martedì, Ottobre 19

Agricoltura biologica, ‘conversione’ e nuove responsabilità

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La Dottoressa Agronoma Sandra Di Ferdinando si occupa di vigilanza sulle produzioni regolamentate e sugli organismi di certificazione autorizzati in materia di agricoltura biologica per ARSIAL, «Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio». Collabora, inoltre, ai tavoli tecnici in stretto coordinamento con la Regione Lazio, nell’ambito della tutela delle risorse e della valorizzazione della qualità dei prodottiBIO’.

 

Dottoressa Di Ferdinando, quali sono, secondo Lei, le principali criticità (economiche, organizzative, di scelta produttiva in capo alle aziende o di altra natura) che rendono difficile la transizione/conversione all’agricoltura biologica?

Il momento di conversione è la fase più critica per le aziende, per tanti aspetti. In particolare, la riuscita della transizione al metodo di produzione biologico è strettamente legata all’ attitudine dell’imprenditore agricolo ad assumere decisioni tenendo conto di molteplici fattori, agendo in primis con misure preventive e progettando il sistema produttivo aziendale nel suo complesso.

A quali misure preventive fa riferimento?

Esistono misure precauzionali in massima parte incluse nei «criteri di gestione obbligatori» (CGO) e nelle «norme per il mantenimento del terreno in buone condizioni agronomiche e ambientali» (BCAA): si tratta di condizionalità che devono applicare tutte le imprese agricole aderenti a misure di sostegno della Politica Agricola Comunitaria.

Se l’imprenditore agricolo adotta già un metodo di produzione convenzionale il più possibile diversificato, basato sulla riduzione degli input esterni (fertilizzazione, difesa delle colture, ecc.) e sull’adozione di misure precauzionali per rispondere ai fabbisogni delle coltivazioni e degli allevamenti, avrà una naturale predisposizione alla conversione al metodo di produzione biologico. In altre parole, quell’operatore sarà già ‘portatoa diversificare le produzioni, attraverso rotazioni o avvicendamenti colturali complessi, l’inserimento di colture di supporto ecologico e quant’altro possa rendere l’agro-ecosistema aziendale più resiliente sia rispetto alle avversità e ai cambiamenti climatico-ambientali, sia verso le richieste del mercato dei prodotti biologici in continua crescita.

Con queste premesse di fatto e i mezzi attualmente disponibili, sembra una prospettiva invitante per i produttori agricoli…

Le scelte tecniche sono molteplici e aumentano sempre più le fonti di informazione sui mezzi di produzione adatti alle produzioni biologiche. Tuittavia, dalla mia esperienza, l’aspetto più difficile per l’imprenditore agricolo, che deve ricoprire molteplici ruoli nella gestione aziendale, è quello di riprendere a progettare l’azienda verso un aumento della complessità, inevitabilmente con maggiore intensità di lavoro e fabbisogno di conoscenza, a cui le amministrazioni pubbliche devono dare il massimo supporto.

E’ possibile ‘scattare una fotografia’ dell’Italia agricola attuale, tracciando un bilancio della diffusione e del successo di questa modalità? Come si colloca l’Italia rispetto agli altri Paesi europei?

Questa fotografia è scattata annualmente dal SINAB e da altri enti di ricerca come il CREA («Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria»). Le aziende rappresentano ancora solo il 3,6% del totale nazionale, evidenziando come in biologico si ha una struttura aziendale meno frammentata. Le coltivazioni più rappresentate sono le foraggere annuali e permanenti che, con oltre 700.000 ettari, rappresentano quasi il 50% del totale.  Seguono i cereali (15%), l’olivo (12%), la vite (>5%), mentre a circa il 2% si collocano, nell’ordine, frutta e altre colture permanenti, frutta in guscio, agrumi e ortaggi. L’orticoltura, pur crescendo negli ultimi anni con maggiore intensità rispetto ad altre coltivazioni, copre ancora meno del 2% della superficie biologica nazionale. Dati che confermano la maggiore estensività delle coltivazioni biologiche rispetto a quelle convenzionali, anche per la presenza delle produzioni animali, i cui dati evidenziano un aumento delle consistenze con punte di incremento del 33% per le api e del 20% per i bovini e il pollame rispetto al 2014.

In Europa, con 11 milioni di ettari, la superficie coltivata con metodo biologico ha raggiunto il 6,2% della SAU totale. L’Italia si colloca al 2° posto, dopo la Spagna, come superficie complessiva in biologico e al 3° come incidenza della superficie BIO sulla SAU totale, dopo Austria e Svezia.

Relativamente ai consumi, il mercato italiano BIO continua a crescere, in tutti i canali commerciali; i dati ISMEA («Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimenatre») rivelano incrementi di vendita dell’11% annuo dal 2010 al 2015 con punte negli ultimi anni del 20%, tutti i comparti crescono a differenza dei consumi del convenzionale. I settori più rappresentati nel carrello BIO sono i cereali e derivati (25%), la frutta fresca e trasformata (19%), gli ortaggi freschi e trasformati (15%) e, infine, latte e derivati (10%). Queste categorie coprono quasi il 70% della spesa complessiva BIO.

