lunedì, Agosto 2

Agosto di mattanza nelle carceri 1 mese, 6 suicidi. Serve cambiare strategia, in particolare sui reati legati alla tossicodipendenza

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Roma, carcere di Regina Coeli; e poi in quello di Terni, di Teramo, di Pisa, di Alba e Carinola… Nello spazio di un mese, in sei carceri altrettanti detenuti si tolti la vita. I mezzi di comunicazione, evidentemente distratti da altre ‘attualità’ prestano poca attenzione a questa realtà.

Al 30 luglio, stipati nelle carceri italiane risultavano 52.144 detenuti, 54.414 l’anno precedente. Duemila detenuti in meno sono una preziosa boccata d’ossigeno; rispetto alla capienza regolamentare c’è comunque un’eccedenza di 2.489 di detenuti. La situazione nelle carceri resta ad alta tensione: i sindacati della Polizia penitenziaria rivelano che in media, ogni giorno si registrano una ventina di atti di autolesionismo da parte dei detenuti, tre tentati suicidi sventati, una decina di colluttazioni e tre ferimenti. Il segretario del Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria Donato Capece richiama un pronunciamento del Comitato nazionale per la Bioetica che sui suicidi in carcere sottolinea come «il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere».

L’Amministrazione Penitenziaria, accusa Capece, «nonostante i richiami di Bruxelles, non ha affatto migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché ad esempio il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti, quasi tutti alle dipendenze del Dipartimento Ammistrazione Penitenziaria in lavori di pulizia o comunque interni al carcere, poche ore a settimana”.

Una ‘politica’ che cifre e statistiche dicono essere miope: chi sconta la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68,4 per cento; un tasso di recidiva che precipita al 19 per cento quando si esaminano i detenuti che fruiscono di misure alternative; ed appena dell’1 per cento quando il detenuto risulta inserito nel circuito produttivo. Conclusione di Capece: «Tenere i detenuti fuori dalle celle buona parte del giorno a non far nulla è una scelta assurda e pericolosa. Dovrebbero lavorare, i meno pericolosi in progetti di recupero ambientale nelle città, pulendo i greti dei fiumi o i giardini pubblici, gli altri in attività dentro al carcere».

Torniamo alle cifre: sui circa 52mila detenuti (circa 17mila gli stranieri); oltre 8mila sono in attesa di giudizio, circa il 16 per cento del totale. La tipologia dei reati: al 30 giugno al primo posto figurano reati contro il patrimonio (30.042); seguono quelli contro la persona (21.562); per droga (18.312); armi (10.088); associazione di stampo mafioso-416bis (7.023); reati contro la pubblica amministrazione (6.872); contro l’amministrazione della giustizia (6.026).

Le misure alternative, ovvero le punizioni diverse dalla reclusione. Al 31 luglio 2015 sono 33.309 (nel 2014 erano 32.206): 12.793 gli affidamenti in prova al servizio sociale; 723 in semilibertà; 9.936 gli arresti domiciliari; 5.990 i lavori di pubblica utilità; 3.673 in libertà vigilata; 189 in libertà controllata e cinque in semidetenzione.

Il Provveditore delle carceri del Triveneto: «In passato sarei stato contrario ma dopo trent’anni di lavoro ho dubbi sull’efficacia degli strumenti finora utilizzati».

Una presa di posizione, ora, che perlomeno dovrebbe far riflettere ed essere attentamente valutata. E quella del provveditore dell’amministrazione penitenziaria per il Triveneto Enrico Sbriglia. Ascoltiamolo: «Dopo tanti anni di esperienza, ho capito che le pene meramente detentive non servono a fermare la reiterazione dei reati legati alla tossicodipendenza. Quando una strategia non funziona, bisogna cambiare metodo. Quindi, perché non muoversi in un’ottica di legalizzazione del consumo delle sostanze stupefacenti?».

Una riflessione, quella di Sbriglia, maturata alla luce di una quasi trentennale esperienza al servizio del Ministero della Giustizia. Nel nostro Paese, racconta, i consumatori abituali di stupefacenti rappresentano il 30 per cento della popolazione carceraria. Chi commette un crimine legato alla droga, tende a rifarlo fuori dalle sbarre. Lo confermano i numeri: per un tossicodipendente il rischio di arrivare alla revoca della misura alternativa al carcere è di quasi quattro volte superiore ad un non tossicodipendente.

La gestione dei detenuti con problemi di droga, dice Sbriglia, resta un problema irrisolto: «Quando ci si confronta con le dipendenze, non è facile dare soluzioni. La lettura esclusivamente securitaria di contrasto alla tossicodipendenza, non pare aver portato buoni risultati. Non trovo fuori luogo pensare a soluzioni alternative preventive. Non si arriva in carcere solo perché si fa uso di droga. Ma lo stato di tossicodipendenza favorisce la commissione di taluni odiosi reati, spesso predatori, che più di altri allarmano la collettività».

Quella che Sbriglia suggerisce è una «lettura diversa, in un’ottica di governo della dipendenza: parlo di una normativa che preveda la legalizzazione, e non la liberalizzazione, delle sostanze stupefacenti, per un consumo controllato e vigilato. In passato sarei stato fortemente contrario, ma dopo trent’anni all’interno delle carceri ho il dovere di mettere in dubbio l’efficacia degli strumenti finora utilizzati».

Più o meno quello che anni fa mi confidava un commissario di Polizia di Zurigo, di fronte alla tragedia prima del Parco Libero della droga al Platzpitz, poi del ‘ghetto’ al Letten: «Le abbiamo provate tutte, e non è servito a nulla. Perché non provare anche la legalizzazione?».

 

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