venerdì, Aprile 16

Africa Centrale, il nuovo eldorado petrolifero field_506ffb1d3dbe2

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Oil Well Pumps

Nell’agosto 2013 la multinazionale petrolifera ENI si è assicurata i diritti di sfruttamento del più grande giacimento offshore nelle acque territoriali della Repubblica del Congo (Brazzaville). Il giacimento, denominato Blocco Marine XII, avrebbe una potenzialità di 600 milioni di barili di petrolio. Gli esperti affermano che la capacità del giacimento è stata volutamente sottovalutata dalla multinazionale italiana per ragioni di mercato. Il Blocco Marine XII ha le stesse conformità geologiche del giacimento Jubilee situato nelle acque territoriali del Ghana. Nel 2007 la sua capacità fu stimata a 800 milioni di barili. Studi accurati effettuati nel 2012 hanno determinato la reale capacità: un miliardo di barili di greggio.

L’accordo stipulato con il Governo di Brazzaville rappresenta una vera e propria manna per l’ENI dopo la fallita trattativa per lo sfruttamento del petrolio ugandese nel 2007  e il calo della produzione in Libia e Nigeria con una perdita secca di  1,8 milioni di euro. Nessuna informazione è trapelata fino ad ora come l’ENI sia riuscita ad assicurarsi l’accordo in un Paese strettamente sotto influenza della Francia, dove la multinazionale Total detta legge. Normalmente l’ENI è supportata dal Governo che facilita gli accordi con gli Stati attraverso aiuti bilaterali, facilitazioni nei scambi commerciali e riduzione dei prezzi di vendita delle armi italiane.

Nel gennaio 2007 l’ex Ministro degli Esteri Gianfranco Frattini utilizzò queste strumenti diplomatico -commerciali per convincere il Presidente ugandese Yoweri Museveni a firmare il contratto ENI, sfruttando anche la sua posizione di Vice Presidente della Commissione Europea. Trattativa improvvisamente interrotta a causa di gravi errori politici e strategici della multinazionale italiana che nascose al Governo ugandese la compartecipazione del Colonnello Gheddafi nell’affare e rifiutò la clausola che prevedeva l’utilizzo sul mercato nazionale e regionale della maggioranza del greggio estratto con la costruzione di una raffineria a Hoima, a nord dell’Uganda. L’atteggiamento dell’ENI fu considerato dal Presidente Museveni contrario agli interessi economici e alla sicurezza nazionale, spingendolo ad offrire l’opportunità alla multinazionale inglese Tullow, alla Total e alla cinese CNOOC

Il Congo Brazzaville si sta progressivamente imponendo come un Paese emergente nel campo degli idrocarburi. Oltre ai vari giacimenti petroliferi (5,8 miliardi di barili) l’agenzia americana US Geological Survey stima la presenza di 20 miliardi di metri cubici di gas. Sconfitta nel giardino di casa, la Total si è parzialmente rifatta con l’acquisizione dei giacimenti offshore nelle acque territoriali del Gabon grazie al totale controllo che Parigi detiene su questa ex colonia africana assicurando la continuità del potere alla Dinastia Bongo, sostenendo incondizionatamente la Presidenza il padre Omar Bongo Ondimba (1967 – 2009) e alla sua morte (luglio 2009) suo figlio Ali Bongo. Nonostante non sia stata resa nota la capacità del giacimento acquisito, esso rappresenta degli elevati costi di estrazione essendo collocato in alto mare, a 100 km dalla costa e a una profondità di 5.600 metri. Il giacimento Marine XII dell’ENI si trova a 17 km dalla costa e a una profondità inferiore ai 4.000 metri.

Dal 2012 l’Africa Centrale vive un ritmo quasi mensile di scoperte di immensi giacimenti petroliferi e di gas che apportano mega contratti con le multinazionali occidentali. I principali giacimenti di idrocarburi sono stati scoperti in Congo-Brazzaville, Camerun, Ciad e Gabon. Secondo gli studi condotti dal geologo Robert Nken, direttore del studio di ricerche petrolifere congolese KPMG, le sole riserve petrolifere dei nuovi giacimenti scoperti sono valutai a 20 miliardi di barili di oro nero. La KPMG è ora impegnata nel calcolo delle riserve di gas.

Nel solo Congo gli studi effettuati dai principali istituti finanziari panafricani Ecobank e BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale) prevedono una produzione di 54 milioni di barili di greggio entro il 2017 che permetteranno di stimolare la produzione sul lungo termine. «Queste previsioni ottimiste per il Congo sono da collegare con un aumento progressivo della produzione di petrolio in Camerun, Gabon e in misura minore in Ciad, rendendo l’Africa Centrale il più importante bacino di idrocarburi del Continente» descrive il rapporto economico redatto da Ecobank e BEAC. I nuovi giacimenti petroliferi aumenteranno di oltre quindi volte l’attuale produzione dei tre Paesi baciati dalla fortuna dell’oro nero. L’attuale produzione giornaliera in Congo Brazzaville é di 265.000 barili, in Gabon di 245.000 barili, secondo i dati del 2012. Entrambi i Paesi avevano subito una significante diminuzione estrattiva. Il Congo di 40.000 barili giornalieri (rispetto alla produzione di 305.000 barili registrata nel 2010) e il Gabon di 85.000 barili (rispetto alla produzione di 350.000 barili registrata negli anni Novanta)

La scoperta dei nuovi giacimenti sta attirando un esercito di investitori internazionali in tutti i settori: esplorazione, estrazione, raffineria, logistica petrolifera. Le principali multinazionali attratte dall’oro nero dell’Africa Centrale sono americane, australiane, cinesi, francesi, giapponesi, indiane, italiane, e sudafricane. In Camerun la multinazionale britannica Bowleeven, tramite la sua filiale locale EurOil, si è assicurata lo sfruttamento del giacimento di Etinde presso il bacino del Rio del Rey con una capacità di 115 milioni di barili. Sempre in Camerun la multinazionale cinese Sinopec, attraverso la sua filiale svizzera: Addax Petroleum, si é aggiudicata lo sfruttamento di un altro giacimento presso il bacino del Rio del Rey, non lontano dalla penisola di Bakassi con riserve petrolifere valutate attorno ai 20 milioni di barili.

