sabato, Maggio 15

Ai Kashmiri la risoluzione della controversia Kashmir Almeno 19 civili uccisi a causa della ripresa dei combattimenti lungo la Linea di Controllo

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Kashmir

Mentre le popolazioni del Jammu e Kashmir – parte indiana – e del segmento di questa provincia confinante con il Pakistan, denominato Azad Kashmir, lottano per riprendersi dalle devastazioni causate dalle esondazioni di inizio settembre, che hanno messo in ginocchio l’economia dell’intera regione provocando lo sfollamento di migliaia di famiglie, dall’inizio di ottobre gli eserciti di entrambi i Paesi sono stati impegnati nello scambio di spari e colpi di mortai.

Più di 450 persone hanno perso la vita nelle esondazioni e almeno 19 civili di entrambe le parti sono stati uccisi a causa della ripresa dei combattimenti tra India e Pakistan lungo la Linea di Controllo. Mentre migliaia di abitanti sono stati costretti a lasciare i loro villaggi a causa dei recenti scontri tra i Paesi, ciascun fronte accusa l’altro di aver rotto il cessate il fuoco del 2003. Nessuno ha ritenuto importante spiegare perché è stato rotto il cessate il fuoco e perché lo scambio di fuoco è un esercizio importante in un momento in cui a entrambi i Paesi si richiedeva di fare del loro meglio per permettere alle persone alluvionate di rialzarsi e far ripartire le loro attività.

 

La sede del conflitto

Da quando, nel 1947, i britannici lasciarono il sub-continente indiano, Il Kashmir, lo Stato himalaiano, denominato ‘il paradiso sulla terra’, è stato sede del conflitto: sia India che Pakistan rivendicano la sovranità sull’intera regione, data la sua importanza geopolitica ereditata confinando con Afghanistan, Cina e Tibet, ora sotto il dominio cinese, oltre a quello indiano e pakistano. Nel corso degli anni, la controversia ha causato violenti scontri armati tra le forze militari indiane e pakistane poiché entrambi i Paesi sono impegnati nella questione «a livello emozionale, diplomatico e militare», sostiene Christopher Snedden di Asia Calling, un’agenzia australiana per servizi di consulenza strategica.

Effetto collaterale della spartizione dell’India britannica in India e Pakistan, la questione Kashmir ha condotto allo scoppio di tre guerre tra i due Paesi e causato ripetutamente una serie di crisi che hanno minacciato di dare vita a un conflitto su vasta scala”, afferma Salfie Muzaffar Parray, professore di Scienze Politiche di Srinagar. “Inoltre, dal 1989, l’India combatte una guerra segreta”, sostiene il dottor Sushmit Kumar, uno scrittore indiano che vive negli Stati Uniti, aggiungendo: “I due Paesi hanno sfiorato una guerra su vasta scala, nel 1999, quando l’esercito permanente pakistano occupò le vette del Kashmir che si affacciano sull’importante autostrada indiana che collega Srinagar a Leh, capitale del Ladakh”.

 

Le radici del conflitto

Le radici del conflitto risalgono alla spartizione del sub-continente indiano, nel 1947, lungo linee religiose che hanno portato alla formazione di India e Pakistan. Tuttavia, la risoluzione della questione della fusione di più di 650 Stati principeschi veniva lasciata alla decisione degli stessi Stati principeschi. Per il Kashmir, il maggiore Stato principesco, si delineavano due alternative: unirsi all’India o al Pakistan. Ciononostante, il reggente dello Stato, il maharaja Hari Singh, essendo di religione hindu a dispetto della maggioranza della popolazione che era musulmana, scelse di rimanere neutrale sperando di rimanere indipendente.

Fu una rivolta da parte delle tribù del Kashmir, ritenuta essere stata promossa e condotta dall’esercito pakistano nell’ottobre del 1947, a mandare in frantumi le speranze di indipendenza di Hari Singh, il quale ratificò l’Atto di Annessione, cedendo il Kashmir all’India il 26 ottobre dello stesso anno. Pertanto, l’anno della prima guerra del Kashmir tra forze indiane e pakistane fu il 1947-1948.

«Gli intrusi erano in fuga e l’esercito indiano avrebbe preso l’intero territorio di Jammu e Kashmir ma, contro il parere di Patel, il Primo Ministro Nehru fece pervenire la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 1° gennaio 1948. In quell’occasione, l’India accusò il Pakistan di inviare sia truppe regolari che tribù nella regione in questione. Questo portò all’istituzione di una Commissione Onu in India e Pakistan (UNCIP) da parte del Consiglio di Sicurezza per valutare le richieste e le contro richieste di entrambi i Paesi», scrive il dottor Sushmit Kumar.

Nella sua risoluzione del 13 agosto 1948, l’Onu chiese al Pakistan la rimozione delle truppe dal territorio; in seguito, in una risoluzione approvata il 5 gennaio 1949, stabiliva che l’adesione del Jammu e Kashmir all’India o al Pakistan doveva essere definita attraverso il metodo democratico di un referendum libero e imparziale per consentire alla popolazione di decidere il proprio futuro. Tuttavia, le forze armate non furono ritirate né fu possibile indire un referendum, con il perdurare dell’aggressione militare, violando così le risoluzioni Onu e portando a un accordo di cessate il fuoco attuato “a partire da un minuto prima della mezzanotte del 1° gennaio 1949”. La Linea di Controllo rimane ancora il confine de facto tra i due Paesi. In seguito, il territorio del Jammu e Kashmir, sotto controllo dell’India, è stato incorporato all’Unione Indiana come uno Stato e ha ottenuto uno status speciale in conformità all’articolo 370 della Costituzione indiana.