Altro dato importante è la crescita dell’export BIO (si veda, in proposito, il Progetto «Osservatorio Sana», promosso dall’ICE), che dal 2008 al 2015 ha registrato un incremento del 408%, a fronte di una crescita del biologico sul mercato interno del 94%, mentre nel medesimo periodo la crescita dell’export del comparto agroalimentare complessivo è stata del 40%.

Potrebbe dirci qualcosa della Sua personale esperienza ‘sul campo’ nell’ambito dell’attività di monitoraggio, elaborazione e coordinamento svolte per ARSIAL? Quali sono stati gli ‘ostacoli’ maggiori (applicazione della legislazione regionale, burocrazia, problemi gestionali, vigilanza sugli organismi di controllo autorizzati)?

Le produzioni biologiche nel Lazio, sono l’espressione di una volontà del territorio che è stata riconosciuta dalle istituzioni già nel 1989, con la L.R. n. 51 «Norme per l’agricoltura biologica», ossia prima del riconoscimento europeo avvenuto nel 1992 con il primo Regolamento in materia (CE/2092/1991). Ancora oggi, molti pionieri di allora sono presenti e attivi con le loro produzioni biologiche nel tessuto regionale. La Regione ha da sempre perseguito l’obiettivo di incentivare le produzioni biologiche sia nella programmazione delle misure agro-ambientali, riconoscendo al BIO una priorità di finanziamento e anticipando nelle ultime due programmazioni del PSR («Programma di Sviluppo Rurale») la scelta di dare preferenza all’agricoltura biologica fatta dall’UE con la Misura 11 dei PSR 2014-2020 dedicata al settore biologico – scelta che l’Unione Europea ha integrato nella Politica Agricola Comune, riconoscendo il valore ‘greening’ del metodo biologico.

Attualmente, la Regione Lazio dispone della L.R. 21/1998 che, con il profondo rinnovamento normativo intervenuto sia a livello UE che nazionale – tuttora in corso -, avrebbe bisogno di un adeguamento. Tuttavia, l’impostazione della Legge dà ampio spazio alla partecipazione della filiera biologica alla programmazione regionale, attraverso la «Commissione Regionale per l’Agricoltura Biologica» e il riconoscimento delle «Associazioni di Produttori Biologici».

L’ARSIAL, proprio su mandato della L.R. 21/98, si occupa dal 1999 dell’attività di vigilanza sugli organismi di controllo degli operatori biologici attivi a livello regionale, oggi nell’ambito del Programma Nazionale di Vigilanza approvato da un Comitato ad hoc. Questo è composto dall’ Ispettorato antifrode e garante della qualità dei prodotti agroalimentari presso il Ministero delle Politiche Agricole (MiPAAF-ICQRF) e da tutte le Regioni e Province autonome, che rappresentano le autorità competenti in materia.

Nel tempo, abbiamo svolto diversi progetti finalizzati a seguire le aziende nel momento della conversione o a sperimentare e divulgare metodi e mezzi di coltivazione e/o allevamento biologici. Ancora oggi è alto il fabbisogno di conoscenza e sperimentazione di nuovi mezzi tecnici, in particolare per la difesa delle colture.

Sulla base della mia esperienza, le criticità del settore sono legate alla caratteristica principale del sistema di controllo e certificazione adottato dal BIO, come da tutte le altre produzioni con indicazioni geografiche (DOP/IGP, DOC/IGT): la necessità di documentare ogni fase del processo di produzione e certificazione. Se, da un lato, questo ci permette di rintracciare le informazioni in caso di frode, dall’altro induce a dare eccessiva importanza alla verifica della documentazione a discapito delle verifiche tecniche, di processo e di prodotto.

L’integrazione nel Sistema Informativo Agricolo Nazionale (SIAN) del Sistema Informativo Biologico (SIB) ha permesso di perfezionare i sistemi di gestione delle varie procedure e di rendere disponibile al pubblico l’Elenco degli Operatori Biologici Italiani, con la possibilità di scaricare i documenti di certificazione emessi dagli organismi di controllo. Nondimeno, rimane un’eccessiva burocratizzazione delle procedure amministrative, di controllo e certificazione. Essa è dovuta, soprattutto, alla gestione dei diversi sistemi informativi previsti, eccessivamente onerosa per le aziende, e potrebbe essere sicuramente semplificata con una effettiva integrazione delle procedure previste per tutte le aziende dell’agro-alimentare, comunque soggette a obblighi di tracciabilità e documentazione del processo di produzione e dei piani di autocontrollo igienico-sanitari attuati.

Un solo esempio. Il «Piano delle Misure Preventive e Precauzionali», introdotto nella normativa UE per le aziende BIO nel 2001, è stato, di fatto, esteso con il «Pacchetto Igiene» del 2004 a tutte le imprese dell’agro-alimentare d’Europa, attraverso misure di autocontrollo igienico-sanitario ancora faticosamente adottate dalle imprese agricole.

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