venerdì, Maggio 14

Africa sub-sahariana fragile dinanzi alla follia jihadista field_506ffbaa4a8d4

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Alla luce dell’estremamente delicato panorama internazionale, caratterizzato con sempre maggiore forza da complessi traffici migratori e preoccupanti fenomeni terroristici, in questo momento in Africa  la situazione è di massima allerta.  L’allarme più preoccupante e il quadro socio-politico più complesso riguarda sopratutto i Paesi   a ridosso della fascia saheliana, in particolare la Mauritania, il Mali, il Niger,  il Ciad e il Sudan.  A questi Paesi si aggiunge un secondo gruppo di Stati, come il  Burkina Faso, la Costa d’Avorio  il  Camerun e la Nigeria, in cui gli indici di allerta sono al massimo livello.

Gi atti terroristici provocati in Europa e, ancor di più, quelli compiuti in Africa  (in Mali all’Hotel Raddisson Blue e all’Hotel Nord-Sud rivendicato da Al Qaeda, in Costa d’Avorio sulla spiaggia di Grand Bassam, in Burkina Faso con i diversi attentati a Ouagadougou  rivendicati dal movimento Al Mourabitun affiliato ad Al Qaeda Magreb) hanno svelato con spaventosa chiarezza la assoluta fragilità del continente africano nei confronti della follia jihadista. Gli attacchi terroristici appena citati non sono altro che gli eventi più visibili e violenti di una costante escalation partita ormai da un ventennio in seno al continente africano, che ha provocato migliaia di vittime e una seria precarietà socio-politica anche perché insinuatasi in contesti già fortemente critici e instabili. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza del fenomeno, bastino i dati relativi al 2014: secondo l’Unione Africana, nel 2014 sono stati compiuti in Africa 789 incidenti di matrice terroristica che hanno provocato la morte di 11.180 persone, di cui 4391 terroristi.

Di fronte ad un fenomeno così feroce,  i Paesi dell’Africa sub-sahariana si trovano ineluttabilmente disarmati ed incapaci di rispondere efficacemente alla minaccia terroristica che agisce, lo abbiamo visto,  come forza destabilizzatrice degli Stati. Stiamo assistendo ad un processo di destrutturazione degli stati nazionali, iniziato  da più di un decennio e che ora  sta rafforzandosi  e  trasformandosi  in brutale forza centripeta che dilania i già fragili equilibri politici e sociali del continente.

L’affiliazione dei movimenti jihadisti dell’area sahariana e saheliana  come l’AQMI (al-Qāʿida fī l-Maghrib al-islāmīe)  Boko Haram (Jamāʿat Ahl al-Sunna li-daʿwa wa l-Jihād) a Daesh è, ovviamente,  una tappa successiva alla creazione dei movimenti stessi ed è, da questi, fortemente agognata perché rappresenta un ambito riconoscimento della loro dimensione transnazionale.  Ai due movimenti già citati, si aggiunge il movimento di origine sunnita wahabita  Al Shabaab, costituito  in Somalia,  ma  fortemente attivo anche in Kenya ed Uganda.

La penetrazione di Daesh nella zona libica del Golfo di Sirte ha aperto allo Stato Islamico un duplice posizionamento strategico senza precedenti: il primo riguarda la possibilità di penetrazione  in Stati politicamente determinanti, quali la Tunisia e l’Algeria, il secondo consiste nella creazione di  una connessione operativa tra Daesh e Boko Haram attualmente incardinata nell’area a cavallo tra Nigeria, Camerun, Niger e Ciad.

Le risposte di contrasto da parte dei singoli Governi africani all’escalation delle diverse galassie  jihadiste si è rivelata fino ad ora inefficace. Tale fragilità è  ovvia e comprensibile se guardiamo alle difficoltà dei Paesi africani, impegnati, da un lato, nell’ostacolare traffici illeciti (droga, armi, pirateria marittima e terrestre), dall’altro, nel controllo delle frontiere per contenere i fenomeni  migratori, a fronte di gravi insufficienze  economiche, di potenziale militare e d’intelligence.

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