martedì, ottobre 23

Africa: One Belt One Road ha scalciato l’economia coloniale

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La rivoluzione industriale africana è partita, e ha tutta l’aria di essere una realtà destinata a sconvolgere gli equilibri economici e politici mondiali. L’elemento che ha innescato questo processo è One Belt On Road (OBOR), ovvero la via della seta africana. Gli ostacoli politici -sia interni ai Paesi africani coinvolti nel progetto cinese, sia esterni di equilibri geostrategici internazionali- sono molti e ben definiti, ma OBOR ha fatto partire e reso irreversibile la rivoluzione industriale africana. Una rivoluzione a guida cinese, che preoccupa assai l’Occidente.

Per tre secoli l’Occidente ha mantenuto l’Africa nel sistema di economia coloniale: esportazione di materie prime verso l’Occidente e importazione di prodotti finiti fabbricati in Occidente.
L’economia coloniale è passata attraverso due fasi ben distinte: l’occupazione militare dei territori africani (colonie) e il colonialismo economico. A seguito dei movimenti nazionalistici degli anni Sessanta che portarono all’indipendenza la maggioranza delle colonie africane, il capitalismo occidentale tentò inizialmente di opporsi militarmente.
Le nefaste sconfitte militari registrate dalla Francia in Algeria e dalla Gran Bretagna in Kenya (contro il movimento nazionalistico Mau Mau) resero chiaro che l’opzione militare era insostenibile. Di conseguenza si passò alle indipendenze ‘controllate, che portarono sergenti e capitani dell’Esercito a diventare spietati dittatori filo occidentali, eliminando ogni politico che potesse rappresentare un pericolo. Gli esempi del sergente Joseph Mobutu e del Primo Ministro Patrice Lumumba nel Congo rivelano una strategia eversiva occidentale pienamente riuscita.

Il colonialismo economico occidentale si basa sulla volontà degli Stati Uniti e dell’Unione Europea di evitare qualsiasi processo industriale in Africa, obbligando i Paesi africani a basare le loro economie sull’esportazione di minerali, idrocarburi e prodotti agricoli, i cui prezzi sono decisi dalle Borse di New York, Londra e Parigi. Gli accordi commerciali ‘privilegiati’ AGOA (Stati Uniti) ed EPA (Unione Europea) sono gli strumenti adottati per mantenere l’economia coloniale. Ed è proprio la loro natura dittatoriale che spinge molti Paesi africani a non firmare più questi accordi. Quelle europeo: EPA, doveva essere firmato nel 2014 e diventare operativo nel 2017. Al momento meno del 20% dei Paesi africani hanno rettificato l’accordo e la East African Community lo ha nuovamente bloccato, in attesa di ulteriori studi sull’impatto economico sui singoli Stati membri della Comunità Economica dell’Africa Orientale. Uno studio che sarà pesantemente condizionato dall’ultimo rapporto ONU che sconsiglia all’Africa di firmare gli accordi senza necessarie e sostanziali modifiche.

L’entrata in scena della Cina, avvenuta nella seconda metà degli anni Novanta, non preoccupava l’Occidente. Il capitalismo di stato del Partito Comunista Cinese all’epoca si muoveva in Africa sulle basi dell’economia coloniale. Il controllo politico, economico e militare esercitato dall’Occidente in Africa era considerato un sufficiente deterrente contro l’espansione nel continente di una potenza emergente del Terzo Mondo. Solo agli inizi degli anni Duemila l’Occidente si dimostrò estremamente preoccupato del concorrente cinese.

L’economia coloniale di Pechino era caratterizzata da un sfruttamento inaudito delle risorse minerarie e petrolifere africane e dal sostegno di dittature filo-occidentali cadute in disgrazia, tra le quali Sudan e Zimbabwe. I media occidentali attirarono l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale sulla rapina delle multinazionali cinesi in Africa, trascurando le rapine, crimini ambientali ed economiche, sfruttamento dei minerali di guerra e atti eversivi tesi a far scoppiare guerre civili, che rimangono la base del rapporto tra il capitalismo occidentale e l’Africa. Un capitalismo determinato ad impedire lo sviluppo del continente, che deve rimanere il magazzino di Europa e Stati Uniti.

