mercoledì, Maggio 12

Al Shabaab in Kenya: una storia di marginalizzazione

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Il 22 novembre 28 persone non musulmane sono state uccise in un attacco a un autobus vicino a Mandera, una cittadina nella regione settentrionale del Kenya vicino al confine con la Somalia. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo islamista somalo Al Shabaab, ed è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi sul suolo keniota verificatisi negli ultimi anni. La stampa internazionale ha ampiamente divulgato la notizia, riportando racconti inquietanti dei superstiti sull’esecuzione delle vittime che non conoscevano versetti del Corano e l’immediata risposta repressiva del governo del Kenya, che pochi giorni dopo l’attacco ha dichiarato di aver colpito e ucciso più di 100 militanti del gruppo jihadista. Si è tuttavia parlato poco delle ragioni e delle modalità con cui Al Shabaab, movimento islamista radicale nato in Somalia nei primi anni 2000, sia penetrato  in Kenya, facendone una delle sua principali aree di reclutamento. Un rapporto del think tank International Crisis Group pubblicato il 25 settembre 2014 propone un’analisi approfondita delle dinamiche che hanno portato Al Shabaab ad essere una minaccia costante alla sicurezza interna di uno dei Paesi africani considerato più strategicamente importante nella lotta al terrorismo internazionale, sottolineando come Al Shabaab abbia approfittato della storica marginalizzazione socio-economica e politica delle regioni nord-orientali e costiere del Kenya, e in generale della popolazione musulmana, per le proprie campagne di reclutamento.

 

Chi è Al Shabaab e come è arrivato in Kenya

Harakah al-Shabaab al-Muja’eddin (Movimento dei giovani Muja’eddin) nasce come avanguardia militare dell’Unione delle Corti Islamiche. Espressione radicale dell’islam salafita, dal 2008 controlla la maggior parte della Somalia centro-meridionale, rifiutando l’idea di stato e promuovendo il jihad non tanto in senso religioso contro gli infedeli, come spiega Matteo Guglielmo, esperto sul Corno d’Africa, in un documento per l’Istituto Affari Internazionali nel 2011, quanto in senso politico come forma di ribellione contro regimi oppressivi e occidentalizzati e forze di occupazione straniere. Nel 2012, Al Shabaab ha dichiaratamente reso pubblica la sua affiliazione ad Al Qaeda, ma le sue azioni restano profondamente legate a dinamiche locali sia in Somalia che, più recentemente, in Kenya.

Nonostante il Kenya ospiti sul proprio territorio campi di addestramento di milizie filogovernative somale fin dal 2009, è solo nel 2011, in seguito all’intervento militare keniota in Somalia, che al Shabaab ha cominciato a rappresentare un problema di sicurezza interna. L’intervento keniano, nell’ambito della missione di peacekeeping dell’Unione Africana AMISOM in sostegno del fragilissimo governo di transizione di Mogadiscio, è stato infatti più volte citato da fonti ufficiali del movimento islamista come causa principale dei molti attacchi terroristici che negli anni successivi hanno colpito ristoranti, chiese, autobus di linea e centrali delle forze armate nella regione settentrionale del Kenya e nella capitale Nairobi.

A settembre 2013, l’attentato al centro commerciale di Westgate a Nairobi è stato forse l’attacco più spettacolare, ma nel 2014 gli attacchi sono proseguiti nelle contee di Lamu e Tana River. Il rapporto ICG rileva però che questi ultimi attacchi sembrano essere stati condotti non direttamente dal nucleo Al Shabaab somalo, ma da una milizia locale con stretti legami col movimento, che subito dopo avrebbe rilasciato una dichiarazione in cui accusa il governo keniano di opprimere e discriminare i Musulmani, facendo eco a Sheikh Fuaad Mohamed Khalaf, ideologo di Al Shabaab, che già a maggio 2014 aveva esortato i musulmani del Kenya a prendere le armi contro il governo.

In Kenya vivono circa 4.3 milioni di musulmani, che costituiscono l’11% della popolazione locale. La loro marginalizzazione è stata riconosciuta ufficialmente dal Comitato di Azione Speciale formato dall’ex-presidente Mwai Kibaki poco prima delle elezioni 2007. Secondo ICG, il rapporto ha rilevato  trattamenti discriminatori e vessatori da parte delle forze dell’ordine e difficoltà nel godimento dei diritti civili (molti cittadini musulmani vengono ostacolati nell’ottenimento dei documenti di identità necessari ad accedere ai servizi pubblici). «Agenti di sicurezza, soprattutto dell’Unità di Polizia Anti-Terrorismo, sono stati criticati per aver operato “al di fuori del rispetto delle leggi del Paese». Inoltre, «la maggior parte delle aree abitate da musulmani sono sotto-sviluppate a causa dell’assenza di investimenti pubblici e privati e di anni di marginalizzazione”. Infine, il comitato ha anche sottolineato l’assenza di rappresentanza musulmana nelle istituzioni, “sia a livello legislativo che esecutivo”».

Il rapporto elaborato dal Comitato è stato consegnato alle autorità nel 2008, ma non è stato reso pubblico fino al 2013, quando è stato allegato al rapporto finale della commissione per la Verità e la Riconciliazione in seguito agli scontri post-elettorali del 2008. Anche allora, tuttavia, il governo non ha adottato nessuna strategia politica precisa per invertire questa rotta.

 

L’inefficace strategia del governo kenyano

Negli ultimi anni, la lotta al terrorismo condotta dall’esercito e dai servizi segreti nelle regioni nord-occidentali e costiere del Kenya sembra aver ulteriormente peggiorato la situazione di marginalizzazione della popolazione locale. Le operazioni anti-terrorismo si configurano spesso, agli occhi della popolazione locale, come repressione indiscriminata verso tutta la comunità musulmana. La popolazione somala sembra essere particolarmente colpita, come conferma un rapporto di Human Rights Watch di agosto 2014 che riporta uccisioni extragiudiziali, maltrattamenti e sparizioni in seguito a interventi delle forze dell’Unità Anti-Terrorismo della Polizia Keniana.

La condizione di storica marginalizzazione socio-economica e politica delle regioni a maggioranza musulmana in Kenya è dunque peggiorata dalla strategia di lotta al terrorismo del governo. Secondo ICG, anziché indebolire Al Shabaab, una strategia fondata sulla repressione indiscriminata sta aggravando i sentimenti di discriminazione nelle regioni a maggioranza musulmana e contribuendo rafforzare l’islamismo radicale. In questo senso, Al-Shabaab ha deliberatamente sfruttato l’esclusione economica delle regioni nord-orientali e costiere del Kenya approfondendo le linee di faglia religiose ed etniche già presenti nel paese e strumentalizzandole politicamente.

Le dinamiche globali e il legame con Al-Shabaab si legano dunque a realtà locali, in cui gli attori sociali e politici tendono a radicalizzarsi e rappresaglie di gruppi armati contro la popolazione musulmana diventano frequenti (come è successo ad esempio a Mombasa a luglio). Questi eventi, pur colpendo principalmente la popolazione già più vulnerabile sia in termini di minacce alla sicurezza che di crisi economica (si calcola tra il 2013 e il 2014 nella zona costiera ci sia stato un calo dell’affluenza turistica dell’11%, con la conseguente chiusura di molte strutture ricettive) non sembrano destinati ad indebolire la base di reclutamento di Al Shabaab in mancanza di un cambio di rotta nelle strategia del governo, che dovrà passare dalla pura repressione a scelte politiche più lungimiranti.

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