sabato, Maggio 15

Africa: il trasferimento degli elefanti tra ambientalismo ed economia Quando l'uomo cerca di recuperare agli squilibri che ha provocato

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Gli squilibri provocati dall’intervento umano sull’ecosistema planetario sono oramai noti da anni: nonostante alcuni ambienti economici e politici continuino a negarlo, il surriscaldamento globale ed i conseguenti cambiamenti climatici sono una realtà tangibile nella vita di tutti i giorni; allo stesso modo, l’inquinamento dei mari a causa di plastica ed altro tipo di rifiuti comincia ad essere evidente anche ai non addetti ai lavori. Se la Rivoluzione Industriale, iniziata dagli inglesi sul finire del XVIII secolo ed esportata nel resto del mondo attraverso il Colonialismo, ha portato progressi tecnologici in grado di far aumentare drasticamente l’aspettativa di vita ma, d’altro canto, ha dato il via ad un sistema di sfruttamento delle risorse terrestri che, nel giro di poco più di due secoli, ha messo in crisi interi ecosistemi e, di conseguenza, mette potenzialmente in pericolo la sopravvivenza di numerose specie, compresa la nostra.

In Africa, Continente che ha pagato il prezzo maggiore dell’industrializzazione planetaria ricevendone i minori vantaggi, l’aumento della popolazione e la scarsità di risorse, combinate con la presenza di Governi corrotti che ignorano cosa siano i Diritti Civili, hanno portato, ad esempio, a fenomeni altamente problematici come la migrazione di massa verso i Paese dell’Unione Europea.

Ad un livello solo apparentemente meno globale, la combinazione di crescita demografica, scarsità di risorse (o meglio impossibilità della popolazione a godere delle risorse del territorio) e situazione politica, hanno avuto ulteriori effetti negativi sugli ecosistemi. La popolazione che cresce ha bisogno di spazi per vivere e per le attività necessarie alla propria sussistenza: schiacciate da bisogni immediati, le popolazioni di molti Paesi africani hanno inferto gravi danni al patrimonio naturale del Continente che, se sfruttato in maniera intelligente, potrebbe invece rappresentare una risorsa turistica per la gran parte di quegli Stati.

Il caso degli elefanti è emblematico. Nella gran parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, il numero degli esemplari di questa specie è stato ridotto ad un decimo nell’arco di poco più di dieci anni: se si stima che, all’inizio del XX secolo, in tutto il Continente africano vi fossero circa tre milioni e mezzo di esemplari, oggi non ne restano che circa quattrocentosettantamila. La necessità di terre da coltivare per mantenere un’economia che spesso non va al di là della sussistenza, ha sottratto la maggior parte dell’habitat necessario alla vita degli elefanti; ha questo si deve aggiungere la grande attività di bracconaggio che, alimentato dal fiorente mercato illegale dell’avorio,ha quasi portato alla scomparsa della specie in vaste aree.

A partire dagli anni ’70 del XX secolo, una accresciuta e maggiormente diffusa sensibilità ambientalista ha portato gradualmente ad interventi volti a salvaguardare quanto resta dell’ecosistema planetario necessario alla sopravvivenza della nostra specie. Tra questi interventi, chiaramente, vanno annoverati anche quelli per la salvaguardia della biodiversità, ovvero delle specie a rischio di estinzione. Dagli anni ’90 in poi, grazie anche ai finanziamenti messi a disposizione da associazioni ambientaliste a carattere internazionale, molti Paesi africani hanno cominciato ad ampliare, tramite la creazione di parchi e riserve naturali, le proprie politiche per la salvaguardia della biodiversità.

Nell’arco di circa venti anni, questi interventi hanno dato i loro frutti portando al ripopolamento di molte specie animali in tutto il Continente. Si tratta in ogni caso di un ripopolamento a macchia di leopardo‘: da un lato, nonostante la creazione delle zone protette, il bracconaggio ha continuato a colpire in diverse aree, rendendo di fatto inefficaci i parchi e le riserve; da un’altra parte, dove la protezione ha avuto successo, si sono venuti a creare problemi legati al numero troppo alto di esemplari di alcune specie.

Un tempo, per mantenere l’equilibrio all’interno dei parchi, si procedeva alle eliminazioni selettive: alcuni esemplari, selezionati come i meno adatti alla prosecuzione della specie, venivano abbattuti per evitare che il numero troppo alto danneggiasse altre specie o venisse in conflitto con le attività umane nella zona.

