sabato, Maggio 15

Agricoltori panda e consumatori ‘politeisti’ E' la battaglia che l'Italia deve vincere per portare la sua cultura materiale nel mondo

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FeRimini – «Avete presente il panda? Un animale in via d’estinzione protetto all’interno di un recinto, rimane un animale non destinato a crescere, evolversi e produrre. Noi agricoltori non dobbiamo essere dei panda, non dovete vederci come un sistema che deve essere esclusivamente protetto», parola del Presidente di Confagricoltura Mario Guidi, nella seconda giornata del Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione, all’incontro ‘La cultura alimentare italiana: una tradizione innovativa’.

«Per fare crescere l’economia italiana e la cultura dell’agroalimentare occorre coniugare la tradizione con l’innovazione. L’agricoltura è fatta di tante piccole aziende che devono inserirsi sui mercati mondiali e con senso di autocritica anche la nostra associazione deve superare la vecchia logica dell’assistenzialismo alle imprese e introdurre la logica della qualità e dell’ingegno. Il presente e il futuro che ci aspetta è fatto di opportunità che tutti dobbiamo saper cogliere». 

L’Italia, attraverso la propria tradizione alimentare riesce a trasmettere cultura, un desiderio di bello, di socialità, a soddisfare bisogni culturali e di gusto. Ma attenzione, ci troviamo di fronte ad una serie di problemi: a consumatori politeistiche passano confusamente da un prodotto a un altro.

Il nostro problema, secondo Guidi, sta nel fatto che «non siamo riusciti a fare il salto di mentalità», la tradizione deve affiancare l’innovazione, la qualità è importante ma non può essere l’unico punto di forza, per non dimenticare la competitività delle aziende agricole italiane. « Noi pensiamo  di conquistare il mondo con le specie in via di estinzione, affermando che le nostre radici produttive affondano in qualcosa che è poco innovativo e quindi il concetto d’innovazione è visto come nemico della qualità, questo è il paradosso che viviamo e da cui dobbiamo uscire».

La vocazione difensiva dell’agricoltura va eliminata: gli agricoltori, appunto, non devono essere dei panda.

 

Eccellenza italiana che coniuga innovazione e produzione è sicuramente la Ferrero, rappresentata dall’ex Ambasciatore Francesco Paolo Fulci. Alla domanda com’è possibile che un’azienda rimanga innovativa, Fulci non ha avuto dubbi nell’affermare che si deve proseguire « a lavorare con serietà e determinazione, percorrendo la strada intrapresa in questi anni. Il nostro Paese ha una cultura d’impresa nel settore alimentare che ha saputo conservare qualità e tradizione, modificandola secondo le esigenze di modernità e innovazione dei consumatori. Tutto ciò con un’avvertenza: teniamo sempre conto dei pericoli e degli ostacoli del mercato. Mi riferisco al criterio dei semafori rosso, giallo e verde, introdotto nei prodotti importati sul mercato inglese, che orienta in maniera errata le scelte salutiste dei consumatori con analisi e indicazioni fuorvianti sulle confezioni degli ingredienti circa gli zuccheri, i grassi eccetera». È un’impostura, «un sistema sbagliato che danneggia i nostri prodotti di qualità, un sistema da combattere in sede europea e dagli stessi produttori seri sfruttando l’opportunità dell’Expo di Milano»Una precisazione, nemmeno tanto sottile, sulle politiche inglesi in materia d’importazione. Sembrerebbe quasi una politica di cartello alimentare, o meglio la logica di lobby industriali. Eppure i prodotti italiani hanno trovato un loro spazio nel mondo, stiamo parlando di Eataly, «il più grande mercato al mondo dedicato ai cibi e alle bevande di alta qualità» come recita il sito ufficiale.

