martedì, Maggio 24

Africa: ma quali colpi di Stato, si chiamano ‘rivisitazioni costituzionali’ Il colpo di Stato costituzionale in voga in Africa. La 'transizione' è fatale. La novità di questi eventi è il modo in cui sono qualificati. Nuovi uomini forti tentano di camuffare le loro azioni nominando la realtà in modo diverso

0

I colpi di Stato si susseguono a un ritmo rapido in Africa, e specialmente nell’Africa occidentale.
L’ultima, che sarebbe fallita, è avvenuta scorsa settimana in
Guinea-Bissau, e mirava a rovesciare il Presidente Umaro Sissoco Embalo. Avrebbe causato molti morti. Un colpo di Stato è avvenuto il 24 gennaio in Burkina Faso, preceduto da un altro in Sudan a fine ottobre, e in Guinea a settembre.

A questi si aggiungono, solo nel corso dell’ultimo anno, Tunisia, Mali e Ciad, per non parlare dei tentativi falliti nella Repubblica Centrafricana e in Niger. Molti di questi Paesi sono anche alle prese con il terrorismo islamista omicida, che in alcuni casi giustifica questi colpi di Stato.
La novità di questi eventi è il modo in cui sono qualificati. Nuovi uomini forti tentano di camuffare le loro azioni nominando la realtà in modo diverso.

In Guinea lafarsa ha raggiunto il culmine, come testimonia questo comunicato diffuso sui social e firmato dal nuovo uomo forte della Guinea, il colonnello Mamady Doumbouya. «Questo gesto che compiamo oggi non è un colpo di Stato, ma un atto inaugurale che permette di creare le condizioni per uno Stato. Più precisamente uno stato di diritto […]».
Questo tentativo di qualificare la loro azione militare con l’espressione ‘un’azione inaugurale’ non ha avuto l’effetto sperato. La maggior parte dei mezzi di informazione ha invece mantenuto l’espressione ‘colpo di Stato’ per descrivere e riferire su quanto era appena accaduto in Guinea.
La
stessa tattica è stata utilizzata anche nel vicino Mali, tristemente illustrata da un doppio colpo di Stato militare in meno di un anno (agosto 2020 emaggio 2021). Il Presidente della commissione giuridica del Consiglio nazionale di transizione (CNT) Souleymane Dé ha giustificato l’amnistia concessa ai golpisti negando l’esistenza di un colpo di Stato. «Quello che tutti dovranno capire è che non è stato un colpo di Stato. Non c’è stato un colpo di Stato perché la Costituzione non è stata sospesa e il Presidente si è dimesso. Non ci sono state dimissioni sotto pressione, non ci sono dimissioni forzate, questo non esiste».
Una tale malafede farebbe sorridere se l’argomento non fosse così serio e tragico per il governo democratico in Africa. Perché, in effetti, un colpo di Stato è chiaramente definito come una presa illegale del potere da parte di un individuo o di un gruppo che esercita funzioni all’interno dell’apparato statale.

Ricercatore regolare presso il Centro interdisciplinare per la ricerca sull’Africa e il Medio Oriente (CIRAM) della Laval University, la mia ricerca si concentra, tra le altre cose, sulla democrazia e i media in Africa.
Faccio eco alle tre principali domande tipicamente utilizzate da studiosi come
Jonathan M. Powell e Clayton L. Thyne per giudicare se un’insurrezione sia un colpo di Stato: Gli autori di questi atti sono agenti dello Stato, come soldati o agenti governativi, che violano il divieto?; L’obiettivo dell’insurrezione è il capo del potere esecutivo?; I cospiratori stanno usando metodi illegali e incostituzionali per impadronirsi del potere esecutivo?

