sabato, Aprile 10

Afghanistan, un’altra tomba nel ‘cimitero degli imperi’?

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La politica estera Americana è alla radice dei problemi dell’Afghanistan. Questa, a grandi linee, la posizione del Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin riguardo al pantano geopolitico in cui gli Stati Uniti sono finiti. «Gli USA hanno contribuito alla creazione dell’organizzazione terroristica al-Qaeda […] è il risultato delle attività dei nostri amici statunitensi. Tutto questo è cominciato ai tempi della guerra sovietica in Afghanistan, quando i servizi di sicurezza statunitensi hanno supportato diversi movimenti islamici nella lotta contro le truppe sovietiche. Gli USA hanno allevato sia al-Qaeda che Osama Bin Laden. Succede sempre così. I nostri partner americani avrebbero dovuto esserne consapevoli, è colpa loro», ha dichiarato Putin.

Anni fa qualcuno definì l’Afghanistan ‘il cimitero degli imperi’. Negli ultimi due secoli, mantenere il controllo delle aspre montagne della Nazione centrasiatica si è rivelato troppo costoso per tutte le superpotenze che ci hanno provato. L’Impero Britannico perse circa 15.000 soldati nella prima guerra afghana (anche chiamata ‘disastro afghano’), cercando di accaparrarsi quelle terre per sottrarle alla minaccia dell’Impero Russo. Fu poi il turno di Mosca: l’invasione sovietica dell’Afghanistan fu così disastrosa da venire spesso considerata come ‘il Vietnam dei russi’. Ora, nel XXI secolo, è il turno degli Stati Uniti.

Due settimane fa l’attentato nel pieno centro di Kabul ha confermato ancora una volta come, nonostante tutto, nonostante il tempo, le risorse, l’aumento costante di truppe, gli Stati Uniti non siano riusciti a ottenere – né a garantire al Governo di Kabul – il controllo del territorio afghano né la sicurezza del popolo. La situazione è umiliante, per la prima, e unica, superpotenza del pianeta. La campagna in Afghanistan – parte della roboante crociata di Bush contro ‘il terrore’ – è un’impasse politica e diplomatica senza precedenti. Come scrive Pat Buchanan, gli Stati Uniti si trovano in una situazione tragicamente simile a quella degli anni della fallimentare guerra in Vietnam.

Ritirarsi significa ammettere la sconfitta. La scommessa di Obama, che aumentò il numero delle truppe in Afghanistan fino a raggiungere i 100.000 soldati, è stata persa. Donald Trump ha annunciato di voler aumentare di qualche migliaio di unità il totale delle truppe, ma credere che questa mossa, probabilmente utile a prender tempo e a non esser ricordati come la Presidenza che perse l’Afghanistan, possa in qualche modo sbloccare la situazione significa illudersi: «Al momento credo che il nemico stia avanzando. Non stiamo vincendo in Afghanistan e dovremmo correggere qualcosa al più presto», ha affermato Jim Mattis, Generale del Pentagono.

Dana Rohrabacher, deputato americano conservatore molto vicino a Trump, storico sostenitore di un ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan e profondo conoscitore del Paese, su ‘The National Review’, individua le maggiori falle della strategia americana a Kabul: Il potere eccessivamente centralizzato (il Presidente di Kabul nomina sindaci, governatori, burocrati e persino insegnanti scolastici), e nelle mani dei Pashtun (uno dei diversi gruppi etnici del Paese), l’eccessiva accondiscendenza verso gli interessi del vicino Pakistan.

Il Popolo afghano è sempre stato generalmente contrario a ognuna di queste decisioni, vissute sostanzialmente come dei ‘diktat’ di una potenza che invadeva il Paese. Rohrabacher consiglia dunque un progressivo ritiro e, cosa ancora più importante, che «il Popolo afghano determini il proprio futuro» con un sistema politico federale ed elezioni prive di limiti etnici: la predominanza dei Pashtun tende a creare una discriminazione di fatto, con cittadini di serie A e di serie B. Se si da uno sguardo all’incidenza e al numero di attentati e violenze, è chiaro che le aree a maggioranza pashtun sono visibilmente più sicure. Rohrabacher auspica anche la stesura di un reale accordo sul poroso confine con il Pakistan e la costituzione di milizie regionali. Consegnare le chiavi al padrone della macchina, in sostanza: «La risposta non sono più truppe e più investimenti, ma invece leaders con una visione che cambi il nostro approccio e abbiano la volontà politica per fare ciò che è necessario per vincere [Washington] dovrebbe fare i cambiamenti politici necessari per non intralciare i militari e il popolo afgano, e lasciarli vincere».

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