martedì, Settembre 21

Afghanistan: una battaglia per le risorse naturali È sempre più evidente che la cosiddetta 'guerra al terrore' è stata completata dalla guerra per i profitti

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Kabul – Se gli Stati Uniti, o meglio l’ex Presidente George W. Bush, hanno voluto vendere la guerra in Afghanistan come una guerra al terrore, presentando così al mondo un fronte morale compatto e dotando l’Esercito di legittimità, il tempo ha rivelato le reali intenzioni di Washington e delle altre potenze occidentali in Asia centrale.
È sempre più evidente che la cosiddettaguerra al terroreè stata completata dalla guerra per i profitti.

Ovviamente, non troveremo funzionari USA o occidentali che descrivano la guerra in Afghanistan come esclusivamente orientata a garantire un maggiore controllo sulle risorse economiche del Paese; eppure, spesso, troviamo funzionari che citano l’importanza cruciale dei fattori economici nel portare la pace in un Paese devastato dalla guerra. Proprio come i funzionari degli Stati Uniti hanno combattuto con le unghie e con i denti per affermare il controllo sulle risorse petrolifere dell’Iraq, sostenendo che la stabilità politica sarebbe possibile solo se sostenuta da una forte economia, lo sviluppo economico in Afghanistan è diventato l’asse della politica dei funzionari degli Stati Uniti, in particolare in riferimento al ritorno in politica dei talebani dell’Afghanistan. Gli obiettivi della guerra sembrano essere cambiati, dall’occupazione militare all’occupazione finanziaria dell’Afghanistan.

Il dibattito sul futuro politico dell’Afghanistan nello scenario post 2014, nell’ultimo anno o giù di lì, è stato oscurato da un eccesso di enfasi sulla questione della negoziazione o non-negoziazione con i talebani, o sulla possibile intensità della forza residua che gli Stati Uniti intendono lasciarsi alle spalle. In altre parole, la dimensione economica del futuro dell’Afghanistan sembra essere esterna al quadro. Tuttavia, guardando più da vicino le realtà in campo, si nota come gran parte dello sforzo bellico si è trasformato, almeno nei circoli ufficiali, in undispiegamento in avantidelle industrie per lo sfruttamento delle risorse naturali non ancora utilizzate dell’Afghanistan, le materie prime, utili per produrre cose di importanza strategica. Questo problema è cruciale sia per gli Stati Uniti e i suoi alleati, sia per i talebani.

Mentre Washington ha sempre sostenuto, come già in Iraq, che il suo obiettivo principale è quello di consentire la nascita della Nazione afghana puntando su un sistema democratico vitale e sostenibile, i funzionari degli Stati Uniti sono stati più interessati ad un Governo in accordo con le loro politiche nel soddisfare anche gli interessi nazionali di afghani.

L’enigma che gli alleati occidentali dovranno affrontare in Afghanistan va oltre la semplice questione di chi debba governare: gli afghani – Taliban / pashtun, non-pashtun e così via … ma chi sarà d’accordo a sostenere il sistema neo-coloniale messo in atto dall’Occidente e quindi a contribuire a promuovere gli interessi occidentali nei decenni a venire? Con l’ultima delle truppe americane che lasciano l’Afghanistan entro la fine del 2014 il tempo si va semplicemente esaurendo.

È ovvio che nessuna economia può sostenersi facendo affidamento sugli aiuti; e, nel caso dell’Afghanistan, si avvicina il tempo della sostituzione virtuale degli aiuti di mera assistenza con investimenti su larga scala. Forse è per questo motivo che il Governo americano ha già iniziato a ‘consigliare’ il Governo afghano su come stipulare correttamente i contratti per l’esplorazione / sfruttamento delle risorse minerarie. Inutile dire, è della massima importanza che questa ricchezza naturale si traduca in ricchezza monetaria da utilizzare per lo sviluppo nazionale. Ma, come questo accada e chi lo faccia sono anche questioni importanti da considerare.