Secondo queste definizioni, la Guinea ha subito un colpo di Stato. Eppure, questa mossa da parte del Presidente guineano Alpha Condé ha suscitato poca indignazione nel continente africano. La sua presidenza non è stata un esempio di successo nel governo democratico.
Alcuni osservatori hanno parlato di un ‘colpo di Stato militare’ (l’equivalente di un golpe) per rettificare un ‘colpo di Stato costituzionale’ che l’ex Presidente Alpha Condé avrebbe compiuto modificando la Costituzione per offrire un terzo mandato nel 2020.
Questa nozione dicolpo di Stato costituzionale‘, che si riferisce all’azione di rovesciamento dell’ordine costituzionale esistente, è fiorita negli ultimi anni nel continente africano in contesti diversi come Tunisia, Ciad, Costa d’Avorio,Togo, Benin, ecc…
In
Tunisia, il presidente Kaïs Saïed afferma di fare affidamento su una disposizione costituzionale in caso dipericolo imminenteper congelare le attività del Parlamento. Senza sospendere la Costituzione, ha tuttavia colto l’occasione per adottare una serie di misure eccezionali qualificate dai partiti di opposizione come un ‘colpo di Stato contro la Costituzione.
A questo proposito, il
Togo appare come un caso da manuale con una presa di potere dinastica da parte del presidente Faure Gnassingbé nel 2005, gesto che l’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) già qualificava all’epoca di un ‘colpo di Stato costituzionale’.
In
Costa d’Avorio, la morte improvvisa del candidato nominato dal partito al governo hacostrettola reinterpretazione delle norme costituzionali per consentire ad Alassane Dramane Ouattara di candidarsi per un terzomandato presidenziale nel 2020.
In
Benin, il progetto di introdurre un mandato presidenziale unico è stato abbandonato. Da allora, le conquiste democratiche di questo Paese, a lungo considerato un modello in questo campo, sono state messe in discussione  con emendamenti costituzionali non consensuali.
Di recente, in
Ciad, se non fosse stato per la morte in prima linea del maresciallo-presidente Idriss Déby Itno, gli è stato offerto un quinto mandato presidenziale di sei anni, con il 79,32% dei voti ufficiali espressi a suo favore nella primo round. Da quel momento in poi, a dispetto delle norme costituzionali vigenti (scioglimento dell’Assemblea nazionale e del governo), un consiglio militare di transizione guidato dal figlio del defunto presidente, Mahamat Déby Itno, ha preso il potere per un periodo transitorio di 18 mesi.

Pertanto, letransizioni democratiche in Africa non portano, nella maggior parte dei casi, al consolidamento democratico. Testimone, ad esempio, il secondo colpo di Stato militare in Mali durante la transizione (a maggio 2021). Meglio ancora, l’abbondante letteratura scientifica sulle transizioni democratiche nell’Africa subsahariana ha addirittura dato vita a un vero e proprio campo disciplinare chiamato ‘transitologia.
Le transizioni democratiche in Africa portano spesso a riforme costituzionali che danno vita anuove repubbliche‘ con un rinnovamento delle istituzioni che dovrebbero garantire le migliori pratiche. Tali riforme dovrebbero promuovere il corretto funzionamento dello Stato di diritto e l’alternanza democratica del potere esecutivo in un sistema politico multipartitico. Ma una volta create, queste istituzioni vengono rapidamente distolte dalla loro missione iniziale. In diversi Paesi africani, le corti costituzionali hanno preso molte decisioni infondate, anche inverosimili, mentre dovevano essere l’ultima risorsa in un regime democratico. Basta un solo esempio per fare il punto della situazione: in Gabon, Marie Madeleine Mborantsuo è in carica dal 1991 grazie a un decreto presidenziale che ha abolito retroattivamente il limite dei due mandati.

Il presidente Barack Obama, durante il suo discorso ad Accra ai parlamentari ghanesi nel luglio 2009, ha affermato con il senso della formula che lo conosciamo che «l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ma di istituzioni forti». Ma molti leader africani conservano solo la parola ‘forte’ e non ‘giusto’. Tuttavia, molti ricercatori sostengono la costruzione preventiva di uno Stato forte come condizione essenziale per il corretto funzionamento di una società democratica, basata sullo stato di diritto.
Un tale processo di monopolizzazione del potere non può essere basato sul consenso e sulla legittimità. Per questo ci sembrano promettenti le proposte volte a
ripensare la legittimità dello Stato africano nell’era della governance condivisa. La governance condivisa si basa più sull’orizzontalità che sulla verticalità nel processo decisionale. Facendo appello al consenso delle parti interessate, si differenzia dalla governance imposta o forzata.
Sviluppo e democrazia non sono due concetti contraddittori. Meglio ancora, le due nozioni possono e devono essere attuate insieme nei Paesi africani.
Ciò è tanto più vero in quanto all’indomani dell’indipendenza degli anni Sessanta, l’Africa ha già tentato, senza successo, l’esperienza di favorire lo sviluppo a scapito della democrazia e delle libertà individuali. Un’esperienza che ha portato all’instaurazione di regimi dittatoriali e di governance disastrose incoraggiati dai programmi di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale (FMI). È quindi importante imparare dai nostri errori e rompere l’attuale impasse.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->