mercoledì, Agosto 4

Africa, tra guerre, crisi politiche ed ebola field_506ffbaa4a8d4

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Una guerra civile con veri e propri massacri su base etnica che va avanti da 18 mesi ed è costata la vita a migliaia di persone; 100mila quelle costrette a lasciare le loro case; un terzo degli 11 milioni di abitanti che necessita di aiuti per sopravvivere e le accuse di stupri e violenze inaudite rivolte dall’Onu all’esercito. Sono alcune delle istantanee del Sud Sudan, il Paese più giovane al mondo guidato dal Presidente Salva Kiir. Nel 2013 aveva accusato il suo ex vice Presidente e attuale capo dei ribelli Riek Machar di aver tentato un colpo di Stato e la rivalità politica tra i due diventata una vera e propria guerra civile. Da una parte la tribù dei Dinka, il gruppo più numeroso del Sud Sudan al quale apparitene Kiir, e dall’altra quella dei Nuer, di cui fa parte Machar. A complicare la situazione del Paese ci sono la grave crisi economica, dovuta anche al calo del petrolio, le carestie, causate anche dagli altissimi prezzi dei beni alimentari, lo scarseggiare di acqua potabile e la mancanza di servizi igienici anche nella capitale Juba. La vera piaga del Paese, poi, sono i 16mila bambini soldato costretti a combattere nella guerra civile. Dopo anni di trattative e di rinvii, finalmente ad agosto viene siglata la pace nel Paese, eppure la situazione non cambia, perché gli scontri continuano. Le sorti del Sud Sudan restano tuttora appese a un filo.

A maggio il Burundi si trova ad affrontare un tentativo di colpo di Stato. Approfittando dell’assenza del Presidente Pierre Nkurunziza, in Tanzania per un vertice sulla crisi che da due settimane sconvolge il Paese, il generale Godefroid Niyombare annuncia di aver preso il potere. Un portavoce del Presidente annuncia che è stato rimosso dall’incarico, ma nessuno gli crede all’inizio, pensando che si tratti di uno scherzo. Solo più tardi arriva un Twit in cui si legge che il colpo di stato è fallito e che la situazione è sotto controllo. A quel punto la tensione inizia a salire e molte persone scendono nelle strade della capitale Bujumbura per applaudire alla destituzione, mentre i soldati circondano la sede della televisione nazionale. Non è ancora chiaro se il generale Nyombare abbia il sostegno di tutte le forze armate ma nel suo messaggio l’ex ufficiale riferisce che le masse hanno deciso di prendere nelle proprie mani il destino della Nazione. Il malcontento nasce dalla decisione del Presidente di correre per la sua terza elezione consecutiva, violando i principi costituzionali che garantiscono solo due mandati presidenziali. Il colpo di Stato riesce a metà, perché Nkurunziza scappa dal Paese ma dopo poco torna in Burundi e destituisce i Ministri della Difesa, il generale Pontien Gaciyubwenge, e quello degli Esteri e del Commercio, Laurent Kavakure. La destituzione del generale Gaciyubwenge, in particolare, rischia di inasprire ulteriormente le divisioni all’interno dell’esercito, dopo che alcuni soldati si sono schierati dalla parte del fallito golpe. Intanto proseguono le proteste nella capitale Bujumbura, mentre si aggrava l’emergenza profughi. Dallo scoppio degli scontri pre-elettorali sono già oltre 105mila le persone in fuga dalla violenza.

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