domenica, Maggio 9

Al-Fatah nella bufera

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Di male in peggio nella Striscia di Gaza. In questi giorni, la tensione si taglia col coltello, gli scontri violenti ricordano quelli del conflitto storico palestinese nella lotta tra Hamas e Al-Fatah.

In poche settimane tanti edifici amministrativi dell’Autorità Palestinese, e di competenza dell’Organizzazione per gli affari dei prigionieri palestinesi e delle Brigate dei Martiri sono diventati obiettivi degli attentati di uomini armati e dal volto coperto, autori di saccheggi e incendi di automobili e abitazioni in diversi quartieri del territorio, che hanno messo in ginocchio l’enclave in un clima di terrore e scompiglio generale. Violenze inaudite che hanno costretto l’AP a sospendere ogni tipo di attività amministrativa. Non finisce qui: aggressioni e combattimenti con coltelli e spranghe di ferro contro i responsabili di Al-Fatah, e tanti feriti.  Ciò che accomuna le vittime di queste violenze è il sostegno e la vicinanza al Presidente Mahmoud Abbas, in un clima di collera e contestazioni che soffia molto forte da qualche tempo nella Striscia di Gaza.

La causa di questi scatti d’ira? La sospensione degli stipendi per circa 300 membri del Fatah, la maggior parte dei quali appartenenti ai servizi di sicurezza dell’AP, e che il Presidente accusa di essere partigiani di Mohamed Dahlane, il vecchio grande uomo di Gaza, guru del movimento Fatah e suo acerrimo nemico. Alcune fonti parlerebbero di un suo ritorno sulla scena politica, scatenando, sembrerebbe, la protesta del vecchio rais. Quest’ultimo ha ordinato l’arresto per molti dei membri del suo stesso partito in Cisgiordania, lasciando l’opinione pubblica molto perplessa.

La decisione di tagliare gli stipendi ai funzionari ha suscitato molte critiche a Gaza, che già soffre un numero infinito di atti punitivi, e la vita quotidiana dei cittadini è stata messa in totale subbuglio. Dal momento dell’annuncio della decisione presa, migliaia di palestinesi, molti dei quali simpatizzanti del Fatah, sono scesi in strada a suon di manifestazioni contro la politica attuata dal presidente, che si è guadagnato appellativi poco piacevoli, quali “dittatore”, “corrotto”, “traditore”, e “despota”.

«É giunto il momento di sventare queste ingiustizie inflitte alla Striscia di Gaza e ai nostri fratelli, che si son visti ingiustamente decurtare gli stipendi». Questo, il messaggio di Majed Abou Shamaleh, parlamentare palestinese, membro del Fatah e braccio destro di Mohamed Dahlane. Un Dahlane onnipresente, ostentato fieramente dai manifestanti che, scandendo il suo nome a chiari caratteri, gli hanno giurato obbedienza e fedeltà.

Una mossa audace mai fatta prima, che segna certamente una nuova tappa nella guerra fredda tra i due uomini di potere. Per la prima volta simili dimostrazioni vengono annunciate e le controversie sfociano nella violenza guadagnando terreno nei territori della Striscia di Gaza, diventata ormai arena di scontri violenti tra i partigiani di una o dell’altra fazione.

Ma non è tutto. A seguito di tali incidenti, il gruppo dei ‘protettori della legalità’, il cui nome allude al presidente Abbas, ha pubblicato una lista di 80 nomi di partigiani di Dahlane, da ‘piegare’ in quanto nemici e collaboratori d’Israele. «Attenti a giocare col fuoco, quella stessa fiamma che vi arderà», recitava il comunicato, e aggiunge anche: «I soli mezzi di dialogare con voi sono le armi e la pena capitale».

In risposta, un altro gruppo, sembrerebbe appartenente alle Brigate dei Martiri El Aqsa ha messo in guardia i pro-Abbas a tenersi lontano da qualsiasi colpo sferrato ai nominati della lista, pena la stessa sorte in cambio. Il gruppo ha fatto appello al servizio di sicurezza per tener testa al presidente e ai suoi ordini, dichiarandolo affetto da paranoia senile. «Abbas continua a muoversi come  se Al-Fatah fosse di sua proprietà, e sembra dimenticare il fatto che il partito che sta distruggendo è la creazione di un grande uomo, Arafat… come porre un freno ai nostri fratelli militanti per saziare la sete di vendetta di un presidente anziano e paranoico…», era questa la sostanza del comunicato.

