venerdì, Settembre 24

Afghanistan: tutti i minerali dei talebani Depositi di minerali strategici valutati in circa 1 trilione di dollari, e la corsa mondiale alla transizione verso l'energia pulita, hanno il potenziale per far decollare l'Afghanistan e portarlo ad essere uno dei centri minerari più importanti al mondo

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L’Afghanistan è uno dei Paesi più poveri al mondo. E negli ultimi anni la situazione si è ulteriormente aggravata. I talebani, che il 15 agosto scorso hanno conquistato Kabul, e, con la capitale, il totale controllo del Paese, ereditano uno Stato fallito nei fatti. L’ultimo governo, quello di Ashraf Ghani, è stato un disastro economico, causa soprattutto corruzione diffusa e incompetenza.
La Banca Mondiale riferisce che il tasso di povertà è aumentato dopo il 2014 ed è aumentato di oltre il 50% entro il 2019, portando più della metà della popolazione al di sotto della soglia di povertà. Secondo il ‘
CIA World Factbook‘, il deficit commerciale è stato di quasi un terzo del PIL, la dipendenza dagli aiuti esterni sfiora l’80%, il PIL reale pro capite è tra i più bassi del mondo (posizionandosi al 213° posto su 228 paesi classificati), la disoccupazione, e in particolare quella giovanile, pur non potendo essere misurata con precisione, supera il 30%, il debito pubblico ha raggiunto una delle percentuali più alte di qualsiasi Paese (202° su 228). Il profilo economico dell’Afghanistan oggi, secondo la Banca Mondiale, si caratterizza per ‘fragilità e dipendenza dagli aiuti esteri’, in una situazione di diffusa insicurezza, instabilità politica, istituzioni deboli, infrastrutture inadeguate, corruzione diffusa e un ambiente imprenditoriale difficile.
E in questo panorama economico, il Paese ha una popolazione (37.466.414, che nel 2030 si stima arriverà a 45,5 milioni) molto giovane: il 40,62% ha meno di 14 anni, il 21,26%
ha da 15 a 24 anni; il 31,44% è tra i 15 e i 54 anni, gli oltre 65 anni sono appena il 2,68%. La popolazione urbana è quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2021 e la sola Kabul ha avuto ben oltre il 10% dell’intera popolazione prima che iniziasse l’improvvisa conquista talebana.
L’economia del Paese ruota attorno alla coltivazione del papavero, al connesso narcotraffico, e all’attività mineraria illegale.
Questi sono i dati reali ad oggi. A fronte,
le potenzialità in via teorica sono ottime, perchè l’Afghanistan è un Paese ricco di risorse minerarie che restano per lo più non sfruttate, in particolare enormi giacimenti di minerali che sono cruciali per l’economia globale che fa pernosull’energia pulita, a partire dalla produzione di veicoli elettrici, per affrontare la crisi climatica, l’ultima frontiera delle rivalità geoeconomica.

Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, nella prima conferenza stampa a 48 ore dalla presa di Kabul, ha promesso che «l’Afghanistan non sarà più un centro per la coltivazione del papavero da oppio o per il business della droga», e per ottenere questo risultato, Mujahid ha chiesto il sostegno della comunità internazionale per individuare e promuovere alternative alla coltivazione del papavero.
L’economia sarà certamente uno dei primi problemi che i talebani si troveranno a dover affrontare da subito, già in questa prima fase di strutturazione del loro regime.

Una delle opzioni che il nuovo governo di Kabul dovrà valutare, sarà quella di scommettere sul futuro e puntare sulle risorse minerarie, quelle che sono al centro dell’attenzione mondiale, le risorse essenziali per l’economia dell’energia pulita. Il tema è economico, ma anche geo-strategico, ovvero implica scelte fondamentali in fatto di politica estera e alleanze internazionali.

