giovedì, Settembre 23

AIIB, una banca per l'Asia a dimensione cinese field_506ffb1d3dbe2

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100 miliardi di dollari. La Cina raddoppia lo stanziamento iniziale per l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank), la ‘Super Bancacon la quale Pechino punta ad arginare l’influenza di WB (World Bank), FMI (Fondo Monetario Internazionale) e ADB (Asian Development Bank), enti ritenuti appannaggio di una fetta di mondo che il Dragone avverte come ostile all”ascesa pacifica’ cinese. Tanto nei mercati quanto sullo scacchiere geopolitico. 

Il Presidente Xi Jinping aveva preannunciato la nascita dell’istituto alla viglia del summit APEC (Asia Pacific Cooperation) tenutosi a Bali nell’ottobre 2013. Negli ultimi mesi si era parlato di un capitale sociale di ‘soli’ 50 miliardi di dollari, una cifra che -secondo fonti del ‘Financial Times’– il Governo cinese ora vorrebbe portare a 100 miliardi in aperta competizione con l’ADB (165 miliardi), nella quale a fare la parte del leone sono Stati Uniti e Giappone, rispettivamente con il 15,7 e 15,6% del capitale sociale contro il 5,5% detenuto dalla Repubblica popolare. Con base a Manila, l’ADB sta al Sol Levante come la Banca Mondiale sta agli States e il Fondo Monetario Internazionale all’Unione Europea; tant’è che usanza vuole sia Tokyo a nominarne il Governatore.

Da tempo Pechino lamenta l’inadeguatezza delle istituzioni internazionali dalle quali non si sente adeguatamente rappresentato, e ambisce a ribaltare i criteri di concessione del credito sulla base dei propri principi diplomatici. Prestiti a ‘interessi zero’ per i vicini asiatici, senza esercitare alcuna leva politica: nessuna pressione interna, richiesta di riforme, garanzie a lungo termine o critiche in materia di diritti umani. Tutti fattori dei quale le organizzazioni finanziarie occidentali si servono spesso per dettare le proprie condizioni. «E’ evidente che la Cina non assoggetterà la concessione dei prestiti a fattori non-economici», dichiarano fonti diplomatiche a ‘The Hindu’.

La composizione dell’azionariato potrebbe essere annunciata proprio in occasione del prossimo meeting APEC, che si terrà tra il 10 e l’11 novembre a Pechino, mentre il Governo cinese prevede un taglio del nastro entro la fine dell’anno. 22 sono i Paesi ad aver mostrato interesse per il progetto, 10 quelli con i quali il Dragone ha già firmato protocolli d’intesa. Si tratta sopratutto di Nazioni asiatiche in via di sviluppo (Cambogia, Vietnam, Birmania e Corea), ma secondo la stampa internazionale il progetto farebbe gola perfino ad «alcune monarchie petrolifere del Medio Oriente». L’invito è stato esteso anche a Giappone, Stati Uniti e India, nonostante fonti a conoscenza degli eventi assicurano che Pechino farà di tutto per ridurre al minimo la loro influenza all’interno dell’istituto. La maggior parte dei fondi proverrà da oltre Muraglia.

«La Cina è interessata alla partecipazione ai progetti infrastrutturali, alla valorizzazione dei giacimenti e all’estrazione delle risorse naturali all’estero» spiega alla ‘Voce della Russia’  Grigorij Birg, analista bancario dell’agenzia indipendente Investkafe, «a questo scopo ha bisogno di partecipare al finanziamento di tali progetti, forse anche insieme con compagnie private o banche statali di altri Paesi. Lo dimostra l’esempio della cooperazione della Cina con le compagnie russe Rosneft e Gazprom. I contratti con queste compagnie sono accompagnati dal finanziamento di progetti congiunti da parte della Cina. Pechino intende aumentare la capitalizzazione della Banca asiatica per investimenti infrastrutturali proprio al fine di rafforzare la sua partecipazione ai progetti infrastrutturali ed altri grandi progetti realizzati all’estero». Una tendenza confermata dal progetto per la realizzazione di un’altra banca di sviluppo, questa volta pensata appositamente per i BRICS, acronimo che abbraccia al suo interno Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Paesi ancora poco coesi in termini di Pil, ma fortemente decisi a sostenere i mercati emergenti bypassati dagli organismi internazionali nati dopo la Seconda Guerra Mondiale sotto l’egida di Washington. 

