giovedì, Ottobre 21

Africa sub-sahariana fragile dinanzi alla follia jihadista field_506ffbaa4a8d4

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Samil Chergui, Commissario alla Pace e alla Sicurezza dell’Unione Africana, nell’articolo ‘L’Afrique face au djihadisme‘ fa notare come «l’Unione Africana abbia già attivato un dispositivo globale denominato Architecture Africaine de Paix et Sécurité (AAPS)». Adottato dal vertice di Durban nel 2002,  tale dispositivo copre una vasta agenda a servizio della pace e della sicurezza in Africa, dall’allerta rapida e la prevenzione dei conflitti, la consolidazione della pace e ricostruzione post-conflitto, alla promozione della governance e del rispetto dei diritti dell’uomo. A distanza di tempo, è tuttavia facile evincere come questo dispositivo, alla stregua di  molti dispositivi trans-regionali, sia troppo dipendente dai finanziamenti internazionali, ed in particolare da quelli dell’’Unione europea.

In parallelo l’Unione Africana ha adottato qualche altro provvedimento nell’intento di rafforzare la sicurezza e la lotta contro il finanziamento del  terrorismo, tra questi,  la proposta di un ‘mandat d’arret africain’ per quei soggetti incriminati per atti di terrorismo, così come la creazione di una forza speciale regionale specializzata in antiterrorismo. Nonostante questi tentativi, l’impatto dell’Unione Africana sullo scenario saheliano sembra essere abbastanza marginale sia a causa  di mancanza di risorse, sia  a causa dell’eccessiva macchinosità organizzativa dell’AAPS.

Anche il sistema delle Nazioni Unite è impegnato nell’Africa Sub-Sahariana nel contrasto al terrorismo.  Un esempio è quello della MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali). Instauratasi nel 2013, secondo la risoluzione 2100 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la missione ha come obiettivo quello di supportare le autorità maliane nella stabilizzazione del Paese e nell’implementazione della road map di transizione. Anche in questo caso, il tempo che passa e l’aumentata instabilità dell’aerea, fa riflettere sull’inadeguatezza di questo dispositivo per far fronte ai rapidi cambiamenti di cui sono oggetto attualmente molti Stati subsahariani. Infatti, il mandato della MINUSMA permette al personale militare di rispondere agli attacchi, ma vieta di svolgere azioni di attacco o di indagine. E’ per questo motivo che da tempo le autorità maliane, nonostante la risoluzione 21164 del 2014 che prevede un allargamento del mandato,  domandano principalmente a Francia e Stati Uniti di rafforzare ulteriormente il  mandato alla MINUSMA e le regole d’ingaggio affinché possa rispondere più efficacemente allo scenario attuale.  I dubbi sull’impatto di questa missione internazionale sono ancora più evidenti se si considera il budget a disposizione della MINUSMA per il 2015-2016:  923 milioni di dollari (Fonte MINUSMA) a fronte di 48i Stati implicati in questa operazione.

Più efficace sembra dimostrarsi  l’iniziativa G5 Sahel che vede sostanzialmente la Francia come facilitatore e promotore di  un meccanismo politico/militare istituto nel febbraio del 2014 e che raggruppa 5 Paesi saheliani: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad. L’obiettivo principale è di rafforzare e coordinare i dispositivi di sicurezza dei cinque Paesi, di garantire il controllo delle frontiere in un ottica di lotta contro le organizzazioni jihadiste della regione in particolare l’AQMI, MUJAO e Boko Haram.

E’ grazie a questa iniziativa politica e di coordinamento che la Francia riesce ad attivare l’Operazione militare Barkhane  in Mali nel dicembre  2014 con il dispiegamento di circa 3.000 militari e l’Operazione Mangusta nello stesso anno in una zona desertica alla frontiera tra Libia, Niger e Ciad, con il coinvolgimento di forze militari nigerine, ciadiane. E’ chiaro che le iniziative regionali  politiche e militari enunciate non sono sufficienti ad affrontare la questione estremamente complessa dell’avanzamento del radicalismo islamico nei paesi della fascia saheliana.

Moltissime iniziative di cooperazione allo sviluppo promosse da diversi Stati occidentali  si aggiungono allo scenario di contenimento del fenomeno terroristico nell’aerea saheliana. Si tratta di azioni di cooperazione di organismi internazionali bilaterali (i singoli stati europei per esempio o degli Stati Uniti) o multilaterali, come le molteplici agenzie delle Nazioni Unite,  e dell’Unione europea. Tali interventi di cooperazione si inseriscono in vasti programmi di promozione allo sviluppo socio-economico e si susseguono da ormai mezzo secolo. Tra i tanti: il Fondo Fiduciario d’emergenza per l’Africa. Attivato sotto l’impulso del Presidente dell’Unione Europea Jean Claude Junker, e a seguito del Summit UE della Valletta (novembre 2015), tale Fondo opera in tre vaste aree dell’Africa, il Corno d’Africa, il Sahel ed il Lago Ciad, e l’Africa del Nord, con l’obiettivo di promuovere la stabilità e soprattutto la gestione dei flussi migratori sia  intra-africani che verso l’Europa.  L’apertura di questa iniziativa che prevede un budget di 1,8  miliardi di Euro, costituisce la direzione che l’Unione europea con i suoi 28 Stati membri intende perseguire in un ottica di stabilizzazione dell’area e di regolazione dei flussi migratori.

 

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