«L’Afghanistan è certamente una delle regioni più ricche di metalli preziosi tradizionali, ma anche dei metalli necessari per l’economia emergente del 21° secolo», ha affermato Rod Schoonover, scienziato ed esperto di sicurezza del think tank americano Center for Strategic Risks.
Nel 2010, un memorandum interno del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha definito l’Afghanistan ‘l’Arabia Saudita del litio’, dopo che i geologi americani hanno scoperto una vasta ricchezza mineraria valutata in almeno 1 trilione di dollari (cifra che fa impallidire le dimensioni dell’attuale disastrata economia afghana). Si tratta di ferro, rame, cobalto, oro,alluminio, stagno, piombo, zinco, zolfo, talco,gesso, cromite, pietre preziose, e metalli industriali critici (terre rare) come il litio, cruciale per i veicoli elettrici e le batterie a energia rinnovabile. L’auto elettrica media richiede sei volte più minerali di una convenzionale, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). Litio, nichel e cobalto sono fondamentali per le batterie. Le reti elettriche richiedono enormi quantità di rame e alluminio, mentre gli elementi delle terre rare vengono utilizzati nei magneti necessari per far funzionare le turbine eoliche. Il governo degli Stati Uniti ha stimato che i depositi di litio in Afghanistan potrebbero competere con quelli in Bolivia, sede delle più grandi riserve conosciute del mondo.
Tutti in qualche modo minerali essenziali per l’industria moderna, tanto che «
l’Afghanistan potrebbe trasformarsi in uno dei centri minerari più importanti del mondo», ritengono i funzionari degli Stati Uniti.
Dopo 10 anni quell’enorme potenziale resta totalmente non sfruttato. I minerali fruttano solo 1 miliardo di dollari all’anno in Afghanistan, e i tentativi di sviluppo del settore condotti in questi anni sono falliti. Altresì si stima che dal 30% al 40% sia stato sottratto dalla corruzione, piuttosto che dai signori della guerra e dagli stessi talebani, che hanno organizzato l’estrazione illegale.
«I talebani sono ora seduti su alcuni dei più importanti minerali strategici del mondo», ha commentato Schoonover, capo del programma di sicurezza ecologica presso il Center for Strategic Risks, se vorranno, sapranno e potranno sfruttare questo patrimonio «è una domanda importante per il futuro».

E’ una domanda sicuramente cruciale, sia nel caso di risposta positiva (perchè il Paese diventerebbe uno dei centri minerari dell’economia verde più importanti al mondo, stravolgendo i suoi destini economici e geo-strategici), sia nel caso di risposta negativa (dimostrerebbe la scarsità della capacità di vision e strategia dei talebani, e condannerebbe il Paese a restare fondamentalmente boccheggiante economicamente).
Secondo l’AIE, la domanda globale di litio dovrebbe salire di 40 volte rispetto ai livelli del 2020 entro il 2040, insieme a elementi delle terre rare, rame, cobalto e altri minerali. L’Agenzia ha avvisato che le forniture globali di litio, rame,nichel, cobalto ed elementi delle terre rare dovranno aumentare drasticamente, in caso contrario il tentativo di affrontare la crisi climatica fallirà. Questi minerali sono concentrati in un piccolo numero di sacche in tutto il mondo (Cina, Repubblica Democratica del Congo e Australia detengono attualmente il 75% della produzione globale di litio, cobalto e terre rare), quindi la transizione verso l’energia pulita ha il potenziale per far decollare l’Afghanistan -e la capacità dell’Afghanistan di utilizzare le sue vaste risorse sarà cruciale per la corsa globale alle tecnologie pulite.
Ma per arrivare a sfruttare questo potenziale gli ostacoli sono molti e complessi. I talebani hanno sfruttato a lungo illegalmente i minerali del Paese, l’estrazione illegale di minerali (e tra questi anche uno critico quale il talco) è stata una delle fonte di finanziamento dei talebani in questi ultimi 20 anni, dunque dovrebbero conoscere bene criticità e opportunità, e dovrebbero sapere che «non possono semplicemente premere un interruttore e tuffarsi nel commercio globale del litio», come dice Schoonover. Tempo, investimenti, knowhow tecnico, infrastruttura normativa, alleanze: questi i grandi titoli della complessità difronte alla quale i talebani si trovano.

