lunedì, Settembre 27

Africa Orientale: Giappone e Gran Bretagna cooperazione vincente

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L’orientamento dei fondi alla cooperazione sul rafforzamento del mercato comune in Africa Orientale deciso da JICA e DFID rappresentano la punta di diamante di un nuovo concetto di cooperazione tra Occidente e Africa che punta sullo sviluppo economico e non sulla assistenza umanitaria. Un nuovo concetto che sempre più Paesi africani esigono dalle loro controparte europee. Al posto dei classici progetti di cooperazione nei settori sanità, educazione e agricoltura, si preferiscono i progetti di cooperazione economica. I primi sono spesso soggetti a scarsi risultati e ad un dispendioso quanto pletorico esercito di personale espatriato impiegato dalle agenzie di cooperazione governative europee e dalle ONG a cui i progetti sono affidati.
Normalmente la collaborazione e l’interesse del Governo africano sono bassi in questi tipi di progetti, non sentiti. Una situazione che apre le porte alla corruzione sia quella proposta dalle autorità governative sia quella applicata dal personale espatriato della Agenzie e ONG, grazie alla connivenza con imprenditori locali. I livelli di corruzione giungono in alcuni Paesi Far West africani (come il Congo, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Repubblica Centrafricana) ad intaccare le fragili valute nazionali. Dal 2012 si stanno registrando numerosi casi di personale espatriato impiegato nella cooperazione occidentale dedito al gioco delle valute.  Un gioco che si basa su documentazione di pagamento in Euro o Dollari che nascondono pagamenti in valuta locali basati su un tasso medio di scambio a metà strada tra quello ufficiale e quello dettato dal mercato nero.
Al contrario nella cooperazione economica i primi attori ad essere interessati sono la comunità imprenditoriale e i governi africani. Un fattore necessario per garantire il successo del progetto. Questi interventi sono caratterizzati da strutture di personale estremamente leggere, che impiegano personale espatriato altamente specializzato e si basano sul supporto logistico e amministrativo già esistente presso i Ministeri africani, al limite coadiuvato da consulenti esperti negli specifici settori di intervento. In questi progetti si nota una altissima collaborazione della contro parte locale e ottimi risultati.

Il  problema della sostenibilità post-progetto viene superato con facilità in quanto sono le stesse autorità amministrative e imprenditori locali che hanno tutto l’interesse di far continuare l’esperienza a progetto finito. Le ragioni di questo impegno costante e rispettato sono principalmente due: i progetti sono fonte di ottime entrate per i governi e potenziano il mercato regionale, tallone d’Achille per l’imprenditoria africana, ancora costretta a far i conti con l’economia coloniale imposta dalle potenze occidentali durante il periodo coloniale e tutt’ora in vigore. Esportazione di materie prime dall’Africa e importazione di prodotti lavorati in Occidente.

I governi africani stanno facendo sempre più pressioni affinché la maggioranza dei fondi delle  Agenzie Governative d’Aiuto occidentali siano canalizzati sulla cooperazione economica. Ora questi governi considerano inutile chiedere aiuti finanziari per sostenere lo stato sociale, e considerano come priorità assoluta tutti i progetti nazionali tesi a rafforzare la capacità industriale con l’introduzione di nuove tecnologie, le piccole medie imprese e il commercio regionale.
Progetti concentrati sull’efficienza delle dogane della EAC, promossi da Giappone e Gran Bretagna, fanno  aumentare l’entrate fiscali, permettendo ai governi di avere i fondi necessari per finanziamenti autoctoni della Sanità e dell’Educazione. Settori che ancora soffrono di carenze governative, e affidati spesso a imprese private o enti religiosi.

L’Occidente lavora ancora troppo sull’alleviare le sofferenze, interagendo (temporaneamente) sullo stato sociale del Paese beneficiario. La cooperazione economica tende offrire al Paese beneficiario non il pesce pescato, ma la lenza per pescarlo. Il miglioramento delle entrate fiscali permette ai governi africani di avere maggior liquidità per sostenere Educazione e Sanità.
Secondo il parere degli esperti africani nel settore, gli aiuti umanitari classici sono efficaci solo in risposta ad emergenze profughi o calamità naturali. Le autorità africane in molti casi sono costrette per convenienze politiche ad accettare progetti di aiuto e sviluppo spesso autoreferenziali e non sostenibili nella fase post progettuale. Spesso competenti autorità governative formati nelle migliori università private africane, europee e americane,  si ritrovano a dialogare con giovani ‘esperti’ espatriati che detengono esperienze e competenze di gran lunga inferiori a quelle disponibili all’interno di ogni Governo dei Paesi africani sviluppati.
Gli esperti fanno notare che il fenomeno del personale espatriato non qualificato si sta diffondendo anche tra le Agenzie occidentali di Cooperazione, in primis nella Cooperazione Italiana, ora denominata AICS. Il motivo sarebbe la deregulation dei stipendi elargiti, che tendono ad un assurdo livellamento ai salari delle ONG, tramite contratti stipulati in loco che spesso sono veri obbrobri giuridici con al loro interno leggi del codice del lavoro italiano e del codice di lavoro del Paese beneficiario. Contratti che pongono i cooperanti assunti alla mercè di decisioni personali di Direttori di Agenzia o Diplomatici. Scarso sarebbe anche il sistema di valutazione imparziale dei dipendenti. Una carenza che aumenta gli abusi di potere in fase di rinnovo contratto. “Come si può attirare un esperto europeo proponendogli un salario che varia dai 2000 ai 3500 euro netti al mese? Di certo ne può guadagnare il doppio restando comodo nel suo Paese d’origine. Chi accetta questi salari nelle Agenzie governative di Cooperazione occidentali o è una persona a fine carriera, motivato dall’assicurarsi una buona pensione, o un giovane disoccupato, inesperto e del tutto inadeguato per soddisfare le esigenze della contro parte governativa», spiega un nostro contatto che lavora al Dipartimento Cooperazione del Governo ugandese.

L’Unione Europea non ha ancora una politica comune d’intervento nel campo della Cooperazione allo Sviluppo. Le varie agenzie governative europee non si coordinano tra loro e sono soggette a interessi nazionali o coloniali (nel caso di Olanda, Francia, Belgio, Germania) o a interessi di parte (correnti politiche o organizzazioni religiose interessate a prendere il controllo di queste agenzie. Le agenzie di cooperazione dei singoli Stati europei rappresentano, altresì, un doppione, e quindi uno spreco di risorse, in netta contrapposizione alle istituzioni sovranazionali create dalla UE: come l’ufficio emergenza ECHO o EUROPAID. Una situazione paradossale ma che sottolinea quanto sia ancora fragile il senso di ‘azione comunitaria’ all’interno della Unione Europea.

 

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