 

Autonomia o libertà limitata?

«L’articolo 370 si applica da sé, ex proprio vigore, in quanto la sua applicazione è indipendente da altri articoli della Costituzione indiana. Inoltre, il comma 3 del Decreto del 1950 (Norma per J&K) ha applicato gli articoli 1 e 370 allo Stato in questione», afferma Tarunjyoti Tewari, avvocato del Bengala occidentale. «In base a questo articolo, il governo indiano era responsabile principalmente di tre ambiti – difesa, esteri e comunicazioni – al fine di conferire una significativa autonomia allo Stato del Jammu e Kashmir, inclusi Jammu, la Valle del Kashmir e Ladakh».

In realtà, oggi l’autonomia si è ridotta a libertà limitate in questo Stato a causa di crescenti attività jihadiste condotte negli ultimi anni e della presenza concentrata dell’esercito per fronteggiarle. La popolazione e la società civile sono state le vittime del conflitto che è stata una questione politica affrontata da entrambi i Paesi per circa 70 anni. «Nel periodo del violento conflitto armato, la gioventù del Kashmir è stata testimone, e alcuni hanno anche partecipato, delle ostilità che hanno condotto alla rottura del nostro ethos collettivo e tessuto sociale» dichiara Adfar Shah, sociologo di Delhi. 

«Secondo resoconti conservatori, le forze indiane hanno ucciso circa 70.000 persone e brutalizzato l’intera popolazione», spiega il dottor Nasir Khan – un attivista per la pace originario del Kashmir – che vive in Norvegia, facendo inoltre notare che «il conflitto in Kashmir ha causato povertà e distruzione indicibili, sia in termini di vita che di beni. Rappresenta anche la principale causa di tensione tra l’India e Pakistan come Paesi rivali. L’enorme esaurimento di risorse sostenute dai due Paesi per l’accumulo di forze militari e per la corsa agli armamenti inclusa l’acquisizione di bombe nucleari è un risultato del loro scontro per il Kashmir».

 

Tentativi falliti e possibilità

In seguito alla guerra tra i due Paesi nel 1965, il Primo ministro indiano, Lal Bhadur Shastri, e il Presidente del Pakistan, Ayub Khan, ratificarono l’Accordo di Tashkent il 1° gennaio 1966, per risolvere il conflitto e restaurare la pace nella Valle. Anche in seguito al conflitto del 1971, nel 1972 il Primo ministro indiano, Indira Ghandi, e il Presidente del Pakistan, Zulfikar Ali Bhutto, firmarono l’Accordo di Simla, che reiterava le promesse fatte a Tashkent.

Tuttavia, i due accordi sortirono l’effetto della pace né riuscirono a spingere i due Paesi verso la risoluzione del conflitto, fondamentale per dare al popolo un’atmosfera pacifica in cui vivere e assicurare lo sviluppo nello Stato. Il tentativo fatto dal Primo ministro indiano, Atal Behari Vajpayee, nel Febbraio del 1999, inaugurando il servizio autobus di quattro volte a settimana nella tratta Delhi-Lahore-Delhi, alimentò le speranze che tale sforzo avrebbe contribuito ad alleggerire la tensione tra i due Paesi lungo la Linea di Controllo in Kashmir.

Tuttavia, tutte le speranze della diplomazia furono vanificate essendo i due Paesi entrati nella guerra di Kargil pochi mesi dopo. Poiché alla guida attuale del Paese vi è di nuovo Narendra Modi, si delinea una speranza che il processo di pace iniziato con il Primo Ministro Atal Bihari Vajpayee sarà portato avanti sotto la guida del nuovo leader. Secondo Rekha Chowdhary dell’Università di Jammu, «può darsi che Modi non sia come Vajpayee ma porta l’eredità di quest’ultimo. Eredità che, si spera, non solo gli consegnerebbe una tabella di marcia da seguire ma diventerebbe anche un obbligo e una responsabilità per lui e il suo partito».

Ma il dilemma è se i tentativi da fare sono di nuovo a livello diplomatico o se agli abitanti del Kashmir, i veri attori in questione, deve essere data un’opportunità di partecipare e istituire la pace nella loro terra. Come ha spiegato il noto giornalista televisivo indiano Rajat Sharma, rispondendo alle domande degli studenti del Bhubaneswar, «è il popolo di Jammu e Kashmir che deve essere consultato per la risoluzione del conflitto riguardante lo Stato di Jammu e Kashmir».

«A prescindere dalla decisione della popolazione della Valle del Kashmir di unirsi all’India o al Pakistan o di optare per la piena indipendenza, sta a loro compiere questo passo. Non conta quale decisione essi prendano per determinare il loro futuro come stabilito dalle risoluzioni Onu, ma deve essere loro e soltanto loro», afferma il Dottor Nasir Khan.

 

Traduzione di Patrizia Stellato

 

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