Afghanistan: tranquilli, è sempre peggio

Inoltre, gli sviluppi di tale percorso per la pace sono in bilico a causa del rischio di tre fattori principali. Il primo è rappresentato dall’empasse politica della diarchia di potere (Ashraf GhaniAbdullah Abdullah) che nasce da pesanti brogli elettorali delle elezioni presidenziali e dalla volontà di prevenire il rischio di una nuova guerra civile; una scelta, sostenuta dalla stesa Comunità internazionale, che ha provocato una situazione in cui è molto difficile, se non impossibile, concretizzare un’azione di Governo. Un power sharing incostituzionale che ha reso scontenti molti dei gruppi di potere afghani esclusi dalla spartizione del potere. Il secondo è la frammentazione del fronte insurrezionale, conseguenza della morte del mullah Omar e di una leadership insurrezionale non condivisa (quella del mullah Mohammad Aktar Mansour). Un processo di competizione interna che ha portato a una spaccatura molto pericolosa per la stessa stabilità dell’Afghanistan e non solamente per il fronte insurrezionale. Infine, terzo fattore, è la fonte di preoccupazione più recente: la penetrazione in Afghanistan (e in tutto il sub-continente indiano) del nuovo attore della violenza, lo Stato islamico (IS/Daesh) che potrebbe modificare la natura del conflitto da guerra di liberazione nazionale (il punto di vista dei talebani) a guerra globale fortemente ideologizzata. Non più, o non solo fenomeno insurrezionale per la liberazione dell’Afghanistan dalla presenza di truppe straniere, non più e non solo ‘terrorismo’, bensì una forma evolutiva del fenomeno che si chiama ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’, dove la manifestazione del terrorismo non è più e non solo strategia del terrore, ma tattica-tecnica di combattimento dagli effetti strategici in funzione del disegno politico dello steso IS/Daesh.

Dunque, data la situazione, quali possono essere le prospettive dell’Afghanistan nel breve-medio periodo? È possibile valutare nel breve periodo un aumento delle conflittualità, una riduzione delle capacità e presenza dello stato, una crescente instabilità politico-sociale, un espansione del fenomeno IS/Daesh e il rischio di passaggio a questo di mujaheddin che oggi combattono sul fronte talebano. È dunque possibile un’intensificazione violenta della competizione tra talebani e IS/Daesh con finalità di propaganda, reclutamento, attenzione mediatica, accesso alle fonti di sostentamento (narcotraffico, ecc..).

Ma un’incognita afghana potrebbe modificare i rapporti tra gli attori che si confrontano sul campo di battaglia, e dunque anche le dinamiche conflittuali. Guardando indietro nella storia non è da escludere che i mujaheddin afghani possano unirsi  -benché nel breve periodo- nello sforzo contro il soggetto esogeno; non più e non solo le unità militari straniere come obiettivo dei gruppi di opposizione armata locali, ma anche lo stesso IS/Daesh, che propriamente afghano non è. E questa ipotesi, assai verosimile, potrebbe anche ridimensionare lo stesso processo di frantumazione del movimento talebano; alcuni recenti eventi aprirebbero a questa possibilità, in particolare il ritorno di alcuni talebani nelle fila del movimento originale dopo aver lasciato la succursale in franchising di IS/Daesh in Afghanistan.