Che la gente comune dell’Afghanistan possa difficilmente beneficiare di questo sviluppo previsto è evidente dal fatto che un grande segmento dell’Afghanistan si sta effettivamente comportando bene, economicamente. Questo, tuttavia, è ironico; l’invasione degli Stati Uniti e la sua politica volutamente incoraggiano la coltivazione dell’oppio, che ha reso molte persone prospere   -e da qui la domanda: perché la gente dovrebbe lasciare una professione che ha dato e continuerà a dare loro enormi profitti?

L’entità del successo delle coltivazioni industriali di oppio può essere valutata dai seguenti fatti. Secondo un rapporto UNODC del 2013, la produzione di oppio contribuisce tra 7 e 8% del totale del PIL dell’Afghanistan; tuttavia, questa cifra non racconta tutta la storia. Il contributo attuale sembra essere molto più alto perché il guadagno dalle esportazioni di oppio non è incluso nella bilancia dei pagamenti in Afghanistan, e questo diminuisce il controllo monetario della Banca Centrale. In aggiunta ad esso, il rapporto dell’UNODC ha anche previsto un aumento della produzione di oppio, e per impostazione predefinita, un suo maggiore e non dichiarato contributo all’economia afghana. La questione del traffico di droga assume ancora più importanza quando prendiamo in considerazione un altro fattore, cioè il ruolo che questa guerra ha avuto nel generare guadagni in denaro attraverso il commercio di droga nei mercati occidentali. L’importo effettivo del denaro guadagnato è ben al di sopra dei $200 miliardi l’anno. Come il commercio dell’oppio stia poi per essere sostituito dal commercio delle risorse ancora non è chiaro, né la questione è quella di ampliare la base dell’economia dell’Afghanistan attraverso altri settori.

Il successo e la diffusione previsti per il business dell’oppio, in quanto tale, sono un riflesso di ciò che sta accadendo in Afghanistan. Mentre gli investitori internazionali provenienti da vari Paesi continuano investire ingenti somme di denaro nel settore minerario sotto l’ombrello della sicurezza degli Stati Uniti, le campagne dell’Afghanistan restano in gran parte impegnate dalla coltivazione di oppio. In altre parole, questa parte della società afghana non ha motivo di preoccuparsi di ciò che gli Stati Uniti e i loro alleati stiano facendo con i settori estrattivi e i minerali, o che cosa stiano sfruttando per sostenere le proprie industrie a casa.

D’altra parte, come preludio ad un soggiorno più lungo in Afghanistan, i media degli Stati Uniti come il ‘New York Times‘ hanno pubblicato molti report sull’Afghanistan come ‘l’Arabia Saudita del litio’. In realtà non si tratta solo di un segno della misura della ricchezza che il Paese possiede, ma anche di un’indicazione della sua vulnerabilità allo sfruttamento dell’Occidente, che mira ora a compensare la sconfitta bellica attraverso lo sfruttamento economico delle ricche risorse dell’Afghanistan. Non solo: se l’Afghanistan rimane da solo e troppo dipendente dalla sua ricchezza naturale, potrebbe benissimo fare affidamento sulle importazioni dall’Occidente per soddisfare altre esigenze e necessità. Ciò avrebbe l’effetto di prosciugare la sua ricchezza naturale in cambio di importazioni costose.

È per questo motivo che bisogna procedere con cautela, dato che in gran parte i Paesi ricchi di risorse naturali come loro principale fonte di ricchezza non sono così democratici e sviluppati come altri. In altre parole, il futuro economico dell’Afghanistan, a differenza delle proiezioni occidentali, non sarà troppo diverso, in termini di vantaggio effettivo che gli stessi afgani potrebbero avere da questa ricchezza.