Il braccio di ferro tra Dahlane e Abbas inizia nel 2010 quando il presidente palestinese, a capo del Fatah, ha allontanato Dahlane dal partito con l’accusa di agire in senso contrario. Lo ha accusato di aver fatto fuori  Arafat e di tentati omicidi contro altri palestinesi. Nella lunga lista delle accuse, trovavano spazio anche la collaborazione con organizzazioni straniere come Israele, accuse per corruzione, traffico d’armi e creazione di un esercito armato per un colpo di Stato. Accuse che Dahlane ha rifiutato, sfidando Abbas a provare i fatti. Durante i suoi interventi, ha inoltre affermato che i rapporti intrattenuti col presidente palestinese Mahmoud Abbas si erano affievoliti fino a inasprirsi dopo che quest’ultimo aveva rivendicato alcuni controlli sui 1,3 milliardi di dollari disposti a favore del “Fondo d’Investimento Palestinese” che, a sua detta, sarebbero spariti con l’arrivo di Abbas dopo Arafat, e quindi dopo le critiche rivoltegli pubblicamente che lo accusavano di aver disegnato un sistema di governo tiranno fondato sul nepotismo, che privilegiava i suoi figli.

Le accuse mosse a Dahlane sono state smentite anche dalla maggioranza del movimento popolare a Gaza, per cui il presidente godrebbe di stima e supporto.  Secondo questa fetta di sostenitori, come anche secondo molti osservtori, si tratta di accuse mosse alla politica, una manovra per mano di Abbas per sbarazzarsi di un rivale con un carisma da invidiare e che dispone di innumerevoli alleati in occidente e nei Paesi del Golfo, come gli Emirati Arabi, terra da lui abitata e goduta in compagnia della sua famiglia, come un vero e proprio principe.

A Ramallah corre voce di un colpo di Stato contro l’ex presidente palestinese. Voci secondo cui il presidente avrebbe silurato alcuni dei responsabili tra cui alcuni collaboratori a lui vicini, come Yasser Abed Rabo, segretario generale del comitato esecutivo dell’ OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) accusato di fargli resistenza, insieme a Salam Fayad, ex primo ministro.

Non bisogna, però, non considerare il fatto che i timori per l’ex rais hanno trovato terreno fertile nelle dichiarazioni di responsabili israeliani tra cui Benyamin Netanyahu, a capo del governo, che ha formulato la sua speranza di rivedere primeggiare nella Striscia di Gaza l’ex capo della sicurezza, vale a dire Mohamed Dahlane come presidente dell’AP, e  Mahmoud Abbas fuori dal cerchio. Secondo il quotidiano israeliano ‘Maariv’, il primo ministro israeliano avrebbe persino inviato il suo agente speciale, l’ avvocato Yitzhak Molkho, a incontrarlo negli Emirati Arabi. Stessa campana per Avigdor Lieberman, capo diplomatico, che pur dando ad Abbas del ‘terrorista’, ha anche lui accennato a questa eventualità, mentre intanto la stampa parla di più incontri già avvenuti tra i due.

Al momento non si sa se si tratta di mosse che rientrano in un quadro di pressione sul presidente palestinese, o se davvero sia in ballo un tentativo di detronizzazione. I dissensi all’interno del Fatah non lasciano intravedere nulla di buono sull’avvenire del movimento nazionale. Si rischia di esasperare l’anarchia che prevale nella Striscia di Gaza sotto l’occhio impassibile delle forze armate di Hamas che si rifiutano di agire a causa degli stipendi decurtati e che non fanno altro che creare lo stesso clima che ha imperversato per anni. Gli attriti si aggiungono a quelli già esistenti tra Al-Fatah e il movimento islamico, che continua a gestire la Striscia di Gaza, nonostante l’esistenza di un accordo di riconciliazione e formazione di un governo di unione. In un nuovo segno di sfida del movimento islamico che la crisi con l’AP non smette di esasperare, i deputati di Hamas a Gaza hanno tenuto una sessione dedicata al blocco imposto dal 2006 da Israele a 1,8 milioni di abitanti di quei territori. Era stata prima di tutto l’occasione per moltiplicare gli attacchi contro  Mahmoud Abbas, facendo eco alle invettive e alle accuse sul suo conto.

Osama Quawasmeh, portavoce del Fatah in Cisgiordania, e fedele di Abbas, sostiene che il grande ritorno di Dahlane sulla scena palestinese in generale e a Gaza in particolare è attuata con l’aiuto del suo ex-nemico, il movimento di Hamas, con il quale i rapporti sarebbero migliorati grazie ai fondi versati a favore della Striscia di Gaza, fondi che ammonterebbero a milioni di dollari e che rappresenterebbero la giusta via per la rimessa in piedi del movimento islamico, vittima di una crisi finanziaria senza precedenti.

Si tratta di una vera riconciliazione, o semplicemente di un’alleanza dettata da interessi comuni? Forse di un gioco politico o di un ricatto con l’obiettivo di mandare in furia i rivali politici a Ramallah? Solo il tempo potrà dare delle risposte, questo è vero. Ma ciò che è certo è che chi ci sta rimettendo è la questione palestinese, oggi più che mai nella tormenta di una divisione infinita e che non vuole smettere di allargarsi all’orizzonte.

 

Traduzione di Silvia Velardi

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