lunedì, Settembre 27

Afghanistan: Talebani, non ‘popolo’ afgano Posto che i Talebani sono nulla di più e nulla di meno di una sorta di partito politico, la loro azione militare è una azione insurrezionale, che non rappresenta il 'popolo afgano'

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Casca l’asino dicevo concludendo l’intervento di ieri. Mi riferivo al fatto che così come l’azione statunitense (e purtroppo, benché inconsciamente, quella italiana) nei confronti dell’Afghanistan è stata illecita, lo è altrettanto quella talebana.
Ma qui le cose sono molto, ma molto serie e molto complicate.

Che il ‘regime democratico’ di cui si dice facendo riferimento al governo caduto in agosto fosse tutto fuorché un regime democratico è di una evidenza palmare. Ma non a causa del fatto, come molti giornalisti e politologi vari dicono, che solo pochi cittadini afgani andassero a votare, ma per almeno due altri, molto più seri e decisivi motivi: la ‘imposizionedel sistema e la sua plateale non corrispondenza alla volontà, al sentimento popolare. Certo, le donne andavano a ballare … quali donne, quante donne, con quale convinzione? Certo, c’erano i cinema e la musica… per quanti? portata come? E poi, a Kabul, forse a Herat, ma nel resto del Paese? Eccetera. La democrazia non è forma, è sostanza, come insegna il Diritto internazionale, che non si cura di ‘come’ sia gestito un regime, ma ‘se’ il regime soddisfa la volontà popolare.

Non voglio entrare nel merito del dibattito su cosa sia l’Afghanistan e quale ne sia la popolazione. Sta in fatto che, lo si voglia o no, grazie al colonialismo brutale britannico (e non solo), l’Afghanistan è un territorio definito tale come territorio unitario dal colonialismo. Poi, le ragioni storiche della unitarietà o meno di quella popolazione possono essere approfondite quanto si vuole, e si farebbe anche bene a farlo, ma il Diritto internazionale sul punto è chiaro, semplice e compendioso: ha una legittima aspettativa alla autodeterminazione, cioè è suscettibile di una garanzia da parte della Comunità internazionale, la popolazione (badate, non a caso non dico qui ‘popolo’) che abita un territorio dato, anche se ‘dato’ dal colonialismo.
È un principio, questo, non solo e non tanto ‘logico’, benché ‘doloroso’ in qualche caso, ma è un principio che si è affermato proprio ad opera e su richiesta dei ‘popoli’ coloniali, nel periodo (lungi dall’essere finito, come noto) della cosiddetta decolonizzazione. E ciò per un motivo teorico: la difficoltà estrema di distinguere tra etnie e storie diverse quando nel tempo, anche ‘grazie’ al colonialismo, quelle etnie si sono confuse e mescolate. Non per caso il principio di autodeterminazione dei popoli prescinde del tutto dai concetti di etnia e di nazionalità, anzi, li considera giuridicamente irrilevanti … nel corso del processo di autodeterminazione. E anche per un motivo pratico: ‘ridividere’ le etnie in territori dove ormai si sono ‘confuse’ genera più danni dei possibili odi derivanti da una commistione forzata. Le Nazioni Unite, in ciò, sono state anche figlie della Società delle Nazioni e della disgraziata esperienza dei ‘referendum’ dopo la prima guerra mondiale che hanno provocato danni immensi.
Inoltre, lo Statuto delle Nazioni Unite, con una intuizione rara nei documenti giuridici, tanto rara perché probabilmente ‘casuale’, pone un principio fondamentale: i popoli hannodirittoa godere di «eguaglianza di diritti e autodeterminazione». Ricordate? L’ho definita una ‘endiadi’ … e sono stato duramente criticato da qualcuno per la scelta della parola astrusa. Faccio umile ammenda, anche perché, nonché astrusa, confesso, è anche sbagliata. Io volevo solo dire che le due cose vanno strettamente insieme, non c’è l’una senza l’altra e non c’è l’altra senza l’una. Anzi, per la precisione, siccome si tratta di una norma scritta, va interpretata per come è scritta e cioè si deve tenere conto del fatto che l’eguaglianza dei diritti dei popoli è addirittura una premessa della autodeterminazione.
E allora, posto che i Talebani sono nulla di più e nulla di meno di una sorta di partito politico, sia pure di maggioranza relativa (e la cosa è molto dubbia, a dire il vero), la loro azione militare è una azione insurrezionale, che, per la sua dichiarata natura ‘di parte’, non integra e non rappresenta ilpopolo afgano‘. Che perciò, non solo resta privo, allo stato degli atti, dell’autodeterminazione, ma anche degli stessi diritti di cui godono gli altri popoli.
Al punto che, cito quasi testualmente una delle più importanti risoluzioni della Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2625 del 1970), la lotta contro il nuovo regime imposto dai Talebani non solo è legittima, ma è perfettamente legittimo che altri Stati agiscano in aiuto di chi si ribelli al regime.