È peraltro ovvio che gli afghani non hanno a disposizione risorse sufficienti per estrarre le risorse e utilizzarle per fini economici convertendoli in prodotti finiti. In tali condizioni, sono le impresestraniere che stanno per manipolare e controllare completamente il business per gli anni a venire. E, come dato di fatto, ci sono le imprese che avevano in precedenza occupato l’Afghanistan, e ora provengono dagli stessi Paesi che ‘consigliano’ il Governo afghano su come elaborare i contratti minerari, al fine di’ garantire la protezione delle comunità locali e l’ambiente. Anche la legislazione necessaria per regolare l’industria mineraria è stata emanata sotto l’ombra dellepotenze straniere‘.

Il Governo del Regno Unito ha espresso il suo pieno sostegno alla legge rimasta bloccata per mesi nel Parlamento afghano. Questa legge è, ancora una volta, molto controversa. Secondo un rapporto pubblicato da ‘Global Witness‘,  Shaky Foundation, non prevede garanzie contro la corruzione e non impone alcun divieto all’utilizzo delle ricchezze minerali o delle milizie indipendenti o dell’Esercito nazionale afgano. Il rapporto menziona anche il fatto che alcune milizie hanno già beneficiano di cromite e altre risorse. Oltre ad esso, la legge non prevede alcuna procedura circa la pubblicazione dei dettagli sui piccoli contratti, che permetterebbe al Governo di manipolare il settore minerario attraverso piccoli contratti e, quindi, deviare potenziali benefici dallo sviluppo del settore pubblico. Questa legge sembra anche permettere alle imprese minerarie, come dice la relazione, un utilizzo illimitato dell’acqua, che ancora una volta rischia di seminare il conflitto in un Paese arido dove anche piccoli corsi d’acqua sono gelosamente custoditi. È forse a causa di questi difetti nel quadro legislativo e amministrativo afghano che, anche prima dell’inizio del lavoro minerario, segnalazioni di conflitti e di corruzione si erano già manifestati. È stato riportato (in un recente rapporto sull’integrità della Guardia afghana) che i comandanti locali della Polizia nello Kunar orientale estraggono cromite senza licenza, con l’aiuto straniero.

Oltre a questi fattori esterni cruciali, ci sono altri aspetti politici, essenzialmente interni all’Afghanistan, che devono essere considerati. Date le condizioni politico-economiche estremamente fragili, non sarebbe sbagliato dire che la bagarre tra i talebani e i gruppi anti-talebani può, in qualsiasi momento in futuro, trasformarsi da ‘lotta per le risorse’ -un motivo del tutto nuovo per la guerra civile- in strumento per prendere il potere centrale.
Non ci può essere alcun dubbio che lo sfruttamento dei minerali sia essenziale per innescare l’attività economica; e, forse è per questo motivo che i talebani afghani, realizzando l’importanza di questo fattore, hanno ‘informato’ il Governo del Regno Unito, attraverso alcune fonti non ufficiali, della loro volontà di sostenere lo sviluppo del settore minerario come mezzo per strappare gli afghani dai ‘tentacoli della povertà’. In questo modo le possibilità che i talebani prendano il controllo delle aree ricche di risorse dopo il ritiro delle forze NATO, e la possibilità del conseguente conflitto interno, non si possono escludere.

Sta anche diventando sempre più chiaro che la geopolitica della guerra in Afghanistan si stia gradualmente trasformando in questione geoeconomica. Non solo i Paesi hanno iniziato a fare forti investimenti nel settore minerario, ma anche hanno iniziato a influenzare la discussione di leggi per regolamentare questo settore, preparando così la strada per influenzare la politica dell’Afghanistan. Ci si può solo chiedere che cosa possano guadagnare gli afghani da questa forma di controllo ‘tentacolare’ deliberatamente installato sia a livello centrale / nazionale e sub-nazionale / regionale, sia attraverso il Governo centrale o attraverso le milizie. Considerando la complessità del conflitto afghano, sarebbe pertanto una semplificazione affermare che si stia arrestando; piuttosto, sta assumendo una nuova forma.

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

 

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