sabato, Dicembre 4

Afghanistan: spettro Tālebān-Daesh sulle elezioni Con Fabrizio Foschini (AAN), parliamo dell'attuale situazione in Afghanistan

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Il prossimo 20 ottobre si dovrebbero tenere le elezioni amministrative e parlamentari in Afghanistan. Le consultazioni si sarebbero dovute tenere nel 2015 ma, a causa della situazione di persistente guerra civile, il Governo in carica è ancora quello uscito dalle precedenti consultazioni (2014), mentre la composizione del Parlamento è il risultato delle elezioni del 2010. Dopo tutti questi anni, la situazione nel Paese è tutt’altro che calma. L’operazione lanciata dagli Stati Uniti all’indomani dell’attacco alle Twin Towers (11 settembre 2001), infatti, ha provocato la caduta del regime oscurantista dei Tālebān i quali, però, hanno messo in atto una strategia di guerriglia che, nonostante la superiorità tecnologica, ha vanificato gli sforzi della coalizione a guida statunitense.

Recentemente, con l’infuocarsi dell’intera area mediorientale e l’espandersi del cosiddetto ‘califfato islamico’ in Siria ed Iraq sotto la guida del gruppo terroristico Daesh, i Tālebān si sono trovati a fare i conti con dei nuovi attori nel conflitto afghano: nel Paese, infatti, sono comparsi gruppi legati proprio a Daesh. Con la caduta del sedicente ‘califfato’, sembrava che Daesh dovesse uscire di scena, invece, il persistere di una stato di insicurezza e di intere aree fuori dal controllo governativo, ha fatto sì che l’Afghanistan si rivelasse un territorio perfetto per una nuova crescita del gruppo terroristico.

In Afghanistan, il numero di attentati rivendicati dall’organizzazione è gradualmente cresciuto negli ultimi tempi, in particolar modo con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale. Gli attentati che, lo scorso 22 aprile, hanno colpito Kabul e Baghlan avevano per obiettivo i centri dove i Cittadini afghani devono registrarsi per poter partecipare alle votazioni e rientrano proprio in questa strategia: intimidire la popolazione affinché diserti un processo democratico che Daesh considera illegittimo.

C’è però dell’altro. Da parte loro, i Tālebān hanno avuto, negli ultimi tempi un rapporto ambiguo sia con il Governo di Kabul che con Daesh. Se, da un lato, viene considerato illegittimo da parte dei Tālebān, il Governo di Kabul ha avuto in più occasioni contatti con dei rappresentanti di questi ultimi: i tentativi di giungere ad un accordo hanno avuto alti e bassi e si era addirittura parlato di una partecipazione dei Tālebān alle prossime elezioni; l’ipotesi è recentemente sfumata. Per quanto riguarda Daesh, i Tālebān hanno un rapporto piuttosto conflittuale con i nuovi arrivati che vengono percepiti come pericolosi concorrenti nella gestione del conflitto: l’annuncio da parte dei Tālebān di un cambio di rotta rispetto all’ipotesi di una propria partecipazione alle elezioni, potrebbe quindi essere interpretata come un sintomo del timore che una virata in senso ‘politico’ e ‘istituzionale’ possa alienare le simpatie della parte più radicale della società afghana che, a quel punto, potrebbe gettarsi tra le braccia di Daesh.

Per tentare di fare il punto sulla situazione politica dell’Afghanistan e sul rapporto tra Tālebān e Daesh, abbiamo parlato con Fabrizio Foschini, analista dello Afghanistan Analysts Network (AAN).

 

Quale è la situazione dell’Afghanistan, alla vigilia delle prossime elezioni? L’attentato di ieri a Kabul rischia di bloccare il processo elettorale?

Il primo dato che bisogna rilevare, quando si parla di situazione politica e di sicurezza in Afghanistan, è che il controllo del territorio è attualmente conteso tra il Governo e i gruppi di miliziani, in particolare i Talebani. Ci sono intere zone in mano agli opponenti del Governo e in queste zone è presumibile che le elezioni non si potranno tenere: saranno, quindi, sicuramente elezioni parziali. Per quello che riguarda la situazione politica più in generale, bisogna anche rilevare gravi tensioni tra le componenti che costituiscono il Governo: l’attuale coalizione di Governo di Unità Nazionale uscita dal complicato processo elettorale del 2014 è frutto di un compromesso tra i due principali rivali; questo Governo di Unità Nazionale è stato soggetto, nel corso degli anni, a grandi momenti di tensione interna e, recentemente, un nuovo episodio ha creato tensioni tra le due componenti del Governo. Inoltre, ci sono elementi della popolazione che hanno sviluppato una sorta di distacco dalle proprie istituzioni.

