mercoledì, Settembre 22

Agenda "non conformista" per l'Italia field_506ffb1d3dbe2

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Balloni

Rileggendo l’opera di uno dei più grandi economisti italiani, Giorgio Fuà, sembra davvero che i problemi principali dell’Italia siano sempre gli stessi da più di 30 anni. Certo la sensibilità di Fuà e il suo modo di analizzare il nostro Paese erano già proiettati nel futuro e per questo era riuscito a prevedere ai problemi di sistema verso i quali saremmo andati incontro. Oltre ai temi ormai noti, la crescita continua del debito pubblico, l’industria che sembra bloccata e il mondo del lavoro anch’esso invischiato tra costi e burocrazia, un tema fondamentale viene fuori dall’opera di Fuà: la social capability. «Si tratta di cercare di costruire un ambiente sociale fertile anche dal punto di vista economico e dell’innovazione, incentrato sul senso originario dell’imprenditore e dell’imprenditorialità. Quindi a partire dalla formazione, con le università e gli istituti di ricerca che vanno messi in condizione di favorire una cultura sociale che premi l’imprenditorialità» come dice il prof. Valeriano Balloni, allievo di Giorgio Fuà e vice presidente dell’ISTAO (Istituto Adriano Olivetti).

Balloni insieme ad altri due suoi colleghi e allievi di Fuà, Marco Crivellini e Paolo Pettenati, ha ripreso alcuni saggi scritti dall’economista marchigiano, aggiornandoli all’avvento dell’Unione Europea grazie alle introduzioni di ciascuno dei professori. Ne è venuta fuori  “Un’ Agenda non conformista per la crescita economica” (editore il Mulino). Ne abbiamo parlato con il prof. Balloni:

 

Qual è l’agenda non conformista che ci potrebbe riportare alla crescita?

Uno dei temi principali e che mi sembra poco trattato, dal punto di vista concreto, in questo periodo è il lavoro. Se ne parla solo per la questione della disoccupazione e del cuneo fiscale. Osservando il problema con l’insieme dei temi che si porta dietro, ovvero la disoccupazione, la questione industriale, le differenze tra Nord e Sud, dobbiamo dire che bisognerebbe cambiare le politiche salariali, rendendole più elastiche. Questo permetterebbe sia alle imprese di avere un costo del lavoro meno gravoso e più equilibrato e allo stesso tempo potrebbe permettere a molta più gente di lavorare. Inoltre potrebbe permettere ad una parte del lavoro nero di venire fuori e questo creerebbe gettito anche per lo Stato. Il punto di partenza lo conosciamo tutti: la nostra Industria è piccola, debole e poco competitiva ma a questo mondo nessuno ti regala niente. Un problema connesso al tema dell’Industria era già stato individuato da Fuà, ovvero il ricambio e l’innovazione all’interno della classe imprenditoriale. Mentre nel passato riuscivamo ad avere un po’ di slancio economico nelle esportazioni svalutando, quando ne avevamo bisogno, oggi tutto questo non è possibile. Quindi bisognerebbe incrementare tutte quelle politiche anche culturali di aggregazione e collaborazione tra le piccole e medie imprese, che permetterebbero a tutti i piccoli imprenditori di beneficiare delle modalità di impresa e organizzazione utilizzato dalle imprese virtuose ad esempio. Fuà fondò l’ISTAO proprio per questo motivo per aiutare i piccoli imprenditori a collaborare.

Quest’ultimo aspetto è riconducibile a quella che viene chiamata Social Capability…

Esatto. Noi potremmo sopperire ai difetti di scala e di grandezza delle nostre imprese tramite le aggregazioni e le collaborazioni ma per farlo bisogna costruire la cultura della collaborazione. Per questo il Policy Maker dovrebbe pensare a dei provvedimenti in favore di questo settore che non è direttamente riconducibile alla politica economica e all’economia ma che in realtà sta alla base dell’origine stessa dell’imprenditorialità. Esistono tanti esempi di imprenditori innovativi nel nostro Paese, certo non nel settore tecnologico vero e proprio che è minoritario nella nostra realtà. Personaggi come Leonardo Del Vecchio di Luxottica, i fratelli Della Valle, Emilio Bombassei con la Brembo che ha avuto successo nel settore automobilistico e motociclistico. Di questi imprenditori però ce ne sono pochi e chi ha governato negli anni non si è mai preoccupato di alimentare tutto ciò che sta dietro all’imprenditoria all’interno della società, mi riferisco a tutto quello che ha a che fare con la cultura, la formazione e la ricerca anzi si sono date sempre meno risorse agli enti esistenti.

Un altro tema che viene fuori sia dall’economia reale che dal libro è quello del regime di tassazione che spesso risulta sbagliato, poco efficace e ingiusto. Quale via si dovrebbe seguire?