Non è un caso che il grande cinismo degli USA si sia manifestato in tutta la sua forza quando si sono resi conto che la lotta contro i Talebani era persa (e qui sarebbe interessante comprendere il perché), e a quel punto hanno deciso, senza nemmeno avvertire ‘gli alleati’, di trattare ipocritamente con i Talebani il ritiro degli USA e degli alleati vari (inconscia Italia inclusa) dal conflitto, insomma la resa, e l’abbandono del regime creato da loro. Quel regime che, per usare le parole gelidamente ciniche di Henry Kissinger, voleva «trasformare l’Afghanistan in uno Stato moderno»: trasformare a prescindere dalla volontà della popolazione e del popolo nella sua essenza.
Ma, badate bene, il premio Nobel va ancora oltre, e dichiara esplicitamente la pretesa e la volontà ‘prevaricatrice’ degli USA, perché con sfrontatezza (giuridicamente parlando, perché propone atti condannati dal Diritto internazionale) afferma: «L’America non può sottrarsi al suo ruolo di attore chiave nell’ordinamento internazionale, sia per le sue capacità che per i suoi valori storici. Non può rinnegarli, semplicemente ritirandosi dall’Afghanistan». E dunque Kissinger, nel suo cinismo, almeno ammette l’illecito, anche se si propone di ‘sanarlo’ peggiorandone il contenuto: «la lotta ai ribelli poteva essere ridimensionata a contenimento, anziché annientamento, dei talebani … L’America non può sottrarsi al suo ruolo di attore chiave nell’ordinamento internazionale». Cioè, detto con le sue parole, al suo auto-attribuito ruolo di gendarme della legalità decisa dagli USA stessi. È il rovesciamento brutale del Diritto internazionale. Attenzione, però: il rovesciamento da lui già operato in Vietnam, dove, dopo bombardamenti a tappeto di mesi sulle popolazioni civili del nord e sud Vietnam, ‘impose’ la pace, dovendo, però, negoziare paritariamente con i nemici fino al giorno prima considerati terroristi (guarda un po’!), per poi fuggire a gambe levate, esattamente come oggi in Afghanistan.
Il Diritto internazionale chiede, invece, la realizzazione della eguaglianza dei diritti dei popoli, ma non ne propone l’imposizione con la forza, anzi, la condanna. Non per pavidità, ma perché, chiudendo così il cerchio di questo discorso, imporre la democrazia è una contraddizione, per dirlo in termini da giurista, ‘una porcata’, per dirla in termini giornalistici.

Discutere oggi del riconoscimento o meno del nuovo regime, è forse ancora più sciacallesco di quanto fin qui fatto, ma, specialmente dal punto di vista giuridico, insulso. Quel regime c’è, puoi fingere che non ci sia, ma c’è, come c’era la Cina di Mao dopo la lunga marcia, che però non veniva ‘riconosciuta’, anche se ci si trattava largamente. Non veniva riconosciuta: un territorio con un miliardo e mezzo di persone? Che senso ha e aveva? Era solo l’affermazione di una ostilità, tanto preconcetta quanto inutile.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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