sabato, Luglio 24

Africa: la culla di Al Qaeda image

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TERRORISMO-AFRICA-STATEI riflettori internazionali sono puntati sull’Iraq e il pericolo Isis. Tuttavia, il terrorismo islamico non riguarda solo il Medio Oriente. Da diverso tempo, Al Qaeda ha trovato la sua culla in Africa. Al di là dei Paesi del Nord Africa, il problema interessa l’intero continente nero. L’area che va dal Mali alla Somalia, passando per il Niger, Nigeria, Costa d’Avorio, Camerun, Repubblica Centrafricana, Sudan e Sud Sudan, è una polveriera pronta ad esplodere.

Da anni ci sono conflitti e divergenze tra i musulmani e le altre minoranze, tra cui i cristiani. Tuttavia, negli ultimi dieci anni, la situazione è andata a deteriorarsi, in seguito alla presenza di numerosi gruppi armati che fanno capo ad Al Qaeda nel Maghreb islamico, la cui ragnatela è ormai sconfinata. La destabilizzazione della Libia ha inferto il colpo mortale all’Africa.

In particolare, sono due i movimenti islamici che tengono banco al momento: gli al Shabaab in  Somalia e i Boko Haram in Nigeria.

La situazione nel Corno d’Africa è bollente da oltre vent’anni. Nonostante le diverse operazioni militari internazionali, la Somalia rimane uno Stato in balia dell’anarchia e degli al Shabaab. In seguito all’operazione militare lanciata dal Kenya nel 2011, i militanti islamici hanno perso terreno, ma non sono stati spazzati via e continuano a mettere a segno attentati sanguinosi in tutto il Paese, in particolare a Mogadiscio, e fuori dai suoi confini.

Anche la morte di Ahmed Abdi Godane, il “capo supremo” degli al Shabaab, non muta la situazione. Anzi si temono nuove e sanguinose rappresaglie. L’uccisione è stata annunciata dalla Casa Bianca, che nei giorni scorsi aveva condotto raid aerei nel sud della Somalia. Secondo Washington, la morte di Godane è «una grave perdita dal punto di vista simbolico e operativo per la più importante delle entità affiliate ad al Qaeda ».

La battaglia è tutt’altro che vinta. Appare ancora molto lunga. Il governo di transizione nazionale, sostenuto dalle potenze occidentali, è ancora molto debole e da solo non è in grado di ripristinare l’ordine in tutta la Somalia, o anche solo nella parte meridionale, tralasciando per il momento il Somaliland, che è indipendente anche se non è riconosciuto da nessuna potenza e il Puntland che è semi-autonomo.

La realtà è dunque molto più complessa di quanto la Casa Bianca faccia apparire. Ucciso il capo degli al Shabaab, ce ne sarà un altro, e un altro ancora. Lo sanno bene le grandi potenze occidentali che stanno cercando in tutti i modi di prolungare la vita del governo di transizione , la cui sopravvivenza dipende dalla missione Amisom, dispiegata nel Paese nel 2007. I caschi blu sono le guardie del corpo di un governo moribondo. Soldati che non sono ben visti dalla popolazione, in quanto sono spesso accusati di violazioni del diritto umano. L’ultima accusa risale a lunedì. L’organizzazione non governativa statunitense Human Rights Watch, in un rapporto, ha puntato il dito contro i soldati dell’Amisom che avrebbero commesso «violenze, umiliazioni e abusi sessuali a danno di donne, ragazze e bambine». I militari avrebbero compiuto abusi anche promettendo aiuti umanitari in cambio di favori sessuali.

La Somalia è un disastro umanitario. Città fantasma, milioni di profughi senza più una casa, carestie che si alternano un anno si e uno no.

Oggi la Somalia è un Paese alla fame, devastato da anni di guerra. Gran parte della responsabilità la tiene anche l’Occidente. In particolare, gli Stati Uniti che più volte sono intervenuti, con la scusa di impedire di trasformare il Paese in un “rifugio di al Qaida”, com’è accaduto in Afghanistan con i talebani.

Il Paese somalo paga la sua posizione strategica, tanta ambita: abbracciata al Corno d’Africa e protesa verso l’Oceano Indiano. Una fascia territoriale che, partendo dal Mali e arrivando fino al Mar Rosso, rappresenta una sorta di linea di faglia tra l’Oriente e l’Occidente e, quindi, la porta d’accesso alle risorse minerarie e ai luoghi strategici delle grandi potenze.