Quando Fuà scrisse il volume “Troppe tasse sui redditi” (Laterza) lo faceva con una visione critica nei confronti anche della riforma fiscale di Ezio Vanoni che introduceva l’autodichiarazione. Quando si introduce un sistema fiscale bisogna aver ben presente il tessuto societario e lavorativo sul quale viene inserito tale sistema. Per questo ogni paese ha un sistema diverso. Noi siamo il Paese dei più di 5 milioni di Partite Iva e dei liberi professionisti: è normale che un sistema auto dichiarativo è molto più facile da evadere e più difficile da controllare per lo Stato centrale. Per questo bisognerebbe cambiare in buona parte il sistema. Il nostro sistema si ispira a quello americano, nel quale più del 90% della popolazione è occupata in un lavoro dipendente e facilmente controllabile e rintracciabile, per questo motivo funziona. Nel nostro Paese solo il 70% è controllabile quindi anche per questo motivo è molto più alta l’evasione. Dovremmo lavorare ad un nostra regolazione e non copiarla dagli altri perché spesso importare le policies può risultare controproducente e dannoso. Anche nell’ambito della politica economica non dobbiamo innamorarci dei provvedimenti di successo presi negli altri paesi perché da noi potrebbero non funzionare o creare degli squilibri ancora peggiori.

Quale Europa possiamo e dobbiamo immaginarci nei prossimi anni?

Partendo dal surplus delle partite correnti (la Germania esporta troppo di più rispetto a quanto importa e consuma ndr) maggiore del 6%, con il quale la Germania è stata messa sotto indagine dall’UE possiamo capire una parte degli errori di gestione dell’Europa. Finora si è pensato troppo poco come gruppo, come squadra. La Germania dovrebbe aumentare i salari dei propri cittadini, in modo da diminuire leggermente la propria forza esportativa e così i cittadini tedeschi, avendo degli standard di vita leggermente più alti potrebbero acquistare maggiormente beni provenienti dagli stati del Sud Europa. In questo modo si potrebbe cercare di correggere leggermente lo strapotere della Germania a livello esportativo e cercare di bilanciarlo rispetto agli altri stati europei. Certo ci vorrebbe una politica forte e possibilmente alleata con altri paesi del Sud Europa. Fatto sta che in questo modo non si può andare avanti per troppo perché le disparità sono troppo grandi.

Tra le soluzioni per la redistribuzione del debito, all’interno del libro, prendete in analisi anche gli Eurobond. Cosa ne pensa?

Una vera banca centrale, come dovrebbe essere quella europea, stampa moneta quando ha bisogno di maggiore liquidità, come fa la Fed in America. La Banca Centrale Europea dovrebbe acquistare maggiore forza nella gestione della politica economica  e monetaria. Redistribuire il debito tramite gli Eurobond potrebbe essere una soluzione ma non è l’unica da prendere in analisi, anche se sulla carta sembrerebbe quella più semplice soprattutto per finanziare degli investimenti a livello di sistema Europa.

Cosa è mancato alle imprese nel periodo della crisi e cosa si possono aspettare i nostri imprenditori?

I danni peggiori della recessione ci sembrano essere terminati. Chi ne è uscito veramente danneggiato sono state le famiglie che già avevano qualche problema prima della crisi. Ciò che ne è uscito totalmente stravolto è la propensione al consumo delle famiglie e dei singoli. Certo l’impossibilità di poter aumentare la spesa pubblica ed il livello di debito pubblico che abbiamo raggiunto ci hanno ulteriormente messo in difficoltà. Un aspetto fondamentale che è mancato è stato il credito alle aziende. Nonostante i tassi fossero al minimo le banche non hanno dato molto credito alle imprese e ne hanno risentito parecchio. Per definizione le banche prestano denaro agli imprenditori/innovatori come diceva Shumpeter. Questo passaggio è mancato durante la crisi, le banche hanno avuto paura di rischiare e sono venute un po’ meno a questo compito e anche per questo molti imprenditori sono usciti stremati dalla crisi. Spesso si dice che bisognerebbe investire in ricerca e sviluppo ma le aziende dove dovrebbero prendere i soldi se non dalle banche? Non saremo mai il Paese dal quale verranno fuori gli iPhone ma abbiamo anche noi dei punti forti, come il cibo, l’abbigliamento, alcuni prodotti come la meccanica. Non dimentichiamoci tuttavia che le potenzialità e gli imprenditori che hanno avuto grandi idee negli anni ci sono stati anche lo stesso Adriano Olivetti giusto per dire un nome. Ciò che serve da parte dello Stato è una nuova politica industriale in modo da indirizzare il credito verso i settori ritenuti strategici, in modo da rendere concrete le risorse che abbiamo a disposizione.

 

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