sabato, Settembre 25

Afghanistan: talebani, dall’insurrezione al governo Tutti gli interrogativi sul governo che sarà. Come potrebbe essere il nuovo governo? Quali sono le sfide immediate del gruppo? Quali sono le intenzioni della leadership talebana? Fino a che punto queste intenzioni potrebbero divergere dagli atteggiamenti e dal comportamento dei comandanti militari e dei combattenti talebani?

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Ieri per la seconda volta dalla conquista del Paese il 15 agosto scorso, i talebani sono tornati a parlare, nel corso di una conferenza stampa tenuta, come la precedente, dal portavoce Zabihullah Mujahid. Il copione è quello della scorsa settimana, la parola d’ordine della trama è: tranquillizzare -sfottendo i timori della comunità internazionale, a partire dai timori per il trattamento che sarà riservato alle donne. Insomma, come afferma Crisis Group, «gli annunci politici dei portavoce talebani sono pensati per essere rassicuranti e vaghi»;volutamente vaghi, per quanto il think tank sostenga che probabilmente per una parte questa vaghezza è indice del fatto che, loro stessi sorpresi dalla tempistica della conquista, non hanno un disegno definito. Così, ad oggi «ci sono più domande che risposte su come i talebani, tornati al potere in Afghanistan dopo vent’anni, governeranno il Paese», afferma Crisis Group.
E il think tank riassume le domande cruciali.

L’insediamento della nuova Amministrazione -un nuovo sistema di Stato islamico, i cui contorni i talebani hanno finora solo minimamente accennato- è appena agli inizi. «E’ importante identificare diversi dilemmi politici emergenti e questioni da tenere d’occhio». Su come sarà il governo talebano «ci sono tre incertezze fondamentali e interconnesse: quali sono le intenzioni della leadership talebana? Fino a che punto queste intenzioni potrebbero divergere dagli atteggiamenti e dal comportamento dei comandanti militari e dei combattenti talebani?cioè quelli che ora esercitano autorità sul campo in tutto il Paese. Fino a che punto la leadership vorrà o sarà in grado di superare tali divergenze?». E poi: «Come potrebbe essere il nuovo governo? Come sarà vissuto il governo talebano dagli afghani? Quali sono le sfide immediate del gruppo? E come è probabile che i poteri esterni rispondano e come dovrebbero rispondere?».

Nella fase di dialogo con i mediatori americani che ha portato all’accordo del 29 febbraio 2020 tra Stati Uniti e talebani, . «i talebani sono sempre stati molto riservati, timidi riguardo alla loro visione politica. Hanno sottolineato che il loro obiettivo, oltre a cacciare le forze militari straniere, era stabilire un sistema islamico», che è quanto hanno dichiarato nella prima conferenza stampa della scorsa settimana. «Ma hanno evitato di rivelare cosa significherebbe in termini pratici, ovvero quali sarebbero le leve del potere e chi sarebbe in grado di tirarle. I talebani useranno il loro governo degli anni ’90 come modello, con un emiro all’apice, ministri nominati e nessuna elezione? Istituiranno un sistema ibrido con parti teocratiche ed elette, come in Iran? Prenderanno in considerazione la forma di democrazia costituzionale in vigore in Afghanistan, sebbene attuata in modo imperfetto, dal 2004?». Sono domande alle quali non c’è risposta e per molte delle quali forse loro stessi ancora non hanno risposte definitive.
Così
è possibile «che mettano insieme un’amministrazione temporanea composta da ministri selezionati attraverso opache discussioni nel retrobottega e guidati da un presidente o un primo ministro. Sembra probabile -anche se non l’hanno ancora detto- che il gruppo istituirà una sorta di autorità religiosa al vertice del loro nuovo sistema, sia che stabiliscano un’amministrazione temporanea sia che optino per qualcosa di presumibilmente più permanente fin dall’inizio. Questa disposizione potrebbe comportare la collocazione dell’emiro del gruppo(usando quel titolo o uno rivisto), il MullahHaibatullah Akhundzada, come un’autorità superiore all’Amministrazione che sarebbe responsabile del governo quotidiano. Oppure potrebbe comportare la creazione di un ulamanato, un consiglio di studiosi religiosi, dominato da leader talebani, che ha l’ultima parola sulla politica e la legislazione. Dopo aver insistito per due decenni sulla legittimità e sull’uso del nome ‘Emirato islamico dell’Afghanistan’ -come chiamavano il loro regime degli anni ’90- i talebani sembrano difficilmente arrendersi ora, anche se riformano alcune delle strutture e delle politiche dell’ex Emirato».

