lunedì, Settembre 27

Africa: tutti gli ostacoli dell’unione economica continentale I vari Paesi africani stanno decidendo se unirsi al TFTA o meno sulla base di convenienze nazionali ed opportunistiche

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Nel giugno del 2015 i Capi di Stato della COMESA, EAC e SADC si erano fissati un anno di tempo per concludere la prima fase del TFTA. A causa della limitata natura del trattato che non si basa su un progetto politico, in grado di offrire una reale indipendenza del Continente, gli obiettivi della prima fase non furono raggiunti e nel giugno 2016 il Consiglio dei Ministri dei Stati membri è stato costretto a prolungare di un anno il raggiungimento degli obiettivi. Nel giugno 2017 solo 19 sui 27 Stati coinvolti nella iniziativa hanno firmato il trattato e solo due (Egitto e Uganda) ratificato il protocollo per abbattere le tariffe doganali.

Dinanzi a questa insuccesso, i promotori del TFTA hanno modificato i requisiti per la nascita di questo immenso mercato comune. Dall’iniziale requisito che tutti i 27 Stati coinvolti firmassero gli accordi per la nascita del TFTA, ora si è passato ad una quota minima di 14 Stati. Questa drastica riduzione tenta di non far naufragare il progetto economico, ma rischia di creare una parziale e incompleta unione. La speranza nutrita dai promotori del TFTA è che gli Stati ora reticenti firmino il trattato dopo aver constato i benefici commerciali che l’unione economica sarà in grado di offrire.

Nonostante le pressioni dell’Uganda, la East African Community non ha ancora raggiunto un accordo sull’eliminazione delle tariffe doganali con la Comunità Economica dell’Africa Settentrionale (SACU) e l’Egitto. Il Parlamento EAC di Arusha (Tanzania) si era fissato come data il febbraio 2017, rinviandola successivamente al dicembre 2017, ed entrando nel nuovo anno con un nulla di fatto. «Stiamo ancora negoziando con la SACU e altri Paesi che sono titubanti ad entrare nel TFTA come: Etiopia, Eritrea, Angola e Mozambico mentre la Tanzania di dimostra ancora reticente a negoziare con l’Egitto», informa un esperto economico interpellato dal settimanale dell’Africa Orientale ‘The East African’.

Al momento attuale, la EAC ha sottoposto alla SACU e all’Egitto una lista di 403 prodotti prioritari per la liberalizzazione delle barriere doganali, di cui 283 dovrebbero essere liberalizzati nella prima fase e 112 nella seconda. La SACU ha risposto positivamente solo su 112 prodotti, costringendo alla ripresa  delle negoziazioni e al mancato rispetto della date line fissata nel 2017. Lo scorso dicembre si è assistito ad un progresso nelle trattative tra Egitto e Tanzania. Dodoma ha proposto al Cairo una liberalizzazione immediate del 96,98% delle tariffe doganali per arrivare tra cinque anni al 100%.

Da parte della SACU si riscontra una disponibilità a rimuovere il 60% delle barriere doganali su 7.000 linee tariffarie, offrendo l’opportunità per 4.200 merci di essere esportate nell’Africa Settentrionale. La COMESA si attesta ad una rimozione del 56% su 5.000 linee tariffarie, ma offre l’opzione ai Stati membri di negoziare singolarmente, in quanto questo blocco commerciale non ha mai realizzato l’unione doganale e un reale commercio unico.

Dinanzi a queste reticenze e ostacoli, l’Egitto (Paese promotore dell’iniziativa) ha modificato la sua iniziale disponibilità a rimuovere il 100% delle barriere doganali fin dalla prima fase del TFTA. Ora il Cairo rimuoverà le sue tariffe gradualmente e su un principio di reciprocità. Il principale ostacolo del Presidente Abd al-Fattah al-Sisi nel promuovere il TFTA, è la mancanza di popolarità e carisma. Il Generale Sisi è visto da molti leader africani come un astuto arabo e non come un loro ‘fratello’.

A distanza di due anni dal lancio del TFTA, il progetto di unione commerciale degli Stati di metà del Continente è ancora incerto e sta incontrando difficoltà, in quanto non è originato da un progetto politico di indipendenza economica, supportato da un collante di nazionalismo Panafricano capace di motivare i vari Stati africani coinvolti, come il  progetto SATO di Gheddafi. In mancanza di questo collante ideologico, i vari Paesi africani stanno decidendo se unirsi al TFTA o meno sulla base di convenienze nazionali ed opportunistiche.

L’attuale rifiuto di parteciparvi, sottolineato da Angola, Eritrea, Etiopia e Mozambico, priva al TFTA di importanti potenze economiche e Paesi strategici, rendendo meno efficace l’unione commerciale. Angola e Mozambico nutrono mire egemoniche sull’Africa Settentrionale, e sono determinati a imporsi nella regione come le principali potenze, superando il Sudafrica, attualmente in forte difficoltà politica ed economica. Nel TFTA Angola e Mozambico non vedono la possibilità di rafforzare il loro progetti geo strategici. Al contrario, considerano questa unione commerciale come un ostacolo. L’Eritrea, stretta sotto la morsa di una feroce dittatura, sembra non considerare le opportunità offerte dal TFTA di rompere l’isolamento imposto dall’Occidente e preferisce orientarsi verso potenze mediorientali quali Arabia Saudita e Qatar, anche a rischio di diventare un loro  protettorato. Le necessità di sopravvivenza del regime eritreo (simile al quello nord coreano) prevale sulla integrazione continentale dell’Eritrea.

La mancata adesione dell’Etiopia è prevalentemente rivolta contro l’Egitto. A causa della Diga della Grande Rinascita i due Paesi sono al limite di un conflitto che potrebbe degenerare nella prima guerra per l’acqua in Africa. Il Cairo è determinato interrompere il processo etiope di sfruttamento delle acque del Nilo, che provocherebbe un 40% di diminuzione del livello delle acque in territorio egiziano con catastrofici effetti sulla vita e sull’economia del Paese.  Un non auspicabile conflitto distruggerebbe il progetto TFTA sul nascere, in quanto i Paesi membri della più avanzata unione economica in Africa (EAC) si sono già dichiarati disponibili a rispettare il trattato di mutuo soccorso militare stipulato con l’Etiopia. Un atto ostile da parte del Cario contro la Diga della Grande Rinascita scatenerebbe una guerra tra arabi e africani, in quanto Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda invierebbero le loro truppe in supporto dell’Etiopia.

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