martedì, ottobre 23

Africa – Europa: perché la nuova alleanza di Juncker non è credibile La proposta di Juncker è l’ultimo disperato tentativo di mantenere il controllo sulle materie prime africane

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Il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, mercoledì 12 settembre, durante l’annuale intervento suòòp stato dell’Unione Europea, ha promesso un nuova alleanza con l’Africa, tramite ingenti investimenti l’obiettivo è creare 10 milioni di nuovi posti di lavoro. Questa nuova alleanza vorrebbe ridurre l’immigrazione verso l’Europa, sviluppare l’Africa, contenere l’avanzata cinese. Una alleanza che ponga nuove basi di reciproca collaborazione e benefici economici.  Salutata dalla propaganda europea come una mossa vincente, nella realtà la proposta di Juncker è l’ultimo disperato tentativo di mantenere il controllo sulle materie prime africane, controllo ormai perduto grazie alla seconda ondata di indipendenza africana e alla Cina.

Gli accordi commerciali tra Unione Europea e i Paesi africani, gli Economic Partnership Agreement (EPA), sono scaduti oltre 3 anni fa. Questi accordi erano stati promossi alla fine degli anni Novanta per rilanciare l’economia africana attraverso scambi commerciali ‘equi’ che aiutassero i Paesi del continente a svilupparsi. Si prevedeva fino al 66% l’abbattimento delle barriere doganali europee per i prodotti africani. Parallelamente a questi accordi, vi fu la cancellazione di gran parte del debito contratto con l’Europa, con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Queste misure rispecchiavano gli ideali europei di solidarietà, ed erano affiancate alla promozione della democrazia in Africa, a dire degli osservatori europei.
Dietro alla fitta coltre di propaganda si celava il vero obiettivo: mantenere inalterato lo status quo di sudditanza dell’Africa verso l’Europa e l’economia coloniale. Le esenzioni doganali del 66% riguardavano quasi esclusivamente le risorse naturali: petrolio, gas metano, oro, diamanti, minerali e i classici prodotti agricoli coloniali  -cacao, te, caffè-. A trarre vantaggio erano le multinazionali europee intente a sfruttare le risorse naturali in Africa e ad esportarle in Europa, godendo giustappunto delle esenzioni doganali. Gli accordi stipulati mantenevano intatta l’impossibilità per i Paesi africani di sfruttare autonomamente le proprie risorse naturali, di sviluppare l’industria e creare il ‘Made in Africa’. Il motivo era semplice. Qualora fosse stato permesso all’Africa di sviluppare una propria industria, le merci prodotte nel continente avrebbero raggiunto una competitività maggiore rispetto a quella detenuta dalle merci europee e cinesi. Europa e Cina devono importare le materie prime, l’Africa le detiene, quindi i costi di produzione delMade in Africasarebbero stati nettamente inferiori rispetto al Made in Europa o China.

La cancellazione del debito contratto non è stata certo un’operazione filantropa. I debiti raggiunti stavano diventando impossibili da rimborsare. Vi era il rischio che le istituzioni finanziarie occidentali si trovassero con una colossale somma di Bad Loans (‘Cattivi Prestiti’) potenzialmente in grado di destabilizzare l’economia capitalistica. Erano state tentate mosse speculative, rivendendo ad altre istituzioni finanziarie parte del debito non pagato dei Paesi africani, ma questo mercato non decollò, in quanto il rischio di insolvenza era troppo alto. La pratica di rivendere i crediti acquisiti si sviluppò nel settore privato. Per quasi 15 anni questa pratica, contraria ad ogni sano principio economico, diventò un affare d’oro che generava milioni di dollari dal nulla. Divenne poi una tra le principali cause del collasso finanziario ed economico del 2007, dal quale Europa e Stati Uniti stentano ancora a riprendersi.
Il debito dei Paesi africani era stato contratto in parte durante il periodo coloniale e in parte durante gli anni Sessanta e Settanta. Le ex colonie francesi furono costrette addirittura a ripagare gli sforzi di guerra dopo che il Governo francese, sconfitto dai nazisti, utilizzò milioni di africani per partecipare alla riconquista della Patria assieme agli Alleati. Gli interessi pagati sui debiti contratti avevano dissanguato l’economia africana, impedendo un sviluppo economico. A questo si aggiungeva l’attivo supporto europeo a feroci dittature e vendite di armi utilizzate nei mille focolai di guerre africane. Costretti a pagare ingenti somme di interessi, controllati da dittatori sanguinari (Mobutu Sese Seko, Bokassa, Daniel Arap Moi, Siad Barre, ecc….) e con continue guerre civili, i Paesi africani non avevano altre alternative che sottostare all’economia coloniale occidentale e vendere le loro materie prime a prezzi ridicoli decisi nelle borse europee e americane, importando prodotti finiti (compreso i carburanti) dall’Occidente.

