sabato, Settembre 25

Afghanistan: ricominciare dal diritto internazionale Dopo tutto quello che è successo in violazione del diritto internazionale, ora al diritto internazionale si deve ritornare, con punto di riferimento il principio della eguaglianza dei popoli e dell’autodeterminazione. Eguaglianza e autodeterminazione sono una endiadi

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Ho scritto ripetutamente sull’Afghanistan, e nell’ultimo articolo concludevo sul fatto non tanto e non solo che la democrazia non si esporta, e nemmeno sulla ovvietà per cui non si impone, ma sul fatto che alla fine bisogna rispettare il diritto -sì, il diritto- di ciascun popolo di decidere da sé del proprio destino, e specialmente del modo di gestirlo. Dove, lo dico prima che qualcuno salti su urlando: decidere significa decidere, cioè liberamente e coscientemente!
Lo dicevo, e lo ribadisco, da giurista non da politologo e meno che mai da filosofo. Io non so cosa sia e come sia la democrazia. Nel mio piccolo ripeto una cosa che diceva nientemeno che Giovanni Sartori. Non so cosa sia, nel senso che democrazia in sé non è definibile e certamente non sta nel votare la democrazia.
Votare è uno strumento per l’accertamento della volontà popolare, si dice comunemente. No, è uno strumento per accertare ‘una’ possibile volontà popolare. Perché si tratta di vedere chi vota, perché vota in quel modo, e, specialmente, sulla base di quali informazioni o altro vota. E poi, si tratta di vedere su cosa si vota, perché può ben darsi che le alternative possibili su cui si può in fatto votare, siano magari molte, ma insufficienti per rendere la molteplicità delle possibilità. Basterebbe guardare alle nostre elezioni, per farsene un’idea!
Infine, un’altra parola sulla esportazione della democrazia. La democrazia è una forma di governo e di organizzazione della società, che, dal punto di vista del diritto internazionale, si sostanzia in una formula tanto semplice quanto esaustiva, ma tutta da interpretare, caso per caso. Uso la terminologia della Carta delle Nazioni Unite, che all’art. 1.2 (e non per caso è il secondo dei tre ‘scopi’ principali delle Nazioni Unite!) dice che lo scopo delle Nazioni Unite è di sviluppare relazioni amichevoli tra gli Stati basate sul rispetto del principio della eguaglianza dei popoli e dell’autodeterminazione. Badate: eguaglianza e autodeterminazione. Cioè le due cose vanno insieme, sono una endiadi, devono esserci entrambe. Quindi, siccome tutti i popoli hanno diritti uguali, hanno tutti diritto allo sviluppo della propria autodeterminazione, purché rispettino i diritti rispettati da tutti e da tutti gli altri popoli. Solo su questa base concettuale, che diviene politica, si possono avere relazioni amichevoli, cioè pacifiche, tra gli Stati. L’autodeterminazione di ciascun popolo si misura sulla base della eguaglianza dei diritti, e quindi è in continua evoluzione. Non a caso, non solo lo statuto delle Nazioni Unite pone ‘solo’ al terzo posto i diritti dell’uomo (come si possono rispettare i diritti dell’uomo se non c’è autodeterminazione?) ma in tutto il suo testo e nella gran parte dei documenti internazionali, almeno fino al 1992, la stessa parola ‘democrazia’ non viene usata. Non perché le Nazioni Unite siano anti-democratiche, ma perché sostengono una prerogativa molto più ampia e inclusiva: il rispetto della volontà effettiva di tutti i popoli. Effettiva, quindi a prescindere dal voto.
Infine -mi limito solo a pochi sprazzi di diritto internazionale come vedete- in una risoluzione famosissima, la ‘Risoluzione sulle relazioni amichevoli tra gli Stati’ del 1970, le Nazioni Unite spiegano che: a. nessuno può interferire nella lotta per la legittima (cioè valutata dalla Comunità internazionale) autodeterminazione di un popolo; b. ogni Stato può aiutare il popolo che lotti per l’autodeterminazione; c. il Governo che impedisca con la forza (della Polizia, anche solo quella) la libera ricerca dell’autodeterminazione commette un atto illecito e quindi non può legittimamente essere aiutato da altri Stati.

Sorvoliamo su tutto quanto fatto finora: sull’intervento illegittimo americano, sulla occupazione illegittima americana e italiana (non dimentichiamolo mai!), sulla costituzione di un Governo voluto ed etero diretto (ma per lo più senza tanti complimenti) dagli americani con la nostra (duole dirlo) complicità, sui bombardamenti, le occupazioni di villaggi e città e quant’altro effettuati da noi a dagli americani, sorvoliamo anche sulla vittoria americana (noi non siamo nemmeno presi in considerazione … anche se, con un certa improntitudine, forse Mario Draghi si riferiva a questo parlando della non inutilità del sacrificio di 54 vite italiane!) contro Al Qaeda, tanto brillante che ne è subito nata l’ISIS e poi chi sa chi altri.
Ora si tratta di vedere cosa si può e si deve fare, nel rispetto del diritto internazionale e quindi (è una conseguenza) anche dell’umanità, intesa come diritti dell’uomo.

