lunedì, Maggio 10

Afghanistan: un paese al bivio Intervista a Paolo Alberto Valenti, autore di “Tutto il fuoco del mondo”

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Alle 7 del mattino di domenica 5 aprile, in Afghanistan, sono stati ufficialmente aperti i seggi per quelle che sono state definite le prime elezioni presidenziali democratiche nella storia del paese. In un clima molto teso a causa del timore di attacchi violenti da parte dei Taliban, sono stati aperti 6.218 dei 6.423 seggi sparsi su tutto il territorio del paese. La giornata di voto si è conclusa alle ore 17, un’ora dopo l’orario di chiusura previsto, per consentire a tutti i cittadini recatasi alle urne di esercitare il diritto di voto. La Commissione Elettorale Indipendente ha manifestato la sua soddisfazione, le operazioni di voto si sarebbero svolte regolarmente e senza gravi incidenti.

I Taliban, che avevano in più occasioni condannato le elezioni, non sembrano essere stati così pervasivi nella loro campagna anti-elettorale. Nelle aree urbane si sono registrate lunghe code al di fuori dei seggi, sin dalle prime ore della mattina. Più difficile è delineare l’andamento dell’affluenza alle urne nelle aree rurali, disagiate dal punto di vista logistico e in molti casi assoggettate all’influenza talebana, specialmente nei territori del sud del paese. La questione sicurezza ha catalizzato gli sforzi pre-elettorali, la gestione delle presidenziali è stato un significativo banco di prova per le forze di polizia afghane. La commissione elettorale indipendente ha rilasciato ieri i primi risultati parziali ufficiali, relativi alla conta del 10 % dei voti. Al momento, il favorito Abdullah Abdullah sarebbe in vantaggio con il 41.9%, seguito subito dopo da Ashraf Ghani, ex ministro delle finanze.

È ancora presto, però, per fare un pronostico.

Per capire come potrebbe essere l’Afghanistan del domani, è utile capire com’era l’Afghanistan di ieri e com’è l’Afghanistan oggi. Lo sguardo privilegiato di Paolo Alberto Valenti, giornalista di Euronews, che è stato impegnato ad Herat come Ufficiale superiore della Riserva Selezionata dell’Esercito Italiano, ci aiuterà a conoscere da un’altra prospettiva un Paese al bivio. Valenti, autore del libro Tutto il fuoco del Mondo – Viaggio di un riservista italiano in Afghanistan tra fantasmi, polvere e morte edito da Armando Editore, ci accompagna nel viaggio introspettivo di un uomo che, portato da anni a lavorare al di fuori dell’Italia, riflette su stesso con un complesso panorama afghano che fa da sfondo.

II suo libro “Tutto il fuoco del mondo” non è un saggio o un trattato geopolitico sulla situazione politico-militare in Afghanistan, ma emerge chiaramente una visione strategica del Paese.

Nel libro delle valutazioni geopolitiche e anche una evidente critica, in parte, all’azione dell’Occidente c’è. È mediata da quella che è l’analisi fatta la scorsa primavera, esattamente un anno fa, dalla Commissione della Camera dei Comuni Britannica, che è cosa nota.

Perché questo titolo “Tutto il fuoco del mondo”? Al lettore si aprono diverse prospettive rispetto a quello che potrebbe aspettarlo nel corso della lettura.

L’Afghanistan non è uno di quei posti anonimi, che non lasciano impressioni, è uno di quei posti che lasciano impressioni brucianti e profonde. La prima sensazione evidente che c’è, è che l’Afghanistan è un incendio che investe problematiche secolari e millenarie, che sono poi quelle dell’umanità. L’Afghanistan è un crogiolo di popoli, di presenze, di passato storico, di colonizzazioni e di scontri della modernità. Anche se poi si presenta, per lo meno in ambito rurale, come un ambito medievale se non ancora più antico, in cui erano state fatte le prove generali della Guerra Fredda.

Il fuoco, prima di tutto, è il mio. È la passione sicuramente giornalistica, ma qualcosa di ancestrale molto antica. Io ho avuto un nonno che per me è stato un eroe, il Generale Francesco Ronco, quello che ha rimesso in piedi i rottami della Divisione Folgore per combattere contro i tedeschi, quello che ha salvato la città di Chieti dalla mine disseminate dalla Wehrmacht nel 1944. Il motto di mio nonno era “ignis in corde”, fuoco nel cuore.

La situazione in Afghanistan è quella di un incendio terribile: il sole e gli sbalzi termici, il fuoco di chi si fa saltare ai gate delle basi Nato contro i convogli delle forze internazionali, là sono rappresentanti quasi tutti gli eserciti internazionali. Non si può prescindere dalla visione dell’Afghanistan senza parlare del fuoco, ed effettivamente laggiù c’è tutto il fuoco del mondo.  

