venerdì, Settembre 17

Afghanistan, talebani all'offensiva field_506ffb1d3dbe2

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Il quotidiano parlava di 10.000 documenti che l’organizzazione terroristica falsificherebbe per consentire ai suoi militanti di girare indisturbati in Europa. La Germania avvierà nei prossimi giorni una nuova verifica a tappeto sui passaporti dei profughi, anche dei siriani che finora avevano goduto di controlli più superficiali. Secondo il Bamf, l’ufficio federale tedesco per l’immigrazione e i profughi, da settembre sono entrati in Germania circa 290.000 migranti registrati in maniera non conforme per il sovraccarico di lavoro degli uffici o perchè accolti da parenti già in Germania o ancora perchè volevano proseguire il viaggio verso la Scandinavia.

Libano – Un Paese che dal 2011 subisce le conseguenze dirette e indirette del sanguinoso conflitto nella vicina Siria. Un Paese su cui pesano le tensioni tra Iran e Arabia Saudita nella regione. Un Paese senza un presidente dal maggio 2014 e bloccato da una interminabile paralisi politica. Un Paese che, nonostante tutto, «tiene», come dice chi ci vive. È questo il Libano in cui sono dispiegati i militari italiani, il Libano da cui oggi arrivano le parole di Matteo Renzi. L’ennesima votazione in Parlamento per il nuovo presidente del Libano è prevista per il 7 gennaio. Per 33 volte, l’ultima il 16 dicembre, in aula è mancato il quorum per eleggere il successore di Michel Suleiman, il cui mandato di sei anni è scaduto il 25 maggio dello scorso anno. In base ai delicati equilibri del Libano il capo di Stato deve essere un cristiano maronita. All’indomani dell’ennesima fumata nera in Parlamento il nome del 50enne Suleiman Franjie, leader del movimento Marada e amico stretto di Bashar al-Assad, si è ufficialmente aggiunto a quelli del numero uno delle Forze libanesi, Samir Geagea, e dell’80enne Michel Aoun. Franjie – che porta il nome del nonno, presidente del Libano dal 1970 al ’76 – ha annunciato la sua candidatura dopo settimane di colloqui e trattative tra gli esponenti politici rivali del Paese dei Cedri, dopo che le sue chance di salire al Palazzo di Baabda, sulle colline che dominano Beirut, sono sembrate notevolmente ridotte.
Il nome di Franjie – che, secondo il giornale As Safir, a metà mese ha incontrato Assad – circolava infatti da settimane sulla stampa libanese come candidato di «consenso» sulla base di un’iniziativa lanciata dall’ex premier Saad Hariri, sunnita del fronte anti-siriano, dichiaratamente determinato a porre fine allo stallo politico. Stando alle indiscrezioni di stampa, l’iniziativa consisterebbe in un complesso piano che prevederebbe anche il ritorno dello stesso Hariri al Palazzo del Gran Serraglio, sede del Governo nel cuore di Beirut, dopo quattro anni di esilio volontario lontano dai confini del Libano. Il premier del Paese dei Cedri, che viene nominato dal capo di Stato, deve essere un sunnita e il presidente del Parlamento uno sciita. Dopo la discesa in campo di Franjie, Aoun – a capo del blocco Cambiamento e Riforma – avrebbe ribadito ieri la determinazione a non abbandonare la corsa alla presidenza. Il generale – sostenuto dalla coalizione dell’8 Marzo capeggiata da Hezbollah, storicamente appoggiato da Teheran e con le milizie coinvolte nel conflitto in Siria al fianco delle forze del regime – è tecnicamente candidato per lo stesso schieramento di Franjie. In questo intreccio di alleanze, tra storiche rivalità e interessi contrastanti, tutte le voci del Libano ripetono da mesi l’appello a eleggere «subito» un presidente. Dopo il patriarca maronita libanese Beshara al-Rai, che nei giorni scorsi si è detto favorevole alla «elezione di un presidente al più presto per difendere la nostra dignità», oggi il Gran Mufti del Libano, Abdel Latif Deriane, ha insistito sulla necessità di eleggere il nuovo capo di Stato e sulla «onestà» delle «iniziative» in atto.
Il complesso accordo tra leader politici e confessionali rivali proposto da Hariri, che a inizio mese ha avuto un colloquio all’Eliseo con Francois Hollande, riguarderebbe anche le future elezioni parlamentari. La disputa sulla legge elettorale risale al 2013: nel novembre dello scorso anno i deputati hanno approvato un’ulteriore proroga del proprio mandato fino al 20 giugno del 2017, data prevista per la fine della legislatura qualora si fossero tenute le elezioni previste per il 2013 e mai indette. L’iniziativa di Hariri – figlio ed erede politico di Rafiq Hariri, l’ex premier libanese ucciso in un attentato a Beirut nel febbraio del 2005 – continua a scontrarsi, come ha sottolineato nei giorni scorsi il quotidiano An Nahar, con le «riserve» delle Forze libanesi e delle Falangi, entrambe alleate nel blocco del 14 Marzo che fa capo all’ex premier, e con le resistenze della Libera corrente patriottica. Secondo alcuni osservatori, l’assenza per tanti mesi di un capo di Stato ha consentito al Libano di restare in equilibrio nel mezzo delle forti spinte che arrivano dalla regione. Ieri, giorno di vana riunione del «dialogo nazionale», la stampa libanese ha scritto di rinnovati sforzi di Parigi per eleggere il nuovo presidente del Libano. La questione sarebbe stata infatti al centro dei colloqui in Iran – patria dello sciismo – tra il presidente del Senato francese, Gérard Larcher, e i responsabili della Repubblica Islamica, primo tra tutti il presidente Hassan Rohani. L’Arabia Saudita, baluardo del mondo arabo sunnita, spinge affinché «non vengano sprecati sforzi per trovare soluzioni alla crisi», come ha detto oggi l’ambasciatore di Riad a Beirut, Ali Awadh Asiri, dopo un incontro con il patriarca maronita. Tutto dopo i lampi di guerra al confine tra Libano e Israele a seguito dell’uccisione in Siria dell’esponente di Hezbollah, Samir Kuntar, che ha scatenato una nuova pioggia di minacce da parte del numero uno del Partito di Dio, Hasan Nasrallah.

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