«I talebani hanno segnalato che potrebbero essere aperti a includere nella loro nuova amministrazione alcune figure legate alla politica degli ultimi vent’anni. Si sono impegnati in colloqui con l’ex Presidente Hamid Karzai e l’ex alto funzionario del governo Abdullah Abdullah. In quanto vincitori assoluti, e con molti dei loro leader e collegi elettorali da soddisfare nella formazione del governo, i talebani probabilmente non offriranno altro che l’inclusione simbolica di figure non talebane». Una siffatta soluzione, che loro definiscono ‘governo inclusivo’, avrebbe delle ragioni. «Una ragione è disinnescare la possibilità che l’opposizione interna al loro governo ottenga trazione. Hanno indicato agli interlocutori stranieri che sono consapevoli che il governo monopolistico in Afghanistan non sarebbe stabile, ma non è chiaro quanto sia genuino questo apprezzamento e fino a che punto si estenda all’interno del movimento. Una seconda ragione è che un grado di inclusività potrebbe soddisfare l’insistenza di poteri esternispecialmente quelli del vicinato di cui i talebani avranno più bisogno del sostegno- che la stabilità richiede un tale approccio alla governance. Anche l’inclusività simbolica potrebbe consentire ai talebani di affermare che la loro vittoria non era solo un’acquisizione militare, che erano stati spinti a non perseguire, e potrebbe rafforzare la loro pretesa di legittimità». Soprattutto la Cina, che probabilmente sarà il primo Paese a riconoscere il governo talebano, sia Russia e Iran, con meno insistenza, hanno chiesto ai talebani di optare per un governo inclusivo.
«
Potrebbe esistere più spazio per l’inclusione a livello tecnocratico, nella pubblica amministrazione e soprattutto nei ministeri responsabili della fornitura di servizi pubblici, anche se i talebani manterranno sicuramente il controllo dei ministeri e delle istituzioni più potenti, tra cui Difesa, Interni, Intelligence e Affari Esteri. Finora, ad esempio, i talebani avrebbero chiesto al Ministro della Salute di rimanere al suo posto. Hanno chiesto alla maggior parte dei dipendenti pubblici di tornare alle proprie funzioni e hanno promesso che queste persone continueranno a percepire gli stipendi». Alcuni vertici del gruppo sono consapevoli dei limiti della loro capacità di far funzionare la macchina del governo in aree tecnicamente più impegnative. «Sebbene i talebani abbiano esercitato il cosiddetto governo ombra in alcune aree rurali dell’Afghanistan da quando si è rafforzato negli ultimi due decenni, è stato rudimentale e di dimensioni limitate, e in aree come la sanità e l’istruzione hanno essenzialmente cooptato lo Stato afghano e non -fornitura di servizi da parte delle organizzazioni governative.
Fino a che punto si estenderà l’inclusione politica dei talebani, quanto durerà e quale forma assumerà il loro governo sono domande senza risposta per il momento. Molto dipenderà da come affronteranno la difficile transizione dall’insurrezione al governo».

«Le incertezze che circondano la forma del governo talebano si applicano anche alle questioni relative alla misura in cui reimposteranno le dure politiche e pratiche del loro governo dal 1996 al 2001, comprese punizioni brutali, attuazione di un’interpretazione estrema delle restrizioni islamiche che governano la vita quotidiana, atrocità contro le minoranze (soprattutto gli Hazara sciiti) e l’esclusione delle donne dall’istruzione e dalla sfera pubblica. Alcuni leader hanno affermato di riconoscere gli errori commessi durante il loro precedente regime e che le lezioni sono state apprese, ma non ci sono state specifiche su quali siano tali errori e lezioni».

«A parte le intenzioni ancora sconosciute della leadership talebana riguardo alle loro prossime politiche sul controllo sociale, è probabile che ci siano forze in competizione che spingono il governo in direzioni diverse. I leader talebani hanno indicato in passato che, una volta ripreso il potere, non vogliono che il loro regime sia il paria internazionale che era negli anni ’90, affamato di aiuti esteri e riconosciuto solo da tre Paesi solo da tre governi (Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita). Sono consapevoli dell’attento controllo che gli Stati donatori tradizionali e le istituzioni internazionali applicheranno al trattamento riservato alla popolazione, in particolare alle donne e alle minoranze. D’altra parte, il gruppo dipende esistenzialmente dalla lealtà e la coesione dei comandanti militari e dei combattenti che li hanno portati al potere», i quali dovrebbero accettare di applicare quanto ordinato loro. Non c’è certezza di questo. Non è per nulla scontato che questi uomini da un giorno all’altro da diavoli diventino agnelli. Anzi, potrebbe essere quasi normale che almeno una parte degli uomini sul terreno, abituati alla violenza del primo governo, non si adattino a cambiare ‘stile di governo’ ignorando i desiderata dei leader».