Da alcuni anni a questa parte, si è cominciato a ragionare in maniera più sistematica e le eliminazioni selettive sono state gradualmente sostituite dai trasferimenti: si prelevano esemplari dalle aree protette più affollate e si trapiantano in aree in cui la loro presenza è a rischio. La prassi è stata affinata nel tempo: per molte specie che vivono in branco, tra cui gli elefanti, la presenza di esemplari adulti è fondamentale poiché, senza questa forma di ‘educazione di branco’, gli esemplari crescono in maniera disfunzionale e sviluppano atteggiamenti aggressivi. Per questo, quando si procede con un ricollocamento, si tende a spostare interi nuclei familiari.

In passato diversi trasferimenti sono stati portati a termine con successo. È il caso del Kenya, dove nel 2011 duecento esemplari sono stati spostati dalla regione a sud di Nairobi al celebre parco di Maasai Mara, nell’est del Paese.

Tra il 2016 e il 2017 è stata la volta del Malawi: grazie all’azione dell’associazione African Parks, cinquecentoventi elefanti sono stati trasferiti dalle riserve meridionali di Majete e Liwonde, dove erano in soprannumero, a quelle centrali di Nkhotakota e Nyika, vicino al lago Malawi; oltre agli elefanti, in quell’occasione sono stati trasferiti altri millecento esemplari di altre specie.

Attualmente è in atto un progetto di ricollocamento di elefanti che prevede il ricollocamento in Mozambico di duecento esemplari provenienti dal Sudafrica: se nel sudafricano Kruger National Park il numero degli esemplari è in eccesso, nel mozambicano Parque Nacional do Limpopo la popolazione è quasi estinta. La situazione politica più stabile, e la conseguente stretta sul bracconaggio, rendono possibile il tentativo di ripopolamento dell’area.

I problemi, però, sono di natura logistica. Come è facile immaginare, non esistono ‘corridoi naturali’, aree non occupate dall’uomo, attraverso cui gli elefanti avrebbero la possibilità di percorrere gli oltre millecinquecento chilometri che li separano dalla loro meta; per questo il trasporto deve essere fatto in maniera in maniera più coatta‘, il che è complicato quando si ha a che fare con un animale che può arrivare a pesare dalle tre tonnellate e mezza alle oltre cinque tonnellate.

Per prima cosa, gli esemplari vengono addormentati tramite sedativo: per fare questo è necessario sparare freccette tranquillanti da un elicottero. Una volta sedati, gli animali vengono imbrigliati per le zampe e issati a testa in giù per poi essere depositati nei camion: durante questa fase, è importante che le narici dell’animale restino aperte, per evitarne il soffocamento, e che gli occhi siano ben coperti dalle grandi orecchie, per evitare che la luce possa svegliare l’esemplare che, spaventato, potrebbe mettere in pericolo gli operatori e sé stesso. Una volta caricati sui camion, gli esemplari (appartenenti ad interi nuclei familiari) vengono trasportati verso la propria nuova casa e liberati: il procedimento non è del tutto privo di stress o di rischi per gli animali (è raro, ma può accadere che alcuni esemplari non sopravvivano al trasporto), ma è la migliore occasione che questa specie ha di ripopolare aree in cui era praticamente estinta.

La salvaguardia dell’ecosistema, che potrebbe sembrare una questione poco rilevante, soprattutto in un’epoca attraversata da grandi tensioni internazionali come quella presente. Non bisogna però dimenticare che lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta ha creato nel tempo squilibri la cui gravità si comincia solo ora ad intuire. Con il pianeta sovrappopolato e le risorse che iniziano a scarseggiare, una strategia che tenti di salvare il salvabile appare quanto più necessaria.

Inoltre, la complessa strategia mesa in atto in Africa per ripopolare le aree in cui gli elefanti (ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per altre specie) ha, certamente, anche dei risvolti economici: in aree che sono riuscite ad ottenere una certa stabilità politica, un investimento sulla conservazione dell’ecosistema ha anche dei risvolti economici legati al turismo. L’aspetto economico è di fondamentale importanza soprattutto nella prospettiva di una lotta efficiente alle cause del complesso fenomeno migratorio.

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