sabato, Settembre 18

Ain Al Hilweh, un kalashnikov per 20 euro field_506ffb1d3dbe2

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Un chilometro quadrato dove le case si ammassano le une sulle altre per accogliere oltre 70.000 profughi, tutti figli o nipoti di profughi. Una zona ‘off limits’ circondata da posti di blocco e filo spinato dove l’esercito libanese non può mettere piede. È qui, ad Ain Al Hilweh, il più grande dei campi profughi palestinesi in Libano, che da sempre  trovano rifugio trafficanti di armi, delinquenti comuni braccati dalla polizia e ogni sorta di ricercati. Ma adesso anche jihadisti in fuga dalla Siria. Soprattutto da quando le milizie dello Stato Islamico e di al Nusra, sotto la pressione dei bombardamenti dell’aviazione russa, hanno cominciato a ritirarsi da Palmyra e dalle zone occidentali della Siria.

Dozzine di miliziani libanesi che hanno combattuto contro Assad adesso si stanno preparando a tornare a casa. Anche nel nord-est del Libano gli jihadisti sunniti, ostili a Hezbollah, sono rimasti isolati e senza appoggi, in cerca di una buona via di fuga in caso di attacco dell’esercito libanese o degli stessi sciiti di Hezbollah. La maggior parte di loro non è palestinese, ma nei campi profughi palestinesi sparsi in Libano può trovare un rifugio sicuro.

Ad Ain Al Hilweh, a sud di Sidone, i miliziani di al-Nusra e dello Stato Islamico da qualche anno sono gli jihadisti più potenti del campo, quelli che contribuiscono a decidere le regole del gioco in un luogo intricato, con decine di fazioni in lotta tra loro. In aprile qualche uomo di Fatah ci ha lasciato la vita. L’ultimo è Fathi Zaydan, capo delle sicurezza del vicino campo profughi di Mieh Mieh, ucciso in un attentato il 12 aprile. Le forze di sicurezza libanesi cercano di tenere la situazione sotto controllo.

M.M. è un profugo palestinese di Ain Al Hilweh. Ha poco più di trenta anni. La sua famiglia è rimasta là, ma lui è riuscito a ottenere asilo politico in Italia qualche anno fa. Adesso lavora e cerca di rifarsi una vita nel nostro Paese. Non è facile perché i segni della violenza subita non si cancellano. Sono visibili anche sul suo corpo. La sua famiglia è laica. Il padre era un militante di Fatah. M.M. lo ha conosciuto poco perché era sempre in giro per l’Europa. Almeno una volta negli anni 80 suo padre, forse solo per coincidenza, si è trovato proprio nella città in cui in quel momento colpiva il terrorismo palestinese. Suo nonno era di al-Saika, la milizia palestinese creata da Hafez al Assad. Una fazione del cosiddetto ‘Fronte del rifiuto’, ostile a Yasser Arafat e a qualsiasi compromesso con Israele. M.M., quando aveva pochi anni, ha visto il nonno morire davanti ai suoi occhi, ucciso nel campo profughi da militanti di un gruppo sunnita.

“Tutti i palestinesi di Ain Al Hilweh sanno che i delinquenti comuni trovano rifugio nel loro campo perché lì la polizia libanese non può raggiungerli. Entrano nel campo, si fanno crescere la barba e poi dicono di essere salafiti. Formano gruppi di cinque o sei persone e cercano di dettare legge. Non escono dal campo, perché altrimenti la polizia libanese li ucciderebbe. Alcuni di loro sono stati in Siria: vanno e vengono. Affittano belle case. Hanno tanti soldi. Si drogano. Qui da voi i ragazzi prendono pasticche per ballare in discoteca. Ad Ain Al Hilweh le prendono per uccidere”.

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