Dal canto suo, Pechino nega di nutrire sentimenti di rivalsa e tira una riga: «L’AIIB si concentrerà sopratutto sulla costruzione di infrastrutture in Asia al fine di promuovere la connettività e la cooperazione economica nella regione», chiariva a marzo il Ministro delle Finanze cinese Lou Jiwei , «Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Asian Development Bank, invece, hanno come priorità la riduzione della povertà». Una spiegazione che non rassicura esperti e analisti, sopratutto considerata la notoria spregiudicatezza con la quale il Dragone investe in Asia, America Latina e Africa. L’accordo ‘grandi opere in cambio di materie prime’ è già costato al Continente Nero il 40% delle sue risorse.

In linea generale sono abbastanza favorevole alla Banca Mondiale in quanto ente indipendente, che sebbene soggetto a pressioni da parte di poteri politici, rimane tuttavia libero di prendere le proprie decisioni“, ci spiega  Adam Jeffes, Manager del team Global Banking & Markets presso Morgan McKinley di Hong Kong, “analogamente l’Asian Development Bank è un’entità indipendente e ha un suo panel per verificare che i progetti portati avanti siano effettivamente nell’interesse di chi si suppone debba essere aiutato. Questa squadra è gestita da Ding Ding Tang, che è di nazionalità cinese. Sarei quindi favorevole anche all’AIIB fintanto che si tratti di un istituto autonomo, i suoi conti siano vigorosamente regolati in conformità con i principi contabili internazionali e abbia una struttura ben disciplinata in modo da eliminare i conflitti d’interesse“. Raccomandazioni analoghe sono giunte dalla direzione di ADB, che si è detta disposta a collaborare con il neonato concorrente solo nel caso in cui vengano assicurati «i più alti standard di governance». Pechino dovrà tener conto delle valutazioni circa l’impatto ambientale e sociale dei progetti, spiega a ‘Emerging Markets’ il Presidente dell’istituto Takehiko Nakao.

La domanda di infrastrutture economiche -ovvero fattori di produzione che si affiancano al capitale direttamente produttivo contribuendo alla produzione di beni e servizi, come reti stradali e ferroviarie, porti, oleodotti, dighe e opere di bonifica- risulta gravemente insoddisfatta sopratutto nelle economie emergenti asiatiche. «Nonostante i tassi d’interesse molto bassi, enormi lacune nelle infrastrutture coesistono con con un massiccio accumulo di risparmi e una capacità economica globale sottovalutata», fa notare su ‘East Asia Forum’ Andrew Elek, ricercatore associato presso l’Australian National University. 

Secondo stime rilasciate dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) nel 2011, nei prossimi due decenni il fabbisogno mondiale di infrastrutture raggiungerà un costo di 50 trilioni di dollari, mentre l’ADB calcola che le economie asiatiche emergenti necessiteranno di 8 trilioni di dollari nella decade 2010-2020 per tenere il passo con le loro esigenze infrastrutturali. «I risparmi, per la maggior parte generati in Asia, sono più che adeguati a soddisfare parte della domanda», continua Elek. 

Sebbene ADB e World Bank abbiano le capacità per incidere molto di più sul versante capitale fisso sociale, tuttavia parrebbero aver scelto un’altra strada: i prestiti commerciali netti da parte di banche multilaterali di sviluppo sono risultati in calo per cinque degli ultimi dieci anni, mentre WB e ADB parrebbero aver preferito concentrarsi sui prestiti concessionali, lasciando ampio spazio di manovra a nuovi istituti finanziari. E alla Cina di esercitare il proprio soft power sul vicinato asiatico. Non a caso, in cantiere ci sarebbero già i lavori per una nuova Via della Seta tra Asia ed Europa, oltre ad una linea ferroviaria diretta Pechino-Baghdad, entrambe finanziabili attraverso l’Asian Infrastructure Investment Bank. In questa prospettiva, un ipotetico coinvolgimento dell’India –potenziale partner marittimo della cintura economica eurasiatica– all’interno dell’organizzazione acquisterebbe un peso specifico non indifferente.

Corteggiato durante la recente visita del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi a Delhi, il Governo di Narendra Modi starebbe ancora vagliando l’ipotesi di un sua partecipazione all’AIIB; i rapporti con Pechino non sono esattamente idilliaci per via dell’imprecisa linea di frontiera che, nel 1962, trascinò i due Paesi in una fulminea ma intensa guerra. Come ipotizza ‘The Hindu’, l’accesso facilitato ai prestiti cinesi potrebbe, tuttavia, avere un suo prezzo: non si escludono pressioni per un ingresso indiano nella SCO (Shanghai Cooperation Organization), organismo focalizzato sulla sicurezza diretto da Cina e Russia, di cui Delhi -come Pakistan e Iran- è al momento soltanto osservatore. Alla fine, anche Pechino ha le sue armi di ricatto.

 

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