Si parte dai dati, poco più del 33% di esportazioni contro il doppio di Francia, Germania; non dimentichiamo che le importazioni sono al 32%. C’è qualcosa che non quadra. Che vuol dire tradotto in termini pratici? «Che tutto quello che è stato impostato in questi anni va cambiato», afferma Oscar Farinetti, il patron di Eataly «Noi dobbiamo prendere le nostre eccellenze agroalimentari e venderle nel mondo per quello che valgono». L’ottimismo e la consapevolezza (che già dovremmo avere) delle nostre potenzialità in ambito alimentare non bastano. Come sempre «abbiamo dei problemi grossi, problemi strutturali. Quello che manca nel nostro campo è la capacità di narrazione dei prodotti e la voglia di andare all’estero. Nessun altro distributore, eccetto Eataly, è andato all’estero. Pensiamo ai francesi. Il motivo per cui esportano il doppio di noi? Hanno Auchan, Carrefour, hanno Le Claire». E chi dovrebbe, tra i marchi italiani, andare all’estero? «Coop, Esselenga, per citarne alcuni. Bisogna, inoltre, fare una politica d’incentivi fiscali per andare. Per esempio chi incrementa le proprie esportazioni paga un po’ meno tasse, la politica deve fare questo».

 

Di fronte a costatazioni, delucidazioni e, soprattutto, testimonianze di imprenditori nazionali (ma con la mentalità internazionale) è intervenuto il Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina, che, naturalmente, non poteva non essere d’accordo «sul fatto che la questione alimentare sia una grande sfida culturale. Le vicende di agricoltura e alimentazione sono la metafora di un grande tema educativo. L’agricoltura è bella ma gli agricoltori devono anche vivere». Di qui l’esigenza di non restare da soli, di fare squadra e «promuovere tutto ciò che unisce, favorire i giovani nella creazione di nuove imprese». Oggi sono 12 mila le start up in campo agroalimentare. «Tutti siamo chiamati a collaborare, istituzioni, imprese, pubblico e privato, cittadini consapevoli che solo con un cambio di mentalità si possono cogliere le opportunità di crescita» ha concluso il Ministro

 

Il ‘Made in Italy’ è la nostra carta d’identità di fronte alla comunità internazionale. Il lifestyle, la creatività sono indiscussi, almeno su questo dettiamo legge. Per esempio in Cina «siamo conosciuti e apprezzati da un numero sempre maggiore di persone», ha spiegato Augusto Massari, consigliere diplomatico dell’Ambasciata italiana a Pechino, citando il caso di tre imprenditori innamorati del nostro Paese. «Design, moda, cibo, non importa. Sono sempre prodotti unici perché hanno un’anima. Raccontano la storia di chi li fa». Chi potrebbe andare contro un’affermazione del genere. Se poi si aggiunge anche la voce di Marva Griffin, fondatrice e curatrice del Salone Satellite, sottolineando il fascino che l’Italia continua ad esercitare nel mondo del design: «durante il “Salone Satellite” facciamo un concorso riservato ai giovani designer. Arrivano da tutto il mondo per esporre i loro modelli e vincere il premio che gli dà la possibilità di realizzare il loro prototipo insieme a una della nostre industrie del settore. La cura del particolare, del dettaglio, la capacità delle nostre aziende di produrre a livelli qualitativi elevatissimi è e continua a essere motivo di attrazione e di leadership internazionale». Alla domanda ‘Cosa piace dell’Italia nel mondo’, nonché tema dell’incontro, la risposta si potrebbe leggere anche solo nei primi due interventi. Ma anche Mauro Guzzini, chief product & innovation di Teuco Guzzini, aggiunge che «il rapporto che si crea tra il progettista, il designer, l’architetto e una nostra impresa non ha paragoni con nessun altro Paese. Nessun altro riesce a farlo come noi italiani, anche se questa nostra cura e creatività, figlie di una storia e di una cultura di secoli, ci rendono più difficile dare all’impresa quel salto dimensionale, necessario a competere con i colossi del mercato mondiale». Anche il giornalista irlandese John Waters ha profonda stima verso le potenzialità degli italiani, «solo che in quest’ultimo periodo sembra che abbiate perso fiducia. Vi hanno detto, spesso lo fanno i tedeschi, che il vostro Paese è povero. Però non è vero. Siete sempre tra i più ricchi di genio e creatività». Diciamo, anche, che c’è stato un certo impegno nel demoralizzarci. Il punto della questione è un altro, perchè tutti  -ma proprio tutti- sono consapevoli delle nostre potenzialità, in qualsivoglia campo, e solo noi non riusciamo a prenderne coscienza?

 

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