«L’estrazione di minerali richiede più dell’abbondanza geologica: sono necessarie anche sicurezza, infrastrutture, risorse energetiche e idriche e una forza lavoro qualificata», ha affermato Schoonover. Sebbene ci sia stata una certa estrazione di oro, rame e ferro, lo sfruttamento di minerali di litio e terre rare richiede investimenti, know-how tecnico, tempi in misura molto maggiore rispetto all’estrazione dei minerali tradizionali.
Il primo ostacolo è il tempo. L’AIE stima che occorrono in media 16 anni dalla scoperta di un giacimento perché una miniera inizi la produzione. Anche ipotizzando che i tempi vengano ridotti drasticamente, si dovranno mettere in conto una decina di anni di lavoro e annessi investimenti infruttuosi. Il secondo ostacolo è rappresentato appunto dai grandi investimenti che lo sviluppo del settore richiede. Servirebbero investimenti internazionali.
Per quanto riguarda gli investimenti in rame, cobalto o litio, sarà molto difficile attrarre investimenti significativi, sostiene Amit Bhandari del think tank Gateway House. «Si tratta di grandi investimenti che si ripagano in diversi anni:nell’attuale clima politico e di sicurezza, qualsiasi azienda sarà molto riluttante a versare denaro in Afghanistan». C’è anche l’incognita di eventuali fazioni in competizione all’interno dei talebani, il che renderebbe ulteriormente difficile per le aziende negoziare accordi minerari.
I talebani dovranno garantire la sicurezza sul terreno e la compattezza interna alla loro organizzazione, dovranno sradicare la corruzione, attrarre società internazionali eottenere il riconoscimento internazionale per sviluppare legami ed essere in grado di attrarre investimenti diretti esteri, sostengono gli esperti, insomma creare l’ambiente adatto perchè gli investitori possano decidere di correre il rischio. «Sarà un lavoro pesante per il nuovo regime capitalizzare le sue risorse minerarie», ha affermato Schoonover. «Oltre alla mancanza delle necessarie misure di sicurezza funzionali all’estrazione, il Paese soffre anche di una grande quantità di attività minerarie illegali e non regolamentate che consentono e beneficiano della corruzione».
Non secondari sono i problemi legati alla sicurezza nei processi di estrazione, all’ambiente,alla corruzione che inquina il clima imprenditoriale, alle competenze in fatto di contrattualistica del settore minerario necessaria per negoziare accordi minerari, alle infrastrutture. Bisogna tener conto dell’impatto ambientale e degli annessi impatti negativi sulle persone, «è molto probabile che peggiorino le condizioni dell’afghano», ha affermato Schoonover, se si tiene conto che non c’è nel Paese una struttura normativa, né le condizioni di base, in grado di tutelare la sostenibilità ambientale.
Le infrastrutture -dalle strade, alle ferrovie, fino alle centrali elettriche- sono a pezzi, il che incide sia sulla catena di approvvigionamento del materiale necessario per l’estrazione e, quando il caso, la lavorazione, sia sul trasporto del materiale estratto. Grave la situazione anche dei servizi pubblici di base, a partire dalle forniture elettriche e idriche. Il Paese, senza sbocco sul mare, dovrà affrontare sfide logistiche nel trasporto dei suoi minerali ai mercati chiave.
Se è normale, sostengono gli esperti del settore, il fatto che estrarre la ricchezza mineraria comporti più rischi e incertezze che ricompense, in Afghanistan questi rischi sono enormi. Gli investitori stranieri che cercano di attingere alle ricchezze minerarie dell’Afghanistan devono affrontare grandi rischi e crescenti incertezze. Non da ultimo il dubbio che i talebani vogliano effettivamente sviluppare il settore e ne abbiano le capacità. Il primo governo talebano, quello degli anni ’90, non depone a favore, al tempo, infatti, non fecero «nulla di importante per l’economia o la governance in generale», afferma Sabir Ibrahimi, analista del Center on International Cooperation dell’Università di New York. «Il nuovo regime potrebbe dover lottare per ottenere la legittimità internazionale, il che renderà più difficile per le aziende investire in Afghanistan». «I talebani hanno preso il potere, ma la transizione da gruppo di insorti a governo nazionale sarà tutt’altro che semplice», afferma Joseph Parkes, analista della sicurezza in Asia presso la società di intelligence Verisk Maplecroft. «La governance funzionale del nascente settore minerario è probabilmente lontana molti anni». Gli investimenti esteri erano difficili da trovare prima che i talebani spodestassero il governo civile afghano sostenuto dall’Occidente. Attrarre capitali privati sarà ancora più difficile ora, soprattutto perché molte aziende e investitori globali sono tenuti a standard ambientali, sociali e di governance sempre più elevati.
Anche le restrizioni statunitensi potrebbero rappresentare una sfida. I talebani non sono stati ufficialmente designati come organizzazione terroristica straniera dagli Stati Uniti. Tuttavia, il gruppo è stato inserito in un elenco del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di terroristi globali.

