lunedì, Settembre 20

Afghanistan: spettro Tālebān-Daesh sulle elezioni Con Fabrizio Foschini (AAN), parliamo dell'attuale situazione in Afghanistan

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Perché i Tālebān, dopo aver accettato di partecipare alle prossime elezioni, hanno fatto un passo indietro? È possibile che temano di perdere il supporto della parte più radicale dei propri sostenitori a vantaggio di Daesh?

Non credo che questa sia l’unica considerazione che entri in gioco per i Tālebān per una simile decisione. Tra l’altro, la data molto prossima delle elezioni e tutta una serie di impostazioni di lungo termine rendevano, fin dall’inizio, molto improbabile la partecipazione dei Tālebān alle elezioni come partito politico: non si fa un passaggio del genere dall’oggi al domani; neanche se le elezioni fossero state, come era parso ad un certo punto, nell’ottobre del 2019 ci sarebbe stata la possibilità che i Tālebān diventassero semplicemente uno dei partiti che si muovono nell’agone politico afghano. Sicuramente, la considerazione di non doversi dimostrare troppo accondiscendenti verso la politica governativa entra in gioco, però il rifiuto di partecipare rappresenta più la visione che i Tālebān hanno delle elezioni, ovvero di una facciata che nasconde l’azione delle potenze straniere che, dal loro punto di vista, occupano l’Afghanistan. Non potendo partecipare alle elezioni, quindi, non c’è nulla di strano nel fatto che i Tālebān tentino di ostacolarne lo svolgimento colpendone il processo. Probabilmente, da parte del Governo e di alcuni dei Paesi internazionali coinvolti nel Paese, c’era la speranza che un ammorbidimento dei Tālebān avrebbe fatto sì che il processo elettorale fosse colpito un po’ meno: questa serie di attentati, avvenuti appena iniziato il processo di registrazione degli elettori, segna un’accelerazione della violenza e, quindi, lascia presagire molto male per i prossimi mesi.

Cosa comporterebbe per l’Afghanistan un eventuale successo di Daesh nel Paese? È possibile che modifichi l’atteggiamento dei Tālebān nei confronti di possibili trattative con il Governo afghano?

Sinceramente, in questo momento, non vedo una crescita esponenziale di Daesh al di là del fatto che sono riusciti ad uccidere decine di civili in un quartiere molto popoloso e molto povero ai confini della Capitale, un bersaglio che sicuramente non è uno dei gangli del potere ed è molto facile come obiettivo per un attentato. Altri segnali di crescita da parte di Daesh sono certo inquietanti, ma io credo che un’affermazione del gruppo in Afghanistan vorrebbe dire la creazione di un territorio contiguo molto vasto controllato dall’organizzazione (una sorta di replica dello stato islamico in Siria ed Iraq, che potrebbe comprendere territori a cavallo tra Afghanistan e Pakistan o tutto interno all’Afghanistan), ma questo successo di Daesh potrebbe passare solo per un significativo ridimensionamento dei Tālebān. Sostanzialmente, dovrebbero prendere il posto dei Tālebān nelle zone da questi controllate e questo potrebbe avvenire per motivi politici (a causa dell’accettazione di una riconciliazione da parte dei Tālebān, con una conseguente perdita di credibilità e capacità di attirare a sé l’adesione dei giovani radicali) o per motivi militari (a causa della perdita del supporto pakistano e, di conseguenza, del riavvicinamento dei Tālebān al Governo): credo che queste ipotesi, per il momento, non si stiano verificando. Questi sviluppi, ipotizzati in maniera molto schematica, non possono avvenire in brevi lassi di tempo: non penso che, per il momento, ci sia un’esplosione di adesioni a Daesh nel Paese; ci sono segnali di che, purtroppo, Daesh ha trovato il suo modus vivendi in Afghanistan ed è ormai diventato una delle variabili fisse di questa nuova fase del conflitto in cui, da un lato, i Tālebān si sono stabilizzati e controllano una parte del territorio, ma non possono vincere, dall’altro, il Governo, vista anche la riduzione degli aiuti internazionali, non ha più la speranza di eliminarli completamente sul piano militare, ma fa ancora fatica a proporre una soluzione istituzionale che possa includerli (e anche i Tālebān, a loro volta, avrebbero grossi problemi ad accettare questa trattativa di pace senza perdere credibilità interna). Daesh si inserisce in questo contesto e riuscirà, probabilmente, a mantenere le sue attività e a portare avanti: colpire indiscriminatamente alcuni gruppi per cercare di estendere una logica di conflitto settario e di portare il conflitto afghano a nuovi limiti di radicalizzazione e violenza. In ogni caso, per il momento non mi sembra che Daesh possa diventare il principale gruppo militante, il principale problema per il Governo e il principale ostacolo per una pace duratura nel Paese.

L’attuale Governo di Kabul è in grado di gestire la situazione attuale e di garantire il buono svolgimento del voto?

Il controllo del territorio frazionato la dice lunga su quello che sarà lo svolgimento di queste elezioni: non voglio dire che sarà un esercizio inutile e costoso in termini di vite umane, però probabilmente, per come stanno partendo le cose, non sarà una passeggiata e, soprattutto, non darà dei risultati che non vengano poi criticati. Le elezioni avranno luogo solo in alcune zone e i rappresentati delle zone in cui non si sarà potuto votare lamenteranno la propria esclusione; all’altro lato, le comunità che parteciperanno in maniera più massiccia, come quella degli Hazāra, verranno prese di mira dai gruppi militanti. Ci sarà poi la solita problematica dei brogli elettorali. Io credo che queste elezioni saranno molto complicate e, d’altra parte, con un Parlamento eletto da ormai otto anni anziché da cinque, il ricorso allo strumento elettorale non era più rimandabile: la situazione, in un contesto come quello afghano, resta però molto complicata e le operazioni elettorali sono cominciate nel peggiore dei modi.

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