I talebani «evidentemente
non avevano un governo in attesa e un programma politico preparato prima del rapido crollo del precedente governo e delle forze di sicurezza. Colmare questa lacuna sarà cruciale per la loro capacità di garantire la continuazione dei servizi pubblici (tenendo sotto controllo il rischio di disordini) e per rassicurare i loro seguaci che stanno istituendo un nuovo sistema più islamico. La formazione del governo e il mantenimento dell’ordine pubblico attraverso i loro comandanti militari e combattenti saranno probabilmente le principali occupazioni del gruppo per almeno le prossime settimane».
Altra grossa sfida sarà quella finanziaria. Far quadrare i conti non sarà facile. Scopriranno, infatti, di essere al verde. «Le tensioni economiche potrebbero presto mettere in discussione la capacità di governo dei talebani, a seconda di quanto ambiziosi si riveleranno i loro piani di spesa pubblica. Il budget del governo precedente era finanziato per circa il 75% da aiuti esteri, fonti di finanziamento che come minimo saranno sospese per un lungo periodo di tempo mentre i donatori osserveranno gli sviluppi». Ieri la Banca Mondiale ha annunciato che sospenderà il sostegno finanziario all’Afghanistan tra le preoccupazioni per il destino delle donne sotto il dominio dei talebani. La Banca Mondiale ha stanziato più di 5,3 miliardi di dollari per progetti di sviluppo in Afghanistan, secondo il sito webdell’organizzazione. L’Afghanistan Reconstruction Trust Fund, amministrato dalla Banca Mondiale, ha raccolto più di 12,9 miliardi di dollari. «Abbiamo sospeso gli esborsi nelle nostre operazioni in Afghanistan e stiamo monitorando e valutando attentamente la situazione in linea con le nostre politiche e procedure interne», ha affermato Sanchez-Bender, portavoce della Banca Mondiale. La valuta nazionale, l’afghano, ha perso valore e i prezzi dei beni di prima necessità sono in aumento.«I talebani continueranno ad avere i flussi di entrate che hanno sostenuto la loro insurrezione, così come l’accesso alle entrate doganali su cui il precedente governo faceva molto affidamento per la parte del suo budget che ha raccolto a livello nazionale. Non è ancora chiaro se nuovi donatori interverranno per colmare il deficit, poiché nessuno si è pronunciato per dirlo », ma la possibilità, almeno per i donatori maggiori -Stati Uniti, Gippone, Regno Unito-, appare molto remota, almeno per il primo periodo, quando, anche i donatori, come la Banva Mondiale, vorranno monitorare cosa stanno facendo i talebani. Resta aperta la possibilità che questi donatori «continuino a offrire aiuti umanitari attraverso le agenzie delle Nazioni Unite e le ONG internazionali, ma i talebani dovranno garantire l’accesso e coordinarsi efficacemente con i fornitori se sperano di alleviare queste crisi o almeno di fermarne il peggioramento». Tenendo presente che si stima che circa la metà della popolazione del Paese avrà bisogno di assistenza umanitaria quest’anno.

Il riconoscimento del governo, una volta formato, e la rimozione delle sanzioni ancora in vigore nei confronti del gruppo e di molti dei suoi leaderpotrebbe rivelarsi «politicamente troppo tossicoanche se il gruppo offrisse incarichi di governo a figure non talebane e si adoperasse per moderare il suo governo rispetto agli anni ’90. Alcuni di questi governi, compresi gli Stati Uniti, hanno pubblicamente adottato una posizione attendista e hanno continuato a considerare la possibilità di aiuti come mezzo per incoraggiare il nuovo governo ad adottare politiche moderate e inclusive».
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I governi occidentali potrebbero accettare tacitamente l’ascesa dei talebani e tentare di impegnarsi con loro per scopi limitati, specialmente legati agli interessi antiterrorismo. Ma i talebani potrebbero non essere disposti a impegnarsi se il loro governo non viene riconosciuto, se non viene concesso l’accesso alle risorse finanziarie statali e alle proprietà detenute all’estero».

«Le politiche statunitensi ed europee non sembrano ancora essere alle prese con le potenziali conseguenze di uno sSato guidato dai talebani profondamente impoverito e isolato, affamato di risorse esterne e riconoscimento, e che lotta per guadagnare legittimità tra gli afghani».

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