mercoledì, Aprile 14

Al Qaeda conquista Falluja true

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Fighters of al-Qaeda linked Islamic State of Iraq and the Levant parade at Syrian town of Tel Abyad

Falluja, la città nel nord dell’Iraq divenuta nota alle cronache per gli scontri fra le truppe americane e Al Qaeda, i più sanguinosi dell’infelice intervento di Washington nel paese dal 2003. Nel 2004 Falluja è stata il teatro del tristemente famoso scontro che è costato la vita a più di cento militari americani, e ha fatto da cornice alla battaglia del generale Petraeus contro Al Qaeda, finalmente espulsa grazie all’alleanza con i clan locali nel 2006. Oggi, nell’Iraq autogestito ed autonomo, si riaffaccia l’ombra dell’organizzazione terroristica e il governo del primo ministro Nouri Al Maliki sta affrontando forse la sua prova più dura.

L’intensità dei combattimenti e i bombardamenti nella città, presa da mercoledì scorso dalla frangia irachena di Al Qaeda, l’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), non accenna a diminuire. La città della provincia a maggioranza sunnita di Anbar, sta vivendo un vero e proprio stato di assedio, combattenti e miliziani tengono sotto controllo le strade e le vie di accesso alla città. Nel frattempo il governo di Al Maliki sta aspettando il momento propizio per l’attacco finale a Falluja, nel tentativo di evacuare il maggior numero numero di civili, e prepara il terreno grazie al supporto aereo. Già numerosi siti e obiettivi mirati sono stati colpiti dai bombardieri dell’aviazione irachena, ma la liberazione delle roccaforti islamiche di Falluja e Ramadi, altra città “invasa”,  si presenta complessa.

Le tribù e i clan sunniti locali non vedono di buon occhio il governo di Al Maliki, che si è più volte scontrato anche nel passato recente contro di loro. Il tentativo di rendere limitata la presenza dell’esercito regolare iracheno sul territorio di Anbar non contribuisce all’esito positivo dell’offensiva armata per respingere i miliziani di Al Qaeda al di fuori delle due città sotto il loro controllo. Sulle principali testate arabe di riferimento, si parla di Falluja e di Ramadi come due città ormai in balia dell’ISIS, in cui il governo iracheno ha più alcun potere e le cui istituzioni ormai sono al collasso. Si inneggia alla lotta contro lo sciita Al Maliki, alla distruzione del governo centrale e alla stabilizzazione di un governatorato islamico di stampo sunnita.

Al Qaeda in Iraq, o meglio ISIS, è un gruppo jihadista di combattenti di origine sunnita fondato da Abu Musab al-Zarqawi, che ha svolto un ruolo di contrasto all’invasione statunitense contro Saddam Hussein. Le attività di guerriglia e insorgenza contro le forze della coalizione americana hanno lasciato un segno disastroso sul terreno, nonostante la sua influenza sia scemata. La provincia di Anbar, roccaforte sunnita all’interno di un Iraq a guida sciita, ha continuato ad offrire una base d’appoggio logistico per il gruppo, agevolando i suoi spostamenti attraverso il confine con la Siria, estremamente pericoloso a causa della sua porosità.

Il gruppo, infatti, ha ritrovato vigore contestualmente alla guerra civile siriana, contribuendo a portare l’escalation di violenza all’interno dei confini iracheni. Dalla primavera del 2013, infatti, l’Iraq è stato investito da un’ondata di violenza senza precedenti, che il governo di Al Maliki sta tuttora facendo fatica ad arginare. Uno degli obiettivi del gruppo estremista islamico, è quello di istituire una sorta di califfato transnazionale  basato sulla legge della sharia, riunendo l’Iraq e la vicina Siria sotto un unico cappello sunnita.

Per quanto l’ISIS sia concettualmente collegato ad Al Qaeda, le origini della leadership non dipendono direttamente dall’organizzazione che fu capeggiata da Osama Bin Laden. Al Qaeda in Iraq non nasce come una costola diretta dell’organizzazione terroristica di Bin Laden, con la quale ha anche avuto dissapori in virtù della gestione dell’insorgenza nel paese ai tempi dell’invasione americana. Oggi, il leader dell’organizzazione sarebbe Abu Bakr al-Baghdadi, conosciuto come Abu D’ua. I servizi americani avrebbero localizzato il leader sunnita in Siria, dove risiederebbe, ad ulteriore conferma dell’intento di estendere la presenza dell’organizzazione al di fuori dei confini iracheni.

La composizione del gruppo si sarebbe evoluta in maniera piuttosto omogenea nel corso degli anni. Una prima composita presenza di combattenti stranieri provenienti dal network di Zarqawi in Pakistan e Afghanistan, è stata implementata da una serie di miliziani provenienti dalla Siria, dallo stesso Iraq, dalla Giordania e da altri paesi limitrofi. L’organizzazione, secondo molti analisti, non potrebbe più definirsi correttamente come “irachena”, avendo perso il carattere nazionalista delle origini, assumendo una connotazione più pericolosamente transnazionale.

Proprio per questa sua natura frammentata, variegata ed eterogenea, è molto difficile riuscire a stabilirne correttamente la consistenza numerica. Le cifre oscillano fra i 15mila e gli 11mila combattenti, secondo dati del 2008, ma ad oggi è quasi impossibile stabilire un ordine quantitativo con certezza. L’organizzazione, che riceve finanziamenti e armi dai paesi vicini e dall’Arabia Saudita, sta accrescendo la sua forza e la sua pregnanza sul territorio iracheno.

Al Maliki, spesso giudicato indirettamente colpevole di aver contribuito al consolidamento del gruppo nella provincia di Anbar a causa del suo atteggiamento contro i clan locali, ha richiesto il supporto degli Stati Uniti. Non si tratterà di un supporto sul terreno, spiega il portavoce della Casa Bianca, ma un supporto logistico, in termini di armamenti, ed economico. Anche il Ministro degli Esteri Emma Bonino giovedì ha manifestato il supporto dell’Italia, vicina al governo di Al Maliki che sta affrontando questa grave crisi per la sicurezza interna, e internazionale. Il mondo sta osservando attentamente a quanto sta accadendo nel nord dell’Iraq, consapevole che l’esito dell’offensiva del governo iracheno contro i terroristi potrebbe avere ripercussioni di forte impatto sulla sicurezza dell’intera regione.

 

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