Dal 2012 vari analisti occidentali ebbero il timore che la Cina stesse trasformando radicalmente i suoi rapporti con l’Africa proponendo la rivoluzione industriale.
Per 5 lunghi anni questi timori sembrarono infondati. La Cina continuava nella sua rapina delle risorse naturali e a sostenere i regimi abbandonati dall’Occidente. L’Occidente si è dimostrato incapace di comprendere la strategia cinese nonostante fosse evidente.
La conquista cinese dell’Africa è stata attuata in cinque fasi strettamente collegate. La prima caratterizzata dall’economia coloniale per alimentare le industrie cinesi. La seconda caratterizzata dal rafforzamento dei legami politici con i governi africani. La parola d’ordine di Pechino ‘Win Win‘ (tutti vincitori) fu metodicamente applicata dal Governo cinese nelle sue relazioni commerciali con il continente, assieme al principio di non interferenza negli affari interni dei Paesi africani.
Dal 2014 il Partito Comunista controlla l’operato delle multinazionali cinesi permettendo la rapina economica (e il conseguente disastro ambientale) solo nei Stati deboli, quali la Repubblica Democratica del Congo, dove le ditte cinesi stanno mettendo a rischio l’immenso patrimonio forestale causa uno sfruttamento inaudito del legname pregiato o non. Nei Paesi africani più avanzati Pechino ordinò alle sue multinazionali di prestare massima attenzione alla qualità del loro intervento. Per limitare l’importazione di prodotti di scarsa qualità dalla Cina, Pechino ha progressivamente reso non conveniente il commercio diretto degli imprenditori africani.
Dopo attenti studi, il Partito Comunista comprese, nel 2014, che l’afflusso di prodotti ‘poveri’ e tossici in Africa era alimentato in gran parte dagli imprenditori africani che in Cina compravano merci di dubbio valore per aumentare i loro profitti in Africa. Dal 2015 il network di approvvigionamento degli imprenditori africani in Cina è stato seriamente ostacolato e fortemente diminuito. L’obiettivo è quello di poter controllare in pieno le esportazioni verso il continente africano al fine di assicurare la qualità e la tolleranza per la salute pubblica e l’ambiente dei prodotti cinesi.

Sul piano politico la Cina ha elevato l’Africa a interlocutore mondiale, finanziando l’Unione Africana e sostenendo le battaglie dei Paesi africani per ottenere maggior rappresentanza presso Nazioni Unite, Banca Mondiale e FMI. La terza fase è stata caratterizzata da immensi finanziamenti cinesi per la realizzazione di infrastrutture economiche necessarie per collegare i mercati interni africani e sostenere una futura rivoluzione industriale.
Durante questa fase l’Occidente continuò a non comprendere i piani di Pechino accusando la Cina di inondare l’Africa con grandi opere pubbliche totalmente inutili, ma ottime generatrici di profitto. La storia dimostra esattamente il contrario.
Nel 2017 la Cina ha realizzato il 74% delle più importanti infrastrutture economiche africane creando le basi logistiche per l’industrializzazione. Ironia della sorte le multinazionali cinesi hanno conquistato il 24% dei finanziamenti europei stanziati per le infrastrutture africane causa gli obblighi di trasparenza e libero mercato imposti dal Parlamento Europeo. Per la stessa qualità di realizzazione dell’opera le ditte cinesi sono più competitive di quelle europee. Al contrario, ogni donazione e finanziamento di Pechino ai Paesi africani è vincolato dall’utilizzo di ditte cinesi.

Quelle che erano considerate ‘cattedrali nel deserto’ ora verranno inserite nel progetto mondiale di infrastrutture varato dalla Cina, New Silk Road Economic Belt, conosciuto come  One Belt On Road (OBOR). Un progetto che coinvolge 60 Paesi -tra cui Djibouti (Gibuti), Egitto e Kenya- che ha come obiettivo  riscrivere gli attuali equilibri mondiali e imporre un Nuovo Ordine Mondiale controllato dalla leadership della Cina, intenzionata a imporre il suo concetto di capitalismo di Stato. Un nuovo ordine mondiale che intaccherà l’autorità delle istituzioni internazionali occidentali, quali Banca Mondiale e FMI  -vedasi il caso Asian Infrastructure Investments Bank (Aiib).

La quarta fase è stata caratterizzata dal supporto ideologico e politico della Cina alle rivendicazioni africane di sovranità delle materie prime e idrocarburi. Pioniere di questa gestione autoctona fu il Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni che, nel 2014, decretò che il 60% delle riserve petrolifere scoperte nel Paese doveva essere sfruttato per lo sviluppo economico dell’Uganda e dell’Africa Orientale. Alle multinazionali straniere venne imposta la realizzazioni di oleodotti e raffinerie per il consumo di energia domestica concedendo solo il 40% del greggio all’esportazione verso l’Europa.

La quinta fase, iniziata nel gennaio 2017, ma evidentemente programmata da tempo, si concentra sull’avvio della rivoluzione industriale. Dopo aver guadagnato il rispetto e la fiducia dei Paesi africani, assicurato il  network delle infrastrutture economiche (ancora in fase di sviluppo) e aver avviato il processo politico nazionalistico di protezione delle riserve naturali africane, ora Pechino ha immesso 18 miliardi di dollari per favorire l’industrializzazione nel continente. Il Partito Comunista ha ordinato alle sue multinazionali di delocalizzare in Africa il 32% della produzione industriale cinese. E’ partita, insomma, la rivoluzione industriale africana targata Cina. L’Occidente si dovrà adeguare.

 

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