venerdì, Ottobre 15

Afghanistan: se le truppe devono restare lo decide l’industria della difesa I membri del gruppo di studio del Congresso che hanno consigliato a Biden di non ritirare le truppe dal Paese hanno ricevuto quasi 4 milioni di dollari per il loro lavoro prestato agli appaltatori della difesa USA

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A fine gennaio è stato reso noto che gli Stati Uniti non ritireranno, a fine aprile, i 2.500 militari rimasti in Afghanistan, come previsto dall’accordo di pace stretto dall’Amministrazione Trump e dai talebani lo scorso febbraio.

«Non ci sarà nessun ritiro completo degli alleati a fine aprile», ha detto un alto funzionario della Nato a ‘Reuters’, «le condizioni non sono state rispettate e, con la nuova amministrazione Usa, la politica sarà modificata». Nessun ritiro affrettato, piuttosto «potremmo assistere a una strategia d’uscita molto più meditata».
Nei giorni precedenti, John Kirby, portavoce del Pentagono, aveva accusato i talebani di «non rispettare i loro impegni a rinunciare al terrorismo e a fermare le aggressioni contro le forze di sicurezza afghane», il che «rende difficile comprendere quale direzione possa prendere il negoziato», aggiungendo che Joe Biden, stava ancora valutando che decisioni prendere. E in effetti, al momento l’Amministrazione Biden non si è ancora pronunciata ufficialmente.

Per quanto riguarda la Nato, il futuro della sua presenza o meno in Afghanistan sarà affrontato nella riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza, prevista per oggi 17 e domani 18 febbraio.

Dunque, USA e NATO stanno valutando se, quando, come uscire dall’Afghanistan, se, insomma, mantenere la linea politica adottata dall’Amministrazione Trump lo scorso anno, e sulla quale si era impegnata, oppure cambiarla.
Ma si valuta sulla base di cosa?
La NATO, secondo il segretario generale, Jens Stoltenberg, sta considerando la situazione sul terreno, «vediamo livelli inaccettabili di violenza da parte dei talebani», «qualunque percorso scegliamo ora, dobbiamo assicurarci che l’Afghanistan non sia mai più una base per il terrorismo».L’Amministrazione Biden starebbe valutando cosa decidere in base ad un rapporto del gruppo di studio istituito dal Congresso americano, l’Afghanistan Study Group (ASG). Rapporto certamente allo studio anche della NATO.
In sintesi,
ASG ha raccomandato all’Amministrazione Biden di abbandonare l’accordo tra Stati Uniti e talebani firmato lo scorso febbraio scegliendo invece un ritiro basato su condizioni senza scadenza.

La raccomandazione è importante per due ordini di motivi. Il primo è il ‘cosa comporta’. Il secondo è il ‘cosa si cela’ dietro questa raccomandazione.

Il cosa comporta si può sintetizzare così: qualsiasi decisione unilaterale di ignorare la scadenza definita nell’accordo dello scorso 2020 intaccherà un processo di pace già in bilico, rischiando di trascinerà Washington nuovamente nel pantano di una fallita controinsurrezione in Afghanistan, con conseguenze sia per gli USA (e probabilmente il resto dei Paesi NATO), sia per il fragilissimo Afghanistan.

Il cosa si cela dietro questa raccomandazione, secondo Eli Clifton del Quincy Institute -un think tank americano di recente costituzione- si rintraccia nel background delle persone che compongono ASG, e si spiega negli interessi che questi soggetti rappresentano. «Due dei tre co-presidenti del gruppo e nove dei 12 membri della plenaria del gruppo, compresi quelli che il gruppo chiama ‘membri’, hanno legami finanziari attuali o recenti con i principali appaltatori della difesa, un settore che assorbe più della metà del 740 miliardi di dollari di budget della difesa e trarrà vantaggio dal prolungato coinvolgimento militare degli Stati Uniti all’estero». La plenaria del gruppo di studio è profondamente intrecciata con la base industriale militare, basti considerare che sono «quasi 4 milioni di dollari che i co-presidenti e la plenaria del gruppo hanno ricevuto in compenso per il loro lavoro prestato agli appaltatori della difesa». Meno coinvolti negli interessi dell’industria della difesa i 26 ‘consulenti senior’ consultati dal gruppo, tre dei quali hanno avvertito pubblicamente che il rinvio del ritiro delle truppe potrebbe comportare rischi significativi.

Questo è un buon esempio della volpe che sorveglia il pollaio“, ha affermato Mandy Smithberger, direttore del Center for Defense Information presso il Project on Government Oversight. “Uno dei problemi nella nostra politica estera è che tutti i Consigli sono pesantemente dominati da persone con interessi finanziari nel continuare la guerra“.

Ad esempio, il generale Joseph F. Dunford è un co-presidente del gruppo di studio sull’Afghanistan. Dunford è stato Presidente del Joint Chiefs of Staff dal 2015 al 2019, comandante del Corpo dei Marines e Comandante di tutte le forze degli Stati Uniti e della NATO in Afghanistan nel 2013. Ha guidato il gruppo al fianco di Kelly Ayotte, che ha rappresentato il New Hampshire al Senato dal 2011 al 2016, e Nancy Lindborg, presidente e CEO della David and Lucile Packard Foundation.

Dunford e Ayotte hanno usato la loro esperienza non solo per consigliare l’Amministrazione Biden sulla guerra in Afghanistan, ma anche per incassare» nel contesto di consulenze e partecipazioni a Consigli di Amministrazione «dai principali appaltatori della difesa».

Dal 2017, Ayotte è membro del consiglio di BAE Systems Inc., una sussidiaria del gigante della difesa britannico BAE Systems plc. Dunford, da parte sua, è entrato a far parte del consiglio di Lockheed Martin l’anno scorso. I documenti depositati dalla SEC mostrano che Dunford detiene circa 290.000 dollari di azioni come parte del Lockheed Martin Directors Equity Plan, un piano per assegnare azioni agli amministratori al fine di ‘allineare ulteriormente i loro interessi economici con gli interessi degli azionisti in generale’.

Nove membri del gruppo plenario hanno mantenuto profondi legami con l’industria delle armi.

Susan M. Gordon, il principale vicedirettore dell’intelligence nazionale dal 2017 al 2019, haincassato 26.250 dollari in contanti dall’appaltatore della difesa CACI per il suo anno parziale di lavoro nel suo consiglio di amministrazione nel 2020 e ha riferito di detenere circa 160.000 dollari in azioni CACI.

Stephen J. Hadley ha servito come vice consigliere per la sicurezza nazionale durante il primo mandato di George W. Bush. Dopo l’Amministrazione Bush, Hadley, entrando nel consiglio di Raytheon nel 2010 ha ricevuto quasi 2,6 milioni di dollari in premi in contanti e azioni in nove anni.

Margaret O’Sullivan, che ha servito come vice consigliere per la sicurezza nazionale per l’Iraq e l’Afghanistan dal 2005 al 2007, fa parte del consiglio di Raytheon, che ha un contratto dal governo USA da 145 milioni di dollari per addestrare i piloti dell’aeronautica afghana. Ha ricevuto 940.000 dollari in contanti e azionidall’appaltatore della difesa tra il 2017 e il 2019.

I quasi 4 milioni di dollari di risarcimento da Lockheed, CACI e Raytheon per Dunford, Gordon, Hadley e O’Sullivan sono chiaramente rintracciabili a causa del loro ruolo di membri del consiglio di società quotate in borsa, ma i legami finanziari con l’industria delle armi attinenti ad altri membri del gruppo di studio sono leggermente più opachi.

L’ex senatore Joe Donnelly è un partner di Akins Gump che ha ricevuto 240.000 dollari da Raytheon per i servizi di lobbying nel 2020.

Michele Flournoy, che ha servito come sottosegretario alla Difesa per la politica sotto il presidente Obama, faceva parte del gruppo plenario dell’ASG. Ha co-fondato WestExec Advisors, una società di consulenza che si è rivelata aver condotto un lavoro di consulenza per Boeingquando Antony Blinken ha rivelato una parte dell’elenco dei clienti dell’azienda come parte del processo di nomina per diventare Segretario di Stato di Biden.
Lisa Monaco, anche lei membro del gruppo plenario, in precedenza era stata consigliera per la sicurezza nazionale e l’antiterrorismo di Obama. È indicata come ‘principale’ presso WestExec eMeghan O’Sullivan è unconsulente senior.

In effetti, solo un co-presidente, Nancy Lindborg, e tre membri del gruppo plenario -il presidente e amministratore delegato dell’International Rescue Committee David Miliband, il direttore esecutivo del McCain Institute Mark Green e il collega della RAND Corporation James Dobbinsnon hanno chiari legami istituzionali o fiduciari con l’industria delle armi.

Questo dimostra che il governo non sta ottenendo una diversità di prospettive“, ha detto Smithberger». Insomma, la politica estera americana appare nelle mani dell’industria della difesa.

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