Gli attentati ai centri di registrazione degli elettori, in particolare quello di ieri mattina a Kabul che ha comportato una cinquantina di vittime e feriti, avviene quando il processo di registrazione è iniziato appena da pochi giorni e, chiaramente, lancia un segnale, nel caso di Kabul, da parte di Daesh (ma, a quanto pare, anche i talebani avevano portato avanti alcuni di questi attacchi nei giorni scorsi), di voler osteggiare da subito il processo elettorale, minacciare, intimidire l’elettorato e le persone che lavorano per la campagna elettorale per conto delle Istituzioni.

L’attentato di Kabul, che ha colpito un quartiere alla periferia occidentale, una borgata abitata esclusivamente da Hazāra, ovvero di una minoranza facilmente riconoscibile in un Paese con forti identità etniche come l’Afghanistan, sia per via del loro aspetto somatico che per alcune caratteristiche linguistiche (parlano un dialetto del persiano): si tratta, soprattutto, del principale gruppo di sciiti in Afghanistan e, in questo senso, hanno un’identità abbastanza coesa e abbastanza separata dagli altri gruppi; inoltre, hanno una storia di relativa oppressione da parte di altri gruppi etnici afghani e, di conseguenza, sono molto uniti politicamente, tanto da essere il gruppo che ha preso parte in maniera più entusiastica ed efficace alle scorse tornate elettorali. Il colpire gli Hazāra durante la campagna elettorale, quindi, da un lato risponde perfettamente alla logica di guerra settaria portata avanti da Daesh fin dalla sua apparizione sullo scenario afghano (colpire gli sciiti in quanto sciiti, indiscriminatamente: civili, donne, bambini), dall’altro prende di mira un elettorato che, come tutti si aspettano di nuovo, prenderà nuovamente parte alle elezioni in maniera molto disciplinata, soprattutto in confronto ad altre comunità afghane che sono o più disaffezionate o meno interessate alle elezioni e, se partecipano, lo fanno in maniera meno sofisticata e politica: gli Hazāra hanno fatto grandi progressi dal punto di vista politico ed educativo, quindi sono una comunità molto attiva e partecipano molto al processo elettorale. Colpire gli Hazāra, quindi, copre entrambi gli obiettivi di Daesh. Inoltre, in questo modo si possono cavalcare le lamentele degli stessi Hazāra nei confronti del Governo, accusato di non prestare attenzione alle zone da loro abitate: la società civile Hazāra è molto attiva nel protestare contro il Governo che, percepito come sostanzialmente Pashtun (ovvero dell’etnia di maggioranza relativa), viene considerato, in occasione di questi episodi terroristici, connivente o, per lo meno, lassista nei confronti della minoranza; episodi del genere favoriscono il diffondersi, tra gli Hazāra, dell’opinione secondo cui le Forze di Sicurezza del Governo non ostacolano eventi terroristici del genere per far sì che gli Hazāra stessi, scoraggiati, non vadano a votare e non ottengano la maggioranza in Parlamento, cosa che è successa nelle precedenti tornate elettorali e che ha dato fastidio ai Pashtun e ad altre etnie. Si è trattato quindi di un attentato particolarmente sanguinoso e subdolo.

 

È corretto pensare che, dopo la sconfitta subita in Siria e Iraq, Daesh stia tentando di rialzare la testa in Afghanistan? Quale è la situazione dell’organizzazione terroristica nel Paese?

Tanto per cominciare, le elezioni offrono un numero molto elevato di bersagli facili per un gruppo militante come Daesh: la dispersione dei gruppi per la registrazione degli elettori, la presenza di candidati con una personalità politica di rilievo costretti a muoversi per fare campagna elettorale. I prossimi mesi, purtroppo, offriranno a Daesh una serie di occasioni facili e, al tempo stesso, dal loro punto di vista legittimabili: i civili, ad esempio, vengono colpiti in quanto partecipanti ad un processo istituzionale che Daesh rigetta ritenendolo contrario all’Islam o gestito da potenze straniere. Nei prossimi mesi, quindi, vedremo un intensificarsi di attività terroristiche da parte di Daesh sul territorio afghano.