Bene ha fatto Mario Draghi a cercare di portare la cosa al G20, dove, appunto, ci sono sia la Russia che la Cina (fumi negli occhi degli USA, ma qui inevitabili), che sono due tasselli centrali della soluzione (politica) insieme alla sempre ambigua Turchia, la luce degli occhietti di Angela Merkel. Bene ha fatto perché il tema è da affrontare collettivamente al massimo livello della Comunità internazionale, perché solo alla Comunità internazionale spetta di decidere cosa fare.
Certo non altri interventi armati. Ma certo altrettanto, innanzitutto capire e capirci: quelli che si definisconoi Talebani‘ -con i quali l’indegno Donald Trump ha stipulato un trattato infame sul ritiro unilaterale degli americani- chi sono? Sono i rappresentanti del popolo afgano o solo di una parte di esso? Non solo, ma in che senso e fino a che punto si può parlare legittimamente dipopoloafgano piuttosto che di etnie diverse mai portate all’unità? Non dimentichiamo che, tanto per cambiare, l’Afghanistan è stato a lungo ‘posseduto’ e sfruttato dalla Gran Bretagna (che lo considerava il suo ‘gioiello’, come la madre dei Gracchi!), non diversamente dall’India e dal Pakistan ecc. Quindi, la ricostruzione del ‘popolo’, di quel che sia il popolo afgano è molto complicata.
Ciò che, però, appare chiaro è che i Talebani, già al potere prima dell’intervento americano, ne sono una parte rilevante, che però mai è riuscita ad avere il controllo pieno del Paese, dato che altre etnie, altrenazionisi oppongono ai Talebani, ammesso e non concesso che i Talebani abbiano una identità nazionale, dato che, per quanto ne capisco, non hanno un fondamento etnico, ma solo religioso. Ma le norme, quelle internazionali, intendo, su ciò sono chiare: il popolo titolare dell’autodeterminazione è tutto quello che abita il territorio dato, per cui solo dopo la realizzazione dell’autodeterminazione (insomma la formazione di uno stato, accettato da tutti) è possibile che parti di esso si separino.
Su ciò, è la Comunità internazionale che deve agire. E certo non con l’uso della forza, ma con tutti gli strumenti diplomatici possibili, a cominciare dalle serie e vere pressioni economiche. Draghi fa benissimo a cercare questa strada, tanto più che il fallimento clamoroso sia della nostra ‘intelligence’ -come piace chiamarla a chi non sa nemmeno a che serva- che, purtroppo, dei nostri soldati, che entrambi, non hanno minimamente capito cosa stesse succedendo e, comunque, probabilmente perché fidando al solito troppo dei super soldati Yankee, non hanno predisposto nulla per evitare il disastro cui abbiamo assistito.

L’altro settore sul quale premere è ovviamente quello dei diritti dell’uomo, non solo dei diritti delle donne, che, purtroppo agli occhi degli afgani credo ne diminuisca molto l’impatto.
Si tratta di ragionare e agire su una prospettiva lunga, che escluda innanzitutto la folle idea di Merkel di creare tanti campi di concentramento nei Paesi confinanti: cosa, oltre che umanamente infame, perfettamente inutile, i Talebani ne potranno solo essere felici, un problema in meno.
E si tratta di ragionare con Paesi che sono su posizioni opposte a quelle presumibili di Draghi. Ivi compresi gli USA, autori di quel trattato infame, che discute del ritiro degli americani davanti ai talebani, senza nemmeno coinvolgere il Governo, un governo fantoccio certo e corrotto, ma il Governo voluto dagli USA, pagato dagli USA e obbediente agli USA forse di propria iniziativa solo corrotto.
Ma si tratterà di cosa lunga e complicata, che richiederebbe competenza e competenze, spirito sociale e capacità analitica. Se la signora Elisabetta Belloni, cui tecnicamente va ascritta la débâcle italiana, rappresenta il meglio del Ministero degli Esteri, non siamo proprio gran che ben messi, anche se c’è una tradizione di capacità in parte di quel Ministero invidiabile. Certo, se il suo ‘capo’ se ne stesse al mare, invece di blaterare di valutazioni di ciò che fanno i Talebani (che mi ricorda Lucio Dalla) solo per fare un dispetto a Giuseppe Conte, che, per una volta, al solito esprimendosi in modo confuso e contorto, verboso e improprio, ha detto una cosa non giusta, ovvia: è con i Talebani che ora si deve parlare, e con chi se no? Qualcuno parlava l’altro giorno, tanto per fare vedere che sa le lingue di ‘real Politik’, che c’entra come i cavoli a merenda: si tratta di parlare (e magari minacciare, blandire, imbrogliare, comprare, ecc.) con quelli che ora come ora, grazie agli USA, comandano lì.
Presentarsi così al G20, è il modo migliore per mostrare nonché l’unità, la profonda coscienza e conoscenza del tema e la sensibilità verso le nuance, da parte dell’Italia: ma, come direbbe Di Maio, “à la guerre comme à la guerre”!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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