-din Hassan, dell’Istituto per gli studi sui diritti umani del Cairo, ha denunciato che a 85 attivisti è stato vietato lasciare il Paese e che decine di giornalisti sono detenuti. L’Amministrazione Obama non ha permesso mai ad al-Sisi di mettere piede a Washington, da quando, nell’estate 2013, l’esercito che allora guidava destituì il presidente eletto Mohamed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani.

Oggi al-Sisi prosegue con una fitta agenda di incontri la visita negli Stati Uniti incontrando il re giordano Abdullah II e il Segretario di Stato Usa Rex Tillerson. Secondo i media statali egiziani, al-Sisi avrà anche colloqui con alcuni membri del Congresso, negli States da sabato, ha già incontrato diversi decisori politici ed economici e tenuto un discorso alla Camera americana di Commercio.
Alcuni media egiziani hanno sottolineato che gli Stati Uniti hanno congelato gran parte degli aiuti al Cairo nell’ottobre 2013, dopo che Obama aveva condannato la cacciata del presidente eletto Mohammed Morsi. Nel 2015 i finanziamenti erano ripartiti, ma adesso Al-Sisi si aspetta da Trump un altro passo in avanti: spera infatti che l’America iscriva la Fratellanza nella lista delle organizzazioni terroristiche.

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