Ma la Somalia è un terreno ostico per gli Stati Uniti che, già nel 1993, nel 2002 e nel 2006 hanno tentato di assumerne il controllo, fallendo tutte e tre le volte. L’operazione militare messa in campo negli anni Novanta si trasformò in un umiliante disastro per i militari a stelle e a strisce. Era il 1992 quando gli Stati Uniti mandarono migliaia di marines a compiere una discutibile e ambigua “missione di soccorso” in appoggio alle organizzazioni umanitarie  che avevano lanciato l’allarme della “più grave carestia” del secolo.

Un anno dopo, nell’ottobre del 1993, durante quella che è passata alla storia come “la battaglia di Mogadiscio”, due elicotteri Black Hawk furono abbattuti dai miliziani provocando la morte di 18 soldati. Una troupe della CNN che casualmente si trovava sul luogo dell’incidente filmò la scena terrificante del corpo di uno dei soldati trascinato con la corda per la città come un trofeo. Per l’opinione pubblica fu uno shock. L’allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, dichiarò che la missione in Somalia era un fallimento dell’Onu: «Le Nazioni Unite avrebbero dovuto dire no alla Somalia». Eppure l’intera operazione, concepita dagli Stati Uniti, era stata sotto il comando americano dall’inizio alla fine. Le forze statunitensi si ritirarono e la missione di soccorso lasciò il Paese nelle mani delle Corti Islamiche.

Dopo il tentativo di rimettere piede in Somalia nel 2002, gli Stati Uniti ci riprovarono seriamente nel 2006, quando l’Unione delle Corti islamiche assunse il controllo di quasi tutto il Paese, lasciando nelle mani del governo di transizione federale solo un’enclave ai confini con l’Etiopia. Fondate e finanziate da uomini d’affari negli anni Novanta, con lo scopo di combattere il banditismo e riportare ordine a Mogadiscio, le Corti Islamiche riuscirono nell’impresa, riscontrando un consenso popolare che non ha nulla a che fare con il fanatismo religioso. L’islam somalo è storicamente sunnita, con scarso interesse per la politica e la militanza. Pertanto, il successo popolare delle Corti va attribuito soprattutto al desiderio di uscire dalla perdurante situazione d’insicurezza e oppressione, determinate dai signori della guerra, finanziati dagli Stati Uniti. Nonostante il periodo di pace, rinominato “l’epoca d’oro”, gli Usa e l’Etiopia invasero la Somalia per imporre il governo di transizione, facendo stragi memorabili.  Ancora una volta l’invasione si tramutò in un fallimento e le detestate truppe etiopi furono costrette a lasciare il Paese.

Washington mise a capo del governo transitorio l’ex capo delle Corti islamiche, Sheikh Sharif Ahmed, che, per la sua vicinanza agli Stati Uniti, perse di ogni credibilità agli occhi dei somali. Una scelta sbagliata che gettò il Paese somalo nelle mani degli al Shabaab, che solo in un secondo momento si sono avvicinati ad Al Qaeda e al fondamentalismo islamico.

La situazione non è meno ingarbugliata in Nigeria, dove i Boko Haram conquistano villaggi e città nel nord del Paese, incontrando una debole resistenza militare. Dopo la conquista della città di Gulak, lungo il confine nordorientale con il Camerun, i militanti islamici minacciano di conquistare Maiduguri, la capitale della regione del Borno.

Di fronte alla sua avanzata, i soldati nigeriani si rifiutano di andare a combattere. Si lamentano di essere mal equipaggiati e mal pagati.

La Nigeria, il paese più popoloso dell’Africa e la più grande economia del continente, dispone di un potente esercito: 80mila soldati e 82mila paramilitari, secondo il rapporto 2014 dell’International Institute for Strategic Studies (IISS). Il bilancio della difesa di quest’anno è pari a 968 miliardi di naira (4,5 miliardi di euro), circa il 20% del bilancio dello Stato, la percentuale più alta dalla fine della guerra civile 1967-1970 in Biafra. Tuttavia, la sua potenza rimane solo sulla carta. Boko Haram, che conta di 8mila uomini, ha la meglio e può commettere terribili crimini. Stragi di civili e attentati sanguinosi che in quattro anni hanno causato la morte di ben 4mila persone e oltre mezzo milione di sfollati. Numeri che fino a qualche mese fa non destavano alcuna preoccupazione. Il mondo ha infatti saputo della sua esistenza in seguito al rapimento di duecento ragazze e alla mobilitazione di alcune celebrità internazionali. Tra le tante, la first lady della Casa Bianca, Michelle Obama, che in un raro messaggio alla nazione, aveva promesso che suo marito, il presidente degli Stati Uniti, avrebbe fatto tutto il possibile «per sostenere il governo nigeriano e trovare le ragazze e riportarle a casa».

