sabato, ottobre 20

Afghanistan: può la Cina portare stabilità a Kabul? Negli ultimi anni la Cina ha aumentato il suo impegno in Afghanistan. A spiegarci i motivi di tale scelta Raffaele Pantucci, ricercatore e analista presso RUSI

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Il ‘Grande Gioco’ afgano che non ha fine. L’Afghanistan, la Tomba degli Imperi, continua ad essere una delle pedine preferite sul tavolo di un gioco che va avanti da più di 40 anni. Gli attori non cambiano mai, o quasi. Stati Uniti, Nato, Talebani e Governo afgano continuano senza sorprese a tessere le fila di una lotta di poteri ed equilibri le cui vittime predilette rimangono i civili.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite il 2017 è stato uno degli anni più sanguinosi per la popolazione afgana dall’invasione americana del 2001, invasione che ha messo ‘fine’ al regime dei Talebani. 10.000 i civili uccisi o feriti dai raid americani e dagli attentati terroristici che continuano a diffondere paura e morte in un Paese che non riesce a trovare pace.

Due terzi delle vittime sono state causate da forze anti-governative, con i Talebani responsabili del 42% delle morti civili, lo Stato Islamico del 10% e un altro 13% di vittime civili sarebbe da attribuirsi ad elementi anti-governativi non identificati. Anche la coalizione internazionale e le forze governative sono responsabili, secondo l’indagine ONU, del 6% delle vittime colpite nel 2017, con 295 persone uccise, 336 ferite, dati che fanno segnare una crescita del 7% rispetto all’anno precedente.

Nel 2013 la Presidenza Obama aveva promesso il ritiro dall’Afghanistan, ma una volta giunto alla Casa Bianca, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato nell’agosto del 2017 l’impiego di ulteriori 3.900 truppe americane aggiuntive, nonostante secondo il Pentagono quelle presenti sul territorio fossero già 11.000. Una mossa che ha aumentato la percezione di insicurezza e di continua militarizzazione del Paese.

Ma se gli Stati Uniti e la Nato, l’organizzazione in comando delle operazioni in Afghanistan, continuano a vacillare sul da farsi, negli ultimi anni un nuovo attore è entrato sulla scena afgana: la Cina. Pechino, dal 2013, ha significativamente aumentato il suo impegno nel Paese, spinto da impellenti necessità.

Nonostante la diffusa politica di non interventismo cinese in questioni di politica estera, la Cina sembra preoccupata dalla continua situazione di instabilità che affligge il vicino Afghanistan. Negli ultimi anni la Cina ha compiuto significativi sforzi nel tentare di risolvere la crisi afghana.

In tal senso i motivi del coinvolgimento cinese sono abbastanza chiari”, ci spiega Raffaele Pantucci, direttore degli studi sulla sicurezza internazionale al Royal United Services Institute for Defence and Security Studies (RUSI) di Londra. “La Cina divide una frontiere con l’Afghanistan, dall’altra Parte c’è un paese che ha avuto una guerra per molti anni. La Cina ha dunque un interesse diretto in questo senso, un interesse legato ai gruppi di Uiguri che provengono dalla regione dello Xinyang. Questi gruppi hanno spesso attraversato il confine per raggiungere campi di addestramento in Paesi come l’Afghanistan o il Pakistan per prepararsi a combattere contro i cinesi; Pechino vuole quindi, tra le altre cose, debellare questa minaccia, impedendogli un accesso a Kabul, da cui possono organizzarsi per colpire il Governo cinese. Tuttavia, esiste anche una minaccia più ampia, ovvero che i problemi in Afghanistan diventino i problemi dell’Asia centrale o del Pakistan, posti dove la Cina ha investito parecchio e dove ha molti interessi

Sembra che la Cina abbia provato a supportare una crescita della società afgana, a livello economico e sociale. “Sì, ci sono stati investimenti, però alcuni non sono andati molto bene fino ad ora. C’è un livello di aiuto che stanno dando agli afgani in vari modi attraverso la costruzione di scuole, assistenza al pubblico, programmi di addestramento congiunti con i tedeschi e con gli americani, contribuendo a  creare le prossime generazioni di impiegati statali che lavoreranno in vari Ministeri e nell’Amministrazione pubblica. La Cina sta inoltre offrendo un ‘programma di addestramento’ proprio nella regione cinese dello Xinyang a forze afgane per operazioni di antiterrorismo e controllo narcotico”, continua Pantucci, “hanno fornito molti equipaggiamenti a militari afgani, costruendo anche edifici, e fornendo altri tipi di appoggio alle forze militari. Da un punto di vista prettamente politico, Pechino ha aiutato a creare mini-laterali regionali che possano aiutare Kabul e Islamabad a dialogare”.

Tuttavia, una soluzione alla crisi afghana non può prescindere dall’instaurazione di un rapporto con i Talebani. “In realtà da parte della Cina ci sono stati dei contatti con i talebani. Tuttavia, è sempre poco chiaro di quali tipo di contatti stiamo parlando. Ci sono ovviamente degli incontri ufficiali come quelli svoltisi in Qatar che hanno visto partecipare anche i cinesi, e ci sono stati altri incontri di questo genere in Pakistan, ed in Afghanistan sempre presenziati da Pechino. C’è un livello di contatto abbastanza diffuso con il gruppo islamista”.

I rapporti tra Afghanistan e Pakistan non sono mai stati idilliaci. Kabul ha spesso puntato il dito contro Islamabad per l’aver fornito rifugio e supporto a diversi gruppi terroristici e ai Talebani stessi. Sembra che la Cina debba riuscire a giostrarsi tra due Paesi con cui condivide interessi strategici importanti. “Certamente il Pakistan ha una doppia attitudine rispetto ai progetti cinesi in Afghanistan. C’è da dire che all’inizio i contatti che Pechino aveva con Kabul provenivano dal Pakistan, e soprattutto quello che la Cina faceva in Afghanistan era grazie alla mediazione dei pakistani. Da un lato il Governo di Islamabad si rende conto che i cinesi vorranno proteggere i loro interessi strategici nel Paese, dall’altro rimangono sempre molto preoccupati se vi fossero degli sviluppi su cui non hanno controllo, vogliono avere un livello di assicurazione su quello che sta succedendo in Afghanistan. Detto ciò i pakistani sono comunque i grandi alleati dei cinesi e non vorrebbero sbilanciarsi e creare problemi in questa situazione di rapporti bilaterali”.

Gli Stati Uniti, soprattutto a seguito dell’arrivo di Donald Trump, hanno sempre mostrato una certa volontà nel contrastare l’avanzata economica cinese, ma ora si ritrovano a cooperare in Afghanistan. “In realtà gli Stati Uniti vedono questo impegno cinese in maniera ambivalente. Sono contenti di poter lavorare con la Cina da un certo punto di vista, e che la relazione proceda bene. C’è tuttavia una parte dell’establishment statunitense che continua ad essere preoccupato della crescita cinese. Tuttavia, penso che  che la maggior parte dell’amministrazione americana veda l’impegno cinese in maniera positiva”.

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