mercoledì, Maggio 12

Agricoltura, largo ai giovani field_506ffb1d3dbe2

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politica agricola UE

La crescita che inseguiamo da anni viene invocata da tutti ma tarda a mostrarsi. I problemi endemici dell’economia e del tessuto imprenditoriale italiano non permettono a governo e aziende di trovare una soluzione definitiva per la disoccupazione, arrivata all’allarmante livello del 12,6%. Le banche erogano pochissimo credito e stanno più che altro attente a rispettare i parametri imposti dalla Bce e dall’Europa. In mezzo a tutta questa incertezza, queste difficoltà diffuse, c’è un comparto che cresce quando gli altri arrancano. L’agricoltura, secondo i dati Istat, dà lavoro a chi non ne ha, come spiega la Coldiretti: «Crescita record delle assunzioni in agricoltura, il settore che fa registrare il più elevato aumento nel numero di lavoratori dipendenti con un incremento record del 5,6%».

I numeri registrati dall’istituto nazionale di statistica ci dicono anche che un lavoratore dipendente su quattro assunti ha meno di 40 anni e, prosegue la Coldiretti, un segnale «incoraggiante  viene anche dall’aumento del numero di imprese agricole condotte da giovani under 35 che nel secondo trimestre sono salite a 48.620 unità con un incremento del 2,6% rispetto al trimestre precedente». Non saranno numeri sconvolgenti ma, per chi è abituato a vedere il segno meno davanti alla maggior parte degli indicatori, è già qualcosa.

Questo rinnovato interesse degli under 40 per la terra e i suoi prodotti è supportato dal decreto Terrevive presentato dal ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina: il governo ha messo in vendita e in locazione 5.500 ettari di terreni agricoli pubblici dando la precedenza a chi ha meno di 40 anni. Il decreto cerca di smuovere una situazione complessa, perché in Italia non è facile avere a disposizione un terreno da lavorare e lo Stato non è in grado di coltivare tutti questi terreni, che possono coprire l’area di 7 mila campi da calcio. Secondo gli esperti del settore la cessione di questi campi darà una spinta fondamentale per trovare le risorse necessarie allo sviluppo, permetterà di calmierare il prezzo dei terreni e stimolerà ancora di più l’occupazione e la redditività delle imprese agricole.

Una svolta positiva, secondo Fabio Del Bravo, Responsabile Servizi di Mercato e Supporti Tecnologici di Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, che però deve portare a un ricambio generazionale anche tra i proprietari delle aziende agricole e non soltanto tra i dipendenti. “L’occupazione nel settore agricolo nel primo semestre sta aumentando per quanto riguarda i dipendenti e si sta riducendo tra gli indipendenti perché chiudono le aziende più piccole. Questo è anche un problema di vecchiaia perché le aziende piccole sono spesso gestite da persone anziane che, se non trovano tra i parenti qualcuno che li sostituisca quando è giunta l’ora di cedere il passo, sono destinati a chiudere. Uno dei maggiori problemi dell’agricoltura italiana è la vecchiaia e anche qui stanno tornando i giovani per scelta, per fortuna, perché si tratta di gente che ha studiato e ha ottenuto una laurea, anche se non sempre specialistica”.

La questione maggiore da risolvere rimane quello della redditività per le aziende italiane, soprattutto quelle più piccole, che rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto agricolo, prosegue Del Bravo. “Questo è il problema delle aziende agricole italiane, al di là della capacità di qualcuno di produrre e di fare prodotti e di avere una propria nicchia di mercato. In generale l’Italia ha sempre avuto il problema dell’agricoltura. Questo perché c’è una questione culturale, cioè la capacità di aggregarsi, il mondo è molto frammentato, ci sono molte aziende molto piccole. L’agricoltura va via via perdendo il proprio peso e il valore del prodotto finale è sempre più riconducibile non soltanto alla qualità della materia prima ma tutta a una serie di servizi che si cumulano nella filiera: non esistono solo la logistica e la lavorazione del prodotto ma anche il marketing e altri aspetti intermedi. Per tutti questi motivi alla fine soltanto una piccola quota va alla materia prima. Infatti chi fa reddito riesce a produrre nella sua azienda un prodotto che già esce dall’azienda con un contenuto di valore e servizi più alto della singola materia prima”. 

Per superare questo stallo servirebbe un aiuto dal governo che permettesse di ricompattare una tale frammentazione e proporre i prodotti delle nostre aziende anche all’estero, perché i consumatori italiani non sono sufficienti per aumentare il fatturato delle molte aziende presenti sul mercato. Avanzare compatti e presentarsi convinti nei Paesi esteri più appetibili è una sfida che si può vincere soltanto se esiste una regia condivisa. “Il problema grosso è quello della domanda interna”, spiega Del Bravo. “C’è anche una contrazione nei volumi, quindi c’è evidentemente un problema di domanda, ma il ministero sta puntando correttamente sull’export. Nel comparto alimentare i prodotti italiani nel mondo fanno rima con qualità, le caratteristiche dell’agroalimentare italiano sono molto positive perché possiamo offrire una gamma enorme con ottima lavorazione e ottima filiera. Purtroppo, nonostante tutti questi aspetti positivi, non riusciamo ad esportare su mercati complicati e competitivi perché servono prodotti con gli strumenti accessori adatti e aziende con le spalle larghe, gli italiani non sempre le hanno. Questo è un limite e il governo dovrebbe lavorare lì, favorire l’aggregazione attraverso piattaforme. Per far capire ciò che intendo, faccio spesso l’esempio dei  vini in Cina: l’Italia ha una fetta di mercato del 6%, rispetto a una valore di decine di punti percentuali della Francia, mentre come produzione assoluta siamo alla pari. Abbiamo la stessa qualità e la stessa varietà di cantine, numeri enormi in entrambi i casi, ma le aziende vinicole italiane si presentano sul mercato cinese singolarmente e non vengono prese sul serio oppure non riescono a farsi largo in un mercato così grande. Stiamo pagando caro questa disorganizzazione per il momento”.

Gli aiuti per le aziende che vogliono crescere e investire esistono, continua Del Bravo, e l’Ismea li propone da anni al di là della consulenza, delle attività informative diffuse e delle coperture assicurative di base che propone. “Il più noto è quello che faceva a capo della Cassa della Formazione della Proprietà Contadina, che da qualche anno viene fatto rientrare negli aiuti di Stato. Si tratta del patto di riservato dominio, una specie di leasing. L’Ismea acquista per conto dell’agricoltore, o dell’investitore, il terreno con un mutuo trentennale a tasso agevolato e questo terreno diventa di proprietà dell’agricoltore solo al pagamento dell’ultima rata”.

Esiste anche un modo per evitare che le aziende chiudano per mancanza di  braccia e cervelli: “Un altro strumento che promuove l’Ismea è il subentro: l’istituto finanzia un’azienda che già esiste e favorisce il passaggio da una vecchia generazione a una nuova generazione di agricoltori, non necessariamente della stessa famiglia. La nostra intermediazione è importante perché con le nostre garanzie costa di meno l’accesso al capitale bancario”. 

 

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