lunedì, Ottobre 18

Africa subsahariana: la ‘sindrome’ dei mandati di lunga durata

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Nello studio, si evidenzia che i Paesi più vulnerabili ai colpi di Stato o ai trucchi di questo genere sono quelli in cui manca del tutto una vera ed efficace opposizione politica. Infatti, molti dei Paesi subsahariani, come Camerun e Rwanda, hanno di fatto un solo forte partito politico.

Rimanere al potere, in questi Stati, inoltre, significa garantire prosperità e ricchezza alle loro stesse famiglie; Kabila in Congo, ha accumulato centinaia di milioni di dollari e Dos Santos in Angola è stato per tanto tempo accusato di aver rubato fondi governativi e sua figlia è nota per essere la donna più benestante del continente, a capo della compagnia petrolifera statale nel 2016.

Proprio l’Angola eleggerà il suo nuovo Presidente il prossimo 23 Agosto. Venerdì scorso il Parlamento ha approvato una legge che limiterà drasticamente i poteri dei futuri leader in materia di sicurezza e difesa. Il Governo ha anche autorizzato l’invio nel Paese di quattro esperti dell’Unione Europea per monitorare il corretto svolgimento delle elezioni.

E’ anche vero, però, che a volte i leader non sono riusciti ad estendere il loro mandato. Ad esempio, il Presidente dello Zambia, Frederick Chiluba e quello del Malawi, Bakili Muluzi, hanno fallito nel cercare di far approvare tali emendamenti.

Come mai? Proprio a causa di quelle opposizioni inesistenti negli altri Paesi citati. In Nigeria, per fare un esempio, il senato ha rigettato la proposta che avrebbe consentito al Presidente Olusegun Obasanjo di rimanere in carica per il terzo mandato. Anche i cittadini hanno avuto il loro ruolo, protestando e facendo sentire ampiamente il loro dissenso. In Senegal, nel 2012, le agitazioni popolari hanno portato alla sconfitta di Wade che stava correndo per la terza volta alle elezioni.

Come rispondono a questo gli attori esterni? L’African Union (AU) ha prevenuto alcuni di questi colpi di Stato con la minaccia di sospendere a questi Stati l’affiliazione all’Unione e imporre sanzioni ed interventi militari. Nel 2012 ha anche approvato un documento specifico, l’‘African Charter on Democracy, Elections, and Governance’ che richiama la responsabilità degli Stati africani nello stabilire i termini legali per l’accesso al potere e per la durata del mandato, nonché la garanzia di elezioni trasparenti e regolari e l’assenza di emendamenti che infrangano i principi democratici.

Anche l’ECOWAS ha avuto il suo ruolo in diverse occasioni. Un intervento militare ha costretto il gambiano Jammeh a lasciare la sua comoda posizione e la sua Nazione. L’ECOWAS, inoltre, si è posto come osservatore e garante delle elezioni in Nigeria nel 2015, Togo, Guinea, Costa d’Avorio e Burkina Faso. Anche le Nazioni Unite e l’Unione Europea hanno agito imponendo sanzioni a diverse Nazioni africane per aver frenato cambi legittimi di potere o truccato le elezioni. Tra queste Burundi, Congo e Zimbabwe.

Anche gli Stati Uniti, come evidenzia lo studio, credono che la democrazia sia una priorità da garantire a questi Paesi, ma Donald Trump non ha ancora messo a punto dei programmi precisi in questa direzione. Le sanzioni economiche sono uno dei mezzi attraverso cui gli USA provano ad evitare che vi sia uno slittamento all’indietro dei processi di democratizzazione; ma le sanzioni da sole non bastano.

Occorrerebbe, come sempre, una coordinazione con il sistema locale e, soprattutto, un dialogo con delle forze politiche di opposizione ben precise ed organizzate che crei una forza di reazione efficace contro un sistema così duraturo e negativo che faccia ricordare all’Africa subsahariana che questa non è la ‘normalità’ ma un meccanismo da cui occorre sfuggire.

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