È chiaro che Daesh è stato molto indebolito dai fatti dell’Iraq e della Siria. Anche in Afghanistan è stato oggetto di attacchi militari sia da parte delle forze governative, che delle truppe internazionali, che dei Tālebān: è molto indebolito sul piano militare, ma è sopravvissuto e mantiene il controllo di alcune piccole enclave, sia nel nord che nel sud del Paese. Al di là di questo, la capacità di Daesh di attivare alcuni fermenti della gioventù radicalizzata, anche nell’ambito urbano, tra gli studenti universitari o tra persone di una certa educazione che, coinvolti in un conflitto che si trascina da decenni, hanno subito un processo di radicalizzazione in senso jihadista. Presumibilmente, l’obiettivo a lungo termine di Daesh è di sfruttare l’appiglio che offrono le elezioni, in termini di bersagli e di visibilità, per continuare ad avere attività in Afghanistan e non sparire sotto i colpi del Governo, da un lato, e dei Tālebān, dall’altro.

Quale è il rapporto tra Tālebān e Deash?

Il movimento Tālebān, al di là di alcune marginali e occasionali collaborazioni sul campo ed operazioni particolari e sporadiche (ad esempio un massacro di civili compiuto l’estate scorso nel nord del Paese, in un villaggio abitato da Hazāra), i Tālebān considerano Daesh un rivale particolarmente pericoloso. Fin dalla loro nascita, nelgi anni ’90, i Tālebān si sono già confrontati con gruppi di miliziani jihadisti diversi da loro (al-Qaeda, i Talebani pakistani e tutta una serie di altri gruppi più o meno simili a loro come ideologia); la differenza di Daesh è che non accetta un ruolo ausiliario, subordinato ai Tālebān, nel conflitto afghano. Gli altri gruppi avevano la propria strategia internazionale ma, se agivano in territorio afghano, collaboravano con i Tālebān, offrendo i loro servigi o chiedendo protezione a seconda del caso; al contrario, Daesh, da subito, si è posto come un rivale e un antagonista: ha cercato di rivendicare la centralità e la leadership tra gli oppositori del Governo e delle truppe internazionali. Questo, ovviamente, non può essere accettato dai Tālebān che hanno una lunga storia di protagonismo nel contesto afghano e che mirano tutt’ora a ribaltare la situazione.

Dall’altro lato, anche dal punto di vista ideologico ci sono delle differenze non così sottili che rendono difficile ai Tālebān rapportarsi con Daesh. C’è una visione molto diversa delle questioni settarie, ad esempio: i Tālebān sono in grandissima maggioranza e come ideologia di base fondamentalisti sunniti, ma non hanno mai fatto della lotta agli sciiti uno dei capisaldi ideologici del loro movimento; anzi, formalmente, tendono a presentarsi come la guida islamica che sarebbe in grado di governare equamente e giustamente tutto l’Afghanistan, compresa la minoranza sciita, e promettono equità e giustizia a tutte le componenti della società. In questo senso, fanno fatica ad accettare l’impostazione settaria molto distruttiva e violenta di Daesh.

A livello di operazioni militari e di singoli comandanti, poi, ci sono stati a volte dei punti di incontro: ci sono stati alcuni comandanti Tālebān che, soprattutto all’inizio dell’apparizione di Daesh in Afghanistan, sono passati all’organizzazione rivale perché avevano ricevuto un’offerta migliore in termini di comando, in termini economici o di forniture di armi, o perché avevano sposato le tesi oltranziste di Daesh. In questo senso, è possibile che, nei prossimi mesi, i Tālebān siano costretti ad inseguire Daesh sul piano dell’oltranzismo, dell’aggressività verso il processo elettorale e verso coloro che vi partecipano: questo perché i Tālebān, in un certo senso, devono evitare di mostrarsi troppo morbidi, troppo interessati ad un negoziato con un Governo piuttosto che alle operazioni militari; una parte del loro bacino di reclutamento, di giovani radicali che fanno parte sia dei Tālebān che di Daesh vedono di cattivo occhio queste aperture e questa politicizzazione del movimento rispetto all’azione militare diretta. In questo senso, si può anche arrivare ad immaginare una strategia più complessa dietro all’attentato di domenica: non il semplice uccidere dei civili ed ottenere visibilità, ma lanciare una sfida ai Tālebān sul piano della lotta al processo elettorale (anche se forse si tratta probabilmente di una visione troppo sofisticata per Daesh, che è più interessata ad ottenere visibilità, finanziamenti internazionali e reclute sul piano locale).

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