mercoledì, Agosto 4

Africa – Cina: una relazione da ripensare Ripensare al modo in cui guardiamo al rapporto dell'Africa con la Cina richiede di andare oltre i pregiudizi storici, con i Paesi africani che cadono sempre vittime di poteri esterni. L’analisi di Christopher J. Lee, Professore associato di storia e studi africani alla Lafayette College

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Il tema delle relazioni Cina-Africa offre l’occasione per ripensare i parametri territoriali degli studi africani. In particolare, può aiutare a spostare l’attenzione dal mondo atlantico come punto focale dominante delle connessioni tra l’Africa e il resto del mondo.

Il problema è che gli studi attuali e l’opinione pubblica sono spesso scivolate in vecchie strutture e motivi coloniali.

Per fare un esempio, le ambizioni della Cina sono state spesso interpretate come parte di una nuova ‘Scramble for Africa’ con i Paesi africani che sono di nuovo vittime di una potenza globale esterna. Un altro esempio è l’uso acritico dello stereotipo orientalista del ‘drago’ per simboleggiare la Cina e la sua percepita aggressività.

Questi approcci hanno creato false dichiarazioni problematiche che hanno portato a ignorare diverse parti della lunga storia del continente con la Cina.

Più specificamente, la Guerra Fredda fu un periodo robusto di connessione e solidarietà afro-asiatica contro il neocolonialismo occidentale. Ancora più antiche sono le storie locali delle comunità di immigrati cinesi nel continente in Paesi come il Sudafrica. Queste esperienze devono essere meglio integrate nella nostra comprensione delle relazioni Cina-Africa nel presente.

La storia può essere un utile riferimento per capire cosa sta succedendo oggi. Ma il semplice rimaneggiamento delle narrazioni imperiali come quadro guida può oscurare le prospettive locali e le storie alternative.

Nel caso delle relazioni Cina-Africa, il riconfezionamento dei vecchi paradigmi può nascondere un insieme più stratificato di basi e assiomi.

Un esempio di questa storia più complessa è quello della Guerra Fredda. Durante questo periodo la Cina divenne sostenitrice e alleata dei movimenti di liberazione africani e degli stati postcoloniali. Incontri diplomatici come la Conferenza asiatico-africana del 1955 a Bandung, in Indonesia, hanno posto le basi per queste relazioni. La conferenza ha innescato una lunga storia di interazioni transnazionali durante la seconda metà del ventesimo secolo, raggiungendo punti culminanti con il tour del premier Zhou Enlai in dieci Paesi africani nel 1963 e nel 1964.

L’esempio più noto dell’influenza della Cina durante questo periodo è stata la popolarità del maoismo, che ha guadagnato trazione come ideologia rivoluzionaria e di sviluppo. Con la sua enfasi sui contadini come avanguardia per il cambiamento politico ed economico, il maoismo ha risuonato con gli attivisti e gli intellettuali africani. Si consideravano di fronte a una serie simile di condizioni in tutto il continente. Lo Stato della Tanzania influenzato dai maoisti e il programma ujamaa di Julius Nyerere hanno dimostrato come gli approcci cinesi allo sviluppo potrebbero ispirare progetti economici africani.

Ma è anche importante riconoscere la presenza di lunga data delle comunità cinesi nel continente. L’immigrazione cinese nell’Africa meridionale e orientale è iniziata più di un secolo fa. La giornalista sudafricana Ufrieda Ho ha affrontato questa storia nel suo libro di memorie ‘Paper Sons and Daughters’. Il suo racconto multigenerazionale descrive l’esperienza della sua famiglia in Sudafrica prima, durante e dopo l’apartheid, catturando sia la presenza che la marginalità dei sudafricani cinesi, che sono stati esclusi dalle narrazioni storiche tradizionali. Queste storie sociali sono state in gran parte assenti anche dalle discussioni sulle relazioni Cina-Africa.

L’invisibilità di queste storie locali è in parte dovuta alle definizioni accademiche prevalenti dell’identità ‘africana’. Questa identità rimane profondamente razzializzata con ‘Africanness’ e ‘Blackness’ visti come sinonimi.

Tuttavia, il problema con questo tipo di corrispondenza razza-territorio diventa chiaro quando si presume che l’identità ‘europea’, ad esempio, sia sempre ‘bianca’. In effetti, questa logica tradisce una persistente visione del mondo coloniale e una tassonomia che fissava razza e posto insieme.

Una comprensione più ampia e decolonizzata dell’identità ‘africana’ potrebbe porre rimedio a queste abitudini di percezione radicate. Un certo numero di comunità che hanno storie profonde nel continente, siano esse sudafricane cinesi, comunità indiane nell’Africa orientale e meridionale o comunità libanesi nell’Africa occidentale, indicano altri modi razziali e culturali di essere ‘africani’.

Specifico per la Cina e l’Africa di oggi, questo ripensamento dell’’africanità’ può fornire un modo per riposizionare le relazioni Cina-Africa al di là della retorica diplomatica del commercio e dello sviluppo per enfatizzare invece le storie locali delle comunità afro-cinesi che precedono a lungo il nostro presente globale.

Tornando alla Guerra Fredda, l’idea di ‘afroasiatismo’, emersa per la prima volta a metà degli anni ’50 a seguito della conferenza di Bandung, offre un altro passato utilizzabile che può contribuire a questo nuovo orientamento.

L’afroasiatismo è stato sostenuto in modi diversi dall’Organizzazione di solidarietà del popolo afroasiatico fondata al Cairo nel 1957, dall’Associazione degli scrittori afroasiatici fondata a Tashkent nel 1958 e dal Movimento dei non allineati nato a Belgrado nel 1961. Come ideologia, ha promosso l’autodeterminazione e gli ideali morali delle lotte di liberazione, compresa l’uguaglianza razziale e di genere, i diritti umani e la giustizia economica.

Rilanciare questa idea potrebbe aprire la porta a una nuova forma di solidarietà contro lo sfruttamento e gli abusi testimoniati da entrambe le parti dell’equazione ‘Cina-Africa’. Questi problemi possono essere visti negli accordi sulla terra da parte dei governi africani che non avvantaggiano i residenti preesistenti. Si può vedere anche nel razzismo anti-nero in Cina.

Una rinnovata etica dell’afroasiatismo potrebbe fornire un antidoto a tali problemi e favorire nuove forme di comunità e internazionalismo. Inoltre, la ridefinizione dell’identità africana per includere la presenza storica delle comunità cinesi potrebbe incoraggiare e sostenere una comprensione più significativa delle connessioni transnazionali per un periodo di tempo più lungo.

Ripensare al modo in cui guardiamo al rapporto dell’Africa con la Cina richiede di andare oltre i pregiudizi storici, con i Paesi africani che cadono sempre vittime di poteri esterni. Fortunatamente, ci sono molteplici storie di connessione sostanziale e convivialità cosmopolita tra Africa e Cina per rendere possibile questa possibilità.

 

 

 

Traduzione dell’articolo ‘Rethinking how we look at Africa’s relationship with China’

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