Dopo mesi di “intensa ricerca”, di queste ragazze non c’è traccia. Nonostante i moderni mezzi di intercettazione, satelliti e droni, gli Usa non hanno mantenuto la promessa. Secondo Enza Guccione, una suora che vive da 18 anni nel sud della Nigeria, «i media, dai più grandi ai più piccoli, le star e chiunque facesse informazione, l’hanno sfruttata per mettersi in mostra (…). E se da una parte era necessario far sapere al mondo, dall’altra parte è servito solo a creare l’immagine negativa del presidente Jonathan, che serviva ai politici avversi, per destabilizzare il governo. La gente comune pensa che le ragazze che si dicono essere state rapite, siano in realtà parte di una macchinazione per la destabilizzazione del governo. Di queste ragazze infatti le famiglie non hanno rivelato nome e foto. Potrebbe anche essere che le famiglie abbiano ricevuto denaro per una storia inventata del rapimento e che proprio perché non circolano foto e nomi, quelle stesse ragazze si muovano liberamente. Insomma, falsi rapimenti».

Durante l’intervista, rilasciata a AfricanVoices, la suora italiana non ha peli sulla lingua: «I Boko Haram erano stati pagati e chiamati da politici corrotti per destabilizzare il governo di Jonathan, il quale è stato fatto apparire come un incapace. Dietro a tutto questo sono convinta ci siano le grandi multinazionali. Guarda gli Usa, per esempio. Sono venuti in Nigeria con lo scopo di scovare i Boko Haram e liberare le ragazze. In realtà è ben noto che gli americani sono andati a circondare e proteggere le loro basi petrolifere in Cameroon e i loro interessi. Specie da quando la Nigeria ha deciso di orientarsi verso la Cina, lasciando gli Usa, Jonathan è entrato nel bersaglio degli interessi multinazionali, di coloro che non accettano il cambiamento con il calo degli interessi economici. Occorrono Presidenti che stiano al gioco tanto antico degli Usa e della Francia».

La suora non ha tutti i torti. Il movimento Boko Haram è un manipolo di criminali, analfabeti e musulmani per caso. La religione ha poco a che fare con la crisi in Nigeria, così come quella in Somalia. La sua instabilità ha origini politiche ed economiche. La Nigeria è l’ottavo produttore di petrolio al mondo e il primo in Africa, avrebbe il potenziale per essere una delle nazioni più ricche, eppure non c’è la luce elettrica, l’acqua potabile, le fognature e le strade in gran parte del Paese, in particolare nel nord. I proventi del petrolio finiscono nelle tasche delle autorità nigeriane corrotte e avide, che ha abbandonato le regioni settentrionali del Paese, disinteressandosi dei problemi diffusi nell’area, come l’alto tasso di disoccupazione. Il vuoto dello Stato è stato colmato dal gruppo islamico Boko Haram, che ha fatto leva sul malcontento della gente.

Poco si sa sul movimento. È nato nel 2002 a Maiduguri, nel nord della Nigeria, che significa “Vietata l’educazione occidentale”. La sua storia inizia però nell’Ottocento quando il nord della Nigeria si chiamava Califfato di Sokoto, uno dei più grandi imperi dell’Africa fino a quando non arrivarono gli inglesi e i francesi che lo colonizzarono portando povertà e fame. Così come forma di protesta molte famiglie si rifiutarono di mandare i figli nelle scuole occidentali. Da qui, il nome “vietata l’educazione occidentale”. Oltre a questo, non si sa altro. Non è ben chiaro chi lo finanzi. Secondo un articolo pubblicato qualche tempo fa dal quotidiano The Vanguard, intitolato ‘I governatori del nord erano nel nostro libro paga’, gli alti funzionari di alcuni Stati nel nord della Nigeria avrebbero finanziato per anni Boko Haram, prima di diventare obiettivi da colpire per aver sospeso il loro sostegno. Come spesso accade, vedi l’Iraq, la situazione è sfuggita di mano ai loro finanziatori e i Boko Haram sono diventati sempre più organizzati e pericolosi.

La stessa chiave di lettura potrebbe essere usata per il Mali, la Repubblica Centrafricana, la Libia, l’Egitto: la criminalità non ha nazionalità, colori o un dio di riferimento.

 

 

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