Le sue radici storiche, la famiglia, l’Italia. Sono temi che ricorrono spesso nel suo libro. C’è un capitolo che è intitolato “La rielezione”, in cui ci ritroviamo a quel 22 aprile 2013, un anno fa ormai, quando il Presidente Napolitano sale per la seconda volta al Quirinale. La notizia è nota, l’abbiamo vissuta, ma ora siamo in un assolato pomeriggio ad Herat, alla ricerca di una connessione Internet per seguire le notizie in diretta da casa. E, in un flusso di pensiero, ci ritroviamo a riflettere sulla condizione politica dell’Italia, dell’Europa tutta e, naturalmente, dell’Afghanistan. Oggi, all’indomani delle elezioni che partoriranno il nuovo Presidente dell’Afghanistan, come vede il futuro del Paese?

Quello è un capitolo nel quale io piango. Quelle parole sull’Italia sono il pianto di una persona che comunque è da vent’anni fuori dall’Italia, perché non sono entrato nelle dinamiche italiane. Anche il fatto di parlare della corruzione in Afghanistan, che è un flagello assoluto, per me non era possibile senza raccontare prima quello che è il disgusto per la corruzione in Italia. Per quanto riguarda la lettura delle elezioni presidenziali in Afghanistan, io penso di avere ed invito ad avere l’umiltà di pensare che le elezioni afghane non possono essere viste attraverso le categorie mentali occidentali.

Anche se negli anni si è cercato di aiutare questo paese con valutazioni squisitamente euro-americane, bisogna imparare a rispettare di più le culture che millenni di distanze e di lontananze oggi non ci rendono particolarmente prossime. Il primo dato è quello di non navigare l’Oriente con preconcetti. E sappiamo bene che la parte più radicale del mondo musulmano ci è fondamentalmente ostile.

Nel secondo capitolo io do una motivazione profonda di quella che è la mia esperienza in Afghanistan, io rispetto profondamente il fatto che l’Esercito Italiano sta affrontando una situazione non omogenea, quella del dominio di matrice islamica radicale nel paese. Quella che attraverso la mondializzazione è in grado, poi, di colpire ovunque. Come si fa ad affrontare la situazione afghana? La ricetta non ce l’ho. Bisogna fare uno sforzo di sostegno umano al popolo afghano, con i mezzi immediati che noi abbiamo, che sono ridurre la minaccia al terrorismo e di portare la dignità dell’Occidente attraverso azioni concrete a tutela e a sostegno di questo popolo.

Il ‘volo’ è un’immagine ricorrente nel suo libro. Si apre con un capitolo dedicato al volo, e si chiude con l’immagine del volo di una tortorella fra i container di Camp Arena. Pensando al futuro dell’Afghanistan, come a quello dell’Italia, è un messaggio di speranza? L’Afghanistan sta per spiccare il suo volo verso un futuro più democratico?

Non mi era mai arrivato di riuscire a toccare una tortorella, come se fosse quasi un cagnolino. E stata una cosa che ha stupito anche me e che è la verità, il libro cerca di raccontare delle cose anche molto intime e personali perché non volevo nascondermi dietro il ruolo del ‘grande reporter’ o dell’italiano che ha voglia di fare la grande esperienza con l’Esercito.

Io credo che l’Afghanistan sia un esempio importante di quello che si debba fare in ogni teatro di crisi e di guerra, probabilmente immaginando anche scenari e azioni di intervento diversificate ed appropriate. Io posso suggerire quelle che sono le mie sensazioni, di sicuro l’Afghanistan ti resta dentro e credo che l’atteggiamento mentale che io ho adoperato li, potrei applicarlo alle Favelas brasiliane, o al Mali, al Libano o all’Indonesia. Quindi, credo nel profondo che l’impatto non aggressivo ad alto contenuto di valore umano che l’Esercito Italiano è in grado di esprimere potrebbe essere utile in molte parti del mondo. Questo implicherebbe d’altra parte anche molte più vittime, perché come è stato doveroso ricordare anche nel mio libro, i rischi e i pericoli ci sono e non sono soltanto quelli del fuoco nemico.

La via verso la democrazia per questo paese è sicuramente lunghissima, e non mi immagino che l’Afghanistan sia in grado nell’immediato di sviluppare forme di sostegno interno. È un paese così frammentato, così incredibile, così difficile. Tutto sommato penso che se l’Occidente facesse il massimo dello sforzo dovrebbe cercare di dare all’Afghanistan tutti gli strumenti che ha per farne un paese modello, che non replichi i nostri danni, la nostra corruzione, il disprezzo delle religioni usate come strumento per mandare soldati sul campo di battaglia. La tortorella che vola è la speranza che comunque il paese di aquiloni, con queste tortorelle smarrite, torni ad avere il vento in poppa.

 

 

 

 

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