Gli interessi pagati dagli anni Settanta fino agli anni Novanta avevano ampiamente ripagato il debito originale, in quanto erano stati calcolati con la logica degli usurai. Quindi, la cancellazione del debito non ha provocato perdite finanziarie per l’Occidente. Cancellando il debito l’Occidente pensava di poter concedere altri crediti ai Paesi africani, ricreando il ciclo di sfruttamento finanziario, sempre subordinato al mantenimento dell’economia coloniale.
La promozione della democrazia è risultata assai strumentale. La democrazia veniva promossa nei Paesi dove il dittatore di turno dava segni di volersi sottrarre dal giogo coloniale attraverso il nazionalismo. Al suo posto si creavano democrazie deboli, facilmente controllabili. A volte questa strategia è fallita, facendo sprofondare il Paese di turno nell’orrore della guerra civile  -vedasi Liberia, Sierra Leone, Somalia e ora Libia. Per gli interessi delle democrazie occidentali è altamente preferibile il caos della guerra civile rispetto ad una dittatura forte che si ribella alla ‘Madre Patria’. I morti sono africani e i profitti (tramite la vendita delle armi) occidentali.

Tutti i piani europei e americani di egemonia del continente sono andati in fumo con l’entrata in scena della Cina. Apparsa timidamente in Africa negli anni Novanta, giusto per arraffare qualche materia prima necessaria per rafforzare l’industria nazionale, la Cina, in meno di dieci anni, ha compreso il ruolo strategico dell’Africa, sfruttandolo a proprio vantaggio. A differenza dell’‘imperialismo’ occidentale, quello promosso da Pechino non si basa sulla forza militare, ma sull’espansione economica. L’apparato militare è rafforzato solo in chiave difensiva. Dagli inizi del 2000, Pechino ha promosso scambi equi con l’Africa sulla base della filosofia Win Win (tutti vincitori). L’esportazione delle risorse naturali africane è progressivamente diminuita, per dar spazio alla delocalizzazione delle industrie cinesi nel continente, uno dei motori di avvio della rivoluzione industriale africana, sempre negata dall’Occidente.

I crediti concessi ai Paesi africani si sono basati su logiche diametralmente opposte a quelle occidentali. Mentre Europa, Stati Uniti, FMI e Banca Mondiale concedevano prestiti per progetti di sviluppo irrealistici, che nascondevano sostegni finanziari indiretti a regimi dittatoriali di comodo, che garantivano la rapina delle risorse naturali, i crediti concessi da Pechino sono mirati alla creazione delle necessarie infrastrutture, per permettere la rivoluzione industriale e il commercio continentale. Questi crediti sono gestiti insieme ai governi africani per evitare sprechi e la realizzazione delle infrastrutture normalmente affidata a multinazionali cinesi con il duplice scopo di assicurarsi che i finanziamenti siano utilizzati per lo specifico obiettivo e sostenere l’imprenditoria cinese.

La presenza sui mercati africani di merce di bassa qualità importata dalla Cina è stato uno dei cavalli di battaglia della propaganda occidentale per dimostrare che Pechino attua scambi commerciali iniqui che evidenziano le sue intenzioni di sfruttamento imperialistico e coloniale. In realtà, le merci cinesi di bassa qualità erano importate nel continente dagli imprenditori africani, con l’obiettivo di trarre maggior profitti. Dal 2014 il Partito Comunista è intervenuto pesantemente per stroncare il fenomeno, diminuendo sempre di più la possibilità per gli investitori africani di acquistare merce scadente. Questa mossa ha nettamente migliorato la qualità dei prodotti cinesi ora presenti sui mercati africani.
Con una abile mossa di controllo del mercato, Pechino sta riuscendo aumentare la qualità delle merci destinate all’Africa, controllando l’aumento dei prezzi ancora contenuto e competitivo rispetto alle merci importate dall’Occidente. Il colpo di grazia alle merci occidentali di alta tecnologia, sopratutto riguardante la telefonia mobile, è stato dato dalle ditte cinesi dedite alla contraffazione, le quali hanno inondato l’Africa di falsi cellulari copiati dalle più prestigiose marche europee e americane a prezzi modici.  Queste imitazioni durano circa un anno, funzionano come gli originali e il loro prezzo moderatissimo giustifica la breve durata di funzionalità. Contemporaneamente, compagnie come Huawei e Tecno si sono imposte sui mercati mondiali con ottimi modelli di telefonini a prezzi ridotti. Inutile dire che per gli smartphone cinesi non esistono contraffazioni.  
Bruxelles, criticando la qualità della merce cinese non è comunque riuscita a fermare l’espansione del Made in China né in Africa né in Europa. In entrambi i continenti i consumatori tendono a compare sempre più merci cinesi per il loro modico prezzo.

I Paesi africani hanno colto al volo l’occasione. Per la prima volta dall’indipendenza politica, l’Africa si è ritrovata una valida alternativa all’Occidente. La prima alternativa era rappresentata dal blocco sovietico, ma l’URSS non è mai stata in grado di offrire al continente un’alternativa economica, in quanto interessata solo alle zone di influenza politico-militare in chiave anticapitalistica. L’economia creata nei Paesi socialisti africani non era supportata da progetti industriali e innovazione tecnologica proveniente dalla Russia, quindi costretti a creare socialismi agricoli che non hanno saputo sviluppare il Paese, e sono inevitabilmente crollati su se stessi. L’alternativa cinese è di tutt’altro spessore. I Paesi africani si vedono offrire prestiti oculati e produttivi, la creazione di poli industriali e occupazionali, una protezione politica di alto livello espressa presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, moderne infrastrutture,  tecnologia e la realizzazione delle infrastrutture collegata al progetto mondiale della Nuova Via della Seta.

La politica cinese in Africa è stata compresa da Europa e Stati Uniti troppo tardi. Fino al 2011 l’Occidente era convinto che la Cina fosse interessata a rubacchiare petrolio e minerali. Nessuno si era accorto del complesso piano strategico ora in fase troppo avanzata per essere ostacolato. Un piano semplice, lineare e funzionale portato avanti nel più assoluto silenzio e discrezione. Avviare la rivoluzione industriale in Africa sfruttando le ingenti risorse di materie prime per diminuire l’afflusso di queste ultime in Occidente e creare un quarto blocco economico e politico mondiale alleato alla Cina. Quando è stato creato il blocco delle economie emergenti del sud del mondo -BRIC (Brasile Russia India Cina)- si pensava di apporre un valido antagonista economico al capitalismo occidentale. Con l’entrata del Sudafrica (BRICS) questo blocco ha posto le basi di una alleanza strategica con l’Africa ora indissolubile.
Attraverso la Cina e il BRICS i Paesi africani hanno avuto la possibilità di ribellarsi al padrone bianco’, che li ha dominati direttamente per 150 anni e indirettamente per altri 40 anni. Ora i Paesi africani sono nella posizione non solo di negoziare accordi commerciali con l’Occidente, che prima erano accettati senza discutere, ma di anche rifiutarli.
Il rinnovo degli accordi commerciali con l’Europa è fermo da oltre tre anni. Questi accordi sono talmente controproducenti per l’Africa che  l’Agenzia ONU UNECA (United Nation Economic Commission for Africa) nell’aprile 2017 ha consigliato i Paesi africani di non firmarli.

L’Africa è intenzionata a interrompere lo sfruttamento dell’economia coloniale, sostituendolo con il AfCTA – African Union’s Continental Free Trade Area (Area Continentale di Libero Commercio dell’Unione Africana) che si basa sulla Black Dignity e sulla filosofia promossa dal Presidente ruandese Paul Kagame (attualmente alla guida della Unione Africana): Africa First. La promozione del commercio continentale, che al suo interno contiene il progetto di cittadinanza unica, è stato reso possibile solo grazie al rafforzamento finanziario e politico dell’Unione Africana attuato dalla Cina e dal BRICS. Un rafforzamento teso a rendere questa istituzione continentale sempre più autonoma e sottrarla dalle grinfie occidentali. La Cina risulta vincente. Con soli 107 miliardi di investimenti detiene ormai il controllo dell’Africa nonostante gli aiuti occidentali siano oltre il doppio, 287,7 miliardi (Europa: 243,5 miliardi di dollari, Stati Uniti 44,2 miliardi).
L’Europa è praticamente sotto scacco. Negli ultimi anni è sempre più difficile importare materie prime dall’Africa con diretti e catastrofici effetti sulla produzione industriale. Questa situazione vanifica anche la posizione di supremazia nella automazione delle industrie e la quarta rivoluzione industriale: stampanti 3D, nanotecnologia.  

La progressiva difficoltà a reperire le materi prime impedisce il rilancio economico e l’uscita dalla recessione che dura da dieci anni, dando spazio ai partiti di estrema destra. I fenomeni di movimenti popolari fascisti, nazionalistici e razzisti in Italia, Ungheria, Austria sono salutati favorevolmente da molti Paesi africani e dal BRICS, in quanto queste forze reazionarie, se riusciranno a conquistare il dominio sull’Unione Europea accolleranno l’isolamento economico e politico del Vecchio Continente.
Un interlocutore debole a livello internazionale che si trova a gestire un Paese sull’orlo del collasso economico quindi facile da penetrare e conquistare. I movimenti fascisti in Europa rischiano di facilitare la seconda fase dell’egemonia cinese a livello mondiale: la colonizzazione del Vecchio Continente in estrema difficoltà. Una colonizzazione già avviata in Francia, Gran Bretagna, Spagna. Nel caso dell’Italia questa ‘colonizzazione’ è attuata attraverso il controllo del commercio. Investitori cinesi arrivano con valige piene di euro e comprano in contanti attività commerciali da piccoli e medi commercianti italiani ormai sull’orlo della bancarotta. Le attività commerciali vengono gestite senza alterare i gusti e le preferenze dei consumatori italiani. Nelle principali città italiane almeno il 40% dei bar, ristoranti, botteghe alimentari, negozi di abbigliamento e calzature sono di proprietà cinese. Dalla proprietà italiana si sta passando alla gestione italiana per conto di imprenditori cinesi.
Per i governi africani l’ondata di razzismo è un toccasana, in quanto alimenta il falso mito di un’Africa disperata, povera, primitiva che impedisce di comprendere i reali processi in atto nel continente, tesi a creare una super potenza mondiale in chiave anti-europea e anti-americana. Una superpotenza destinata a mettere fine al ‘Secolo Americano’ e al dominio coloniale europeo. I governi africani sanno benissimo che la tanto paventata invasione africana dell’Europa è una grossolana falsità della propaganda fascista-populista. Cinque sono i Paesi africani con maggior migrazione verso il Vecchio Continente. La vera migrazione avviene all’interno dell’Africa, dando origine ad una matura risposta politica dell’Unione Africana: l’abbattimento delle frontiere e la cittadinanza continentale. Una politica migratoria che rafforzerà la compattezza del continente, e favorirà il raggiungimento dell’obiettivo primario  -il quarto blocco mondiale politico economico.

Dinnanzi a accordi commerciali bloccati, diminuzione delle importazioni dall’Africa delle risorse naturali, indebolimento della produzione industriale europea, Juncker, mercoledì 12 settembre, ha tentato l’ultima carta rimasta per rilanciare il dominio europeo sull’Africa, contrastando la Cina e il BRICS.
Nel concreto, l’Europa tenta di conservare il suo dominio in Africa attraverso importanti concessioni, negate da oltre 210 anni. Tra esse la promozione dell’apparato industriale africano e del commercio continentale. Per la prima volta si parla di Fair Parnership (equo partenariato) considerando l’interlocutore africano come un proprio pari. L’Europa propone alla emergente potenza mondiale un accordo del tutto diverso dal precedente rifiutato. Il Africa – Europa Alliance for Sustainable Investment and Jobs (Alleanza Africa Europa per Investimenti Sostenibili e Lavoro) ha come obiettivo rilanciare gli investimenti privati europei in Africa con muto beneficio per le economie africane ed europea. Saranno aumentati gli investimenti del settore privato soprattutto nelle nuove tecnologie e fonti alternative energetiche, finanziata l’educazione professionale, rafforzati gli scambi commerciali, supportata l’integrazione economica dell’Africa, messe a disposizione importanti risorse finanziarie per lo sviluppo sociale ed economico del Continente e per il rafforzamento delle imprese.
In tutto ciò, l’Unione Europea ha commesso un errore di partenza: promettere miracoli non credibili. Grazie a questo nuovo partenariato Bruxelles promette il paradiso in Africa. 10 milioni di nuovi posti di lavoro entro 5 anni. 750.000 professionisti e investitori africani formati. 30 milioni di persone che accederanno alla elettricità pubblica. 24 milioni di persone che accederanno a nuove strade e ferrovie. 3,2 milioni di piccole e medie aziende africane. I governi africani sono rimasti scettici. Nessuno di loro ha voluto salutare con entusiasmo la proposta europea, gettando una pesante ombra sul futuro partenariato. L’obiettivo di diminuire la pressione migratoria sull’Europa non c’entra nulla. Juncker e gli altri leader europei sono ben consapevoli di questo falso mito.

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