Il controllo dei talebani sull’Afghanistan arriva in un momento in cui c’è una crisi di approvvigionamento per questi minerali per il prossimo futuro. La domanda alle stelle di rame, litio e cobalto, in particolare, è guidata in larga misura dalla transizione verso l’energia verde,tecnologie pulite per ridurre le emissioni di carbonio. Per tanto di questi materiali tutti hanno un disperato bisogno.
I Paesi in prima linea nell’interesse per le risorse minerarie dell’Afghanistan sono Cina, Stati Uniti -per nulla insensibili Russia, Pakistan e India, che potrebbero cercare di impegnarsi nonostante il caos.
Con la conquista talebana, gli Stati Uniti hanno visto sfumare la possibilità di mettere le mani su questo business, che tra l’altro era stato uno dei motivi alla base delle motivazioni americane a continuare a investire nel Paese e mantenere sul terreno le loro forze armate. Un duro colpo per gli interessi economici statunitensi in Afghanistan, e nella regione in generale, ma soprattutto nella loro affannosa rincorsa alla sicurezza economica nel contesto dell’ultima frontiera delle rivalità geoeconomica attorno a terre rare e minerali critici.

La vasta ricchezza mineraria del Paese, compresi i giacimenti di litio, potrebbe rivelarsi una risorsa inestimabile per gli sforzi della Cina a espandere la catena di approvvigionamento delle batterie utilizzate nei veicoli elettrici.
Pechino domina la catena di fornitura delle batterie agli ioni di litio, in gran parte a causa della crescente domanda interna, stimata a 72 gigawatt all’ora, nonché del suo controllo sull’85% della raffinazione globale delle materie prime delle terre rare. La Cina esercita anche un peso significativo in quanto controlla il 77% della capacità delle celle del mondo e il 60% della produzione di componenti.

L’interesse cinese per l’approvvigionamento dei materiali necessari per le batterie dei veicoli elettrici è in linea con gli sforzi del Paese per la decarbonizzazione. Pechino, il più grande importatore mondiale di petrolio, sta cercando di ripulire le sue città inquinate e ha indicato che i veicoli elettrici dovranno essere il 40% di tutte le vendite di auto entro il 2030.

Litio e cobalto sono usati per rendere le batterie elettriche fondamentali per la transizione ai veicoli elettrici e l’uso su larga scala delle batterie per immagazzinare energia da risorse energetiche rinnovabili.

Secondo Grand View Research, il mercato delle batterie agli ioni di litio dovrebbe crescere fino a raggiungere i 116,6 miliardi di dollari entro il 2030 dai 41,1 miliardi di dollari di quest’anno. Si prevede che il mercato crescerà a un tasso annuo composto del 12,3% nel prossimo decennio. Il litio è un minerale ricercato per il mercato delle batterie, che è il componente principale delle auto elettriche, le cui vendite sono in forte espansione grazie agli sforzi globali per raggiungere la neutralità netta del carbonio entro il 2050.

