martedì, Maggio 11

Africa, le guerre per l'acqua field_506ffbaa4a8d4

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In Africa il rischio di idroconflitti è particolarmente elevato. In molti Paesi l’irrigazione agricola, legata ad economie essenzialmente di sussitenza, dipende in misura pressoché totale dalle condizioni climatiche. Con la domanda idrica in continua crescita, amplificata da diversi fattori come l’esplosione demografica, l’ineguale distribuzione e le croniche inefficienze di gestione, la condivisione delle risorse di ‘oro blu’ fra due e più Stati può essere motivo di forti attriti, dato che ogni Paese nel continente ha almeno un fiume in comune e quindici Paesi ne hanno in comune almeno cinque. Ciò determina situazioni di concorrenza per lo sfruttamento della risorsa acqua molto spesso aggravate dalla mancanza di politiche territoriali ed ecologiche unitarie e organiche.

Dei 263 bacini fluviali condivisi nel mondo, ben 59 si trovano in Africa, e le principali dispute per l’acqua nel Continente nero hanno inevitabilmente luogo nelle aree lungo i principali corsi d’acqua. Di solito la disputa comincia quando uno dei Paesi a monte delle fonti idriche comuni intraprende un’azione unilaterale di sfruttamento con progetti che riducono la portata verso i Paesi a valle: ciò causa la protesta dei questi ultimi, che può sfociare in contatti diplomatici al fine di trovare delle possibili risoluzioni, o nei casi più gravi in vere e proprie condizioni di ostilità. Indubbiamente la differenza di potere economico e politico degli Stati che condividono lo stesso bacino genera relazioni asimmetriche nelle quali tendono a prevalere gli interessi dei Paesi più forti che si riflettono nella scelta delle modalità di uso della risorsa e di disciplina dei conflitti.

I casi più delicati riguardano i bacini dei fiumi Nilo, Niger, Okavango, e del lago Ciad, solo per ricordare i principali.

Il Nilo, in antico semitico nahal o valle del fiume, è il corso d’acqua più lungo del pianeta: con i sui 6.671 chilometri di lunghezza attraversa 35 gradi di latitudine e col suo bacino si estende su dieci Stati, (Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sudan, Tanzania, Uganda) che fanno sempre più affidamento sulle sue acque in una situazione resa drammatica anche dalla siccità cronica.

Col suo peso demografico (80 milioni di abitanti) e militare l’Egitto è la nazione che più condiziona gli equilibri di questo scenario, ma al tempo stesso, data la sua condizione di utilizzatore finale e dalla dipendenza pressoché totale dall’acqua del Nilo, è anche quella che più ne è condizionata. In questo senso nel 1989 l’ex segretario delle Nazioni Unite Boutros-Ghali, all’epoca Ministro degli esteri, ha osservato che la sicurezza nazionale dell’Egitto è nelle mani di almeno altri otto Paesi africani (oggi nove, con l’aggiunta del Sud Sudan).

L’attuale regime del suo utilizzo è ancora disciplinato da un trattato coloniale stipulata dalla Gran Bretagna nel 1929 e poi aggiornato da una convenzione tra Egitto e Sudan nel 1959, che assegna il 55% delle acque al Cairo e il 22% a Khartoum, oltre al diritto di veto egiziano su qualunque costruzione che possa modificare la portata del fiume. Accordi che l’Etiopia, nazione a monte, non ha mai firmato né smesso di contestare. Più volte i tre Paesi sono arrivati ai ferri corti, con reciproche minacce di azioni belliche. Le ostilità si sono riaccese nell’ultimo lustro, dopo l’annuncio di Addis Abeba di un ambizioso progetto di costruzione di dighe (36 in tutto), che avrebbe permesso l’irrigazione di 2,7 milioni di ettari incolti e di provvedere i bisogni di circa 15-20 milioni di persone (il 30-40% della popolazione). Inoltre, la produzione elettrica generata da una serie di centrali alimentate dalle dighe avrebbe elevato l’Etiopia ad esportatore d’energia a livello regionale.

Il Nile Cooperative Framework Agreement, suggellato a Entebbe (Uganda) nel maggio 2010 da Uganda, Etiopia, Ruanda, Tanzania, Kenya e, qualche mese più tardi, dal Burundi, a conclusione di negoziati durati dieci anni, ha aperto la strada verso una modifica degli accordi del 1959. Qualora diventasse esecutivo, l’accordo andrebbe a ridimensionare gli attuali privilegi dell’Egitto in favore di una più equa redistribuzione delle risorse. Privilegi che, tuttavia, per la terra dei faraoni sono alla base della propria sopravvivenza.

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