Nella nuova corsa al petrolio è il caso di dire che non é oro tutto quello che luccica – avverte il geologo Robert NkenLa maggioranza dei questi immensi giacimenti sono situati nelle acque territoriali lontane dalla costa e a profondità marittime importanti. Questo provoca una ricaduta negativa sui costi di sfruttamento che rischia di rendere gli idrocarburi della regione meno attraenti di quello che attualmente si pensa. Per permettere profitti interessanti le multinazionali devono continuare la loro politica di cartello con l’Arabia Saudita, principale produttore Medio Orientale che obbliga artificialmente al rispetto di rigide quote annuali di produzione per mantenere il costo del barile a 100 dollari (75 euro). Sotto questa soglia gli immensi giacimenti dell’Africa Centrale non sarebbero più interessanti per le multinazionali. I recenti accordi tra Iran e Iraq per infrangere queste quote di produzione è stata considerata una vera e propria dichiarazione di guerra ed é alla base delle recenti destabilizzazioni del Iraq attuate dall’Arabia Saudita tramite il finanziamento di gruppi terroristici sunniti a Falluja”.

Il mantenimento delle attuali quote estrattive e prezzo al barile inciderà direttamente sul potere d’acquisto delle popolazioni. Difficilmente si potrà prevedere una diminuzione del prezzo dei carburanti nei Paesi Industrializzati se non a scapito delle multinazionali petrolifere. Nonostante i Paesi dell’Africa Centrale si dimostrino generosi nell’attribuire le licenze di esplorazione e sfruttamento petrolifero, sembrano aver tratto lezioni dal passato, assicurandosi una enorme percentuale di mercato e  profitti.

In Gabon, la società nazionale petrolifera Gabon Oil Company si appresta quest’anno ad entrare nelle attività dirette di estrazione togliendo ai due principali produttori Shell e Total il monopolio di commercializzazione del greggio. Il Governo gabonese non ha esitato a ritirare il contratto di sfruttamento dei giacimenti di Obangué alla multinazionale Addax Petroleum, accusata di aver attuato frodi fiscali. Un istituto finanziario occidentale Alex Stewart International è stato incaricato di controllare i conti anche della Shell e Total per porre fine alla fuga di capitali a danno dello Stato tramite l’evasione fiscale e le percentuali sottostimate della commercializzazione del petrolio. Anche le compagnie statali del Camerun e Congo diventano sempre più aggressive. La SNPC (Societá Nazionale Petrolifera del Congo), ha aumentato la sua quota di partecipazione del 20% presso i giacimenti petroliferi del Mengo-Kundji-Bindi.  In Camerun la compagnia petrolifera nazionale SNH ha aumentato le sue quote di partecipazione presso la Addax Petroleum e multinazionale Franco-Britannica Perenco.

I frutti delle maggior partecipazione statale nel business degli idrocarburi potranno essere visibili tra il 2015 e il 2017 quando i nuovi giacimenti petroliferi saranno sfruttati a pieno ritmo. Le potenzialità offerte dagli idrocarburi sono sufficienti per trasformare i Paesi dell’Africa Centrale in Paesi industrializzati, migliorando i settori strategici, Educazione e Sanità, diminuendo drasticamente disoccupazione e povertà, aumentando la classe media e i consumi interni.

Il problema risiede nella dirigenza: i Governi sono controllati da dittature o familiari (per il caso del Gabon) o frutto di colpi di stato e guerre civili: Ciad, Congo-Brazzaville, Camerun. Lo scenario più probabile sarà quello di un aumento del divario tra le ricchezze delle Famiglie Presidenziali, i loro entourage e la popolazione. Una progressiva rabbia sociale porterà a rafforzare l’apparato repressivo, a diminuire gli spazi democratici e a tentativi di canalizzare le proteste su pericolose derive etniche.

La Francia, stranamente, non si è opposta a queste politiche nazionali delle sue ex colonie africane nonostante che le sorti dei tre dittatori africani, Denis Sassou Nguesso (Congo) Paul Biya (Camerun) e Ali Bongo (Gabon), dipendano unicamente dalla Cellula Africana della France-Afrique. Un atteggiamento apparentemente incomprensibile considerando che la multinazionale Total perde terreno e contratti, sfidata dalla concorrenza internazionale e dalla mancata fedeltà dei regimi al potere. Finché lo status quo politico sarà mantenuto in questi Paesi Africani la France-Afrique non attuerà nessuna politica di destabilizzazione, al contrario rafforzerà la tenuta del potere.

Se da una parte le multinazionali francesi perdono parzialmente il controllo degli idrocarburi dall’altra il sistema finanziario si assicura lo sfruttamento dei profitti spettanti ai singoli Stati, grazie ad un accordo coloniale ancora in vigore che obbliga questi Paesi a depositare il 85% delle riserve di valuta estera nella Banca Centrale francese controllata dal Ministero delle Finanze di Parigi.

E la denuncia il giornalista Mawuna Remarque Koutounin sulla rivista AfricaNews.it’ è forte: «Finora, 2014, il Togo e altri 13 Paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione. E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno».

 

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