Si ritiene, insomma, che Pechino, che è già il più grande investitore straniero dell’Afghanistan, possa guidare la corsa per sostenere il Paese nella costruzione di un sistema minerario efficiente per soddisfare il suo insaziabile fabbisogno di minerali. «La Cina si sta imbarcando in un programma di sviluppo dell’energia verde molto significativo», ha affermato Schoonover. «Il litio e le terre rare sono finora insostituibili. Questi minerali sono un fattore nei loro piani a lungo termine». Per tanto, se per un privato investire è un rischio da non correre, gli investimenti sostenuti dallo Stato e motivati in buona parte dalla geopolitica, sono altra cosa.
Fuori gioco gli Stati Uniti, la Cina, già leader mondiale nell’estrazione di terre rare, è in ottima posizione per guidare l’estrazione. Per altro ci sono dei precedenti, per quanto fallimentari fino ad ora. Uno dei giganti minerari cinesi, la Metallurgical Corporation of China, ha già, dal 2007, un contratto di locazione di 30 anni per estrarre il rame a Mes Aynak. Un investimento di 3 miliardi di dollari, il più grande investimento straniero nella storia del Paese. L’attività è stata compromessa dall’instabilità politica e dal conflitto tra i talebani e l’ex governo afghano. Inoltre, l’Afghanistan è tra i Paesi che potrebbero entrare nel progetto cinese della Belt and Road, il piano infrastrutturale di Pechino per costruire strade, ferroviarie, rotte marine attraverso l’Asia verso l’Europa. Da tempo a Pechino si discute sull’opportunità di inserire Afghanistan in un segmento importante della Belt and Road.
Resta il fatto che il Paese al momento non è sicuro, e la mancanza di sicurezza preoccupa molto Pechino. Se i talebani riusciranno dimostrare di non soffrire di lotte intestine e di avere l’effettivo controllo del Paese, se potranno offrire condizioni operative stabili alla Cina, allora le sole operazioni sul rame, secondo alcuni esperti, potrebbero potenzialmente produrre decine di miliardi di dollari di entrate, stimolando lo sviluppo delle operazioni minerarie cinesi per altri minerali nel Paese, a partire dai preziosi minerali critici funzionali all’economia verde.
Certo che se la Cina dovesse intervenire, Schoonover prevede preoccupazioni sulla sostenibilità ambientale dei progetti minerari, dati i precedenti della Cina. «Quando l’estrazione mineraria non viene eseguita con attenzione, può essere ecologicamente devastante, il che danneggia alcuni segmenti della popolazione», e l’estrazione mineraria si aggiungerebbe alla gamma di altri rischi ambientali -dalla scarsità d’acqua, all’inquinamento atmosferico fino agli eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico, già affrontati dal popolo afghano.
Per Pechino, la ricerca e l’accesso a nuove riserve di litio è urgente. Attualmente, il Cile è la principale fonte di litio. L’Australia, che ha rapporti tesi con Pechino, è seconda. Ciò rende la ricerca della Cina di depositi di litio nel proprio ‘cortile di casa’ una impellenza economica.

Poche ore dopo la presa di Kabul, la Cina ha fatto sapere, attraverso il suo Ministero degli Esteri, che «mantiene i contatti e le comunicazioni con i talebani afghani sulla base del pieno rispetto della sovranità dell’Afghanistan e della volontà di tutte le parti nel Paese», che punta a «relazioni amichevoli», e che deciderà se riconoscere i talebani come governo legittimo dell’Afghanistan dopo la formazione del governo, «che spera sia aperto, inclusivo e ampiamente rappresentativo».
I talebani, per parte loro, hanno detto che sperano di sviluppare buone relazioni con la Cina nella ricostruzione dell’Afghanistan.
Negli ultimi giorni, la gran parte degli osservatori internazionali ha sostenuto evidenze che depongono a favore di un rapporto privilegiato che si sta costruendo tra Cina e talebani, in tempi stretti, e che potrebbe poi estendersi al Pakistan.
La formalizzazione del riconoscimento del governo talebano -sempre che un governo almeno apparentemente «inclusivo e ampiamente rappresentativo» nasca, e che i talebani dimostrino di riuscire a controllare il Paese- da parte di Pechino potrebbe non essere lontana da venire.Poi Pechino andrà a riscuotere il suo tornaconto minerario. Per i talebani sarebbe una vittoria politica -la legittimazione da parte della presto prima potenza economica mondiale, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, negli anni ’90, al tempo del primo governo talebano, sarebbe stata inimmaginabile- ed economica -i capitali cinesi darebbero fiato ai talebani, permettendo loro di concentrarsi sul consolidamento del potere sul terreno. Per Pechino, il controllo delle riserve minerarie afgane, sarebbe un asset geostrategico straordinariamente rilevante, sia nella campagna di sviluppo dell’energia verde -balzerebbe in testa nell’arena dell’ultima frontiera delle rivalità geoeconomiche-, sia